La compagnia di pulizie | - Part 2

Il giudizio dell’orefice

Quando ho raccontato a Dearfriend Ballerina di aver incontrato il mio Cavaliere, lei mi ha chiesto: «Dove l’hai conosciuto?». La sua prima domanda in realtà io proprio non me l’aspettavo. Immaginavo che mi domandasse chi fosse o quando fosse spuntato, invece mi ha chiesto proprio «Dove l’hai conosciuto?».

Per risponderle ci ho dovuto pensare un pochino. Perché il mio Cavaliere non saprei dire dove e quando l’ho visto per la prima volta. Sento parlare di lui dacché avevo dieci anni, più o meno. Sorella l’aveva per compagno di classe alle superiori e ogni giorno, quando tornava a casa da scuola, aveva qualcosa di buffo da raccontare, un aneddoto, una scemenza, uno scherzo fatto a questo o a quell’altro professore. Ho sempre pensato che fossero un bel gruppo, tutti insieme, e sul nome del mio Cavaliere non mi ero mai soffermata troppo. Ero piccola e li invidiavo anche perché loro erano quelli grandi, quelli che uscivano la sera e andavano a scuola da soli. Quando sono cresciuta, quando sono diventata abbastanza grande da poter frequentare lo stesso giro di Sorella, non li ho mai incrociati. Io e Sorella, del resto, non abbiamo mai condiviso niente di più che la nostra stanza. Amici, interessi, obiettivi: era tutto diverso.

È rimasto tutto diverso finché non ho preso un autobus per tornare in Sicilia da Milano, nel bel mezzo dell’estate. Giusto un paio di giorni prima del compleanno di Sorella. «Visto che sei a casa – m’ha detto lei – mi fai un paio di torte per la serata?». Il menù prevedeva una torta meringata al limone e una con lo yogurt e le pesche. Ma quel pomeriggio la pasta frolla mi è caduta dalle mani tirandola fuori dal forno, e mentre preparavo la frolla nuova s’è bruciata la torta allo yogurt. E, come se non bastasse, mentre tentavo di tagliare il fondo bruciacchiato della torta allo yogurt, s’è annerita la meringa. Insomma, un disastro. «Stasera vieni? – ha domandato Sorella – Così i commenti sulle torte li senti di persona». Ero in imbarazzo, avevo rovinato tutto. Ma, allo stesso tempo, avevo voglia di passare una serata fuori, il programma mi piaceva e, in fondo, erano solo gli amici di Sorella. Non avrei dovuto cercare un vestito carino, non avrei dovuto truccarmi e/o preoccuparmi di essere ordinata. Bastavano un paio di jeans.

Quando siamo arrivati, un pochino in ritardo e con due brutte torte sotto braccio, il mio Cavaliere ha detto: «Tu! Io ti leggo sempre, ho il tuo blog tra i preferiti!». «Ecco – ho pensato – La serata inizia bene: già uno che mi prende in giro, vediamo il resto».

A Dearfriend Ballerina ho deciso di raccontare questo, come primo incontro. E lei ha commentato: «Lui ha un blog?» «Non che io sappia, ma non credo» «Fa comunicazione, marketing o roba simile?» «No, fa l’ingegnere» «Frequenta gente che sta su internet? Passa la vita sui social network?» «Non mi pare» «E il cellulare, il cellulare? Ha sempre il cellulare in mano?» «No, Dearfriend Ballerina, non l’ha mai preso il cellulare, quella sera». Dearfriend Ballerina, dopo il suo interrogatorio, ha festeggiato: «Finalmente, LaCapa! Finalmente uno normale, uno diverso da tutti quegli altri, uno che ha un nome vero prima di un nick! Sono contenta, la vedo bene!». Lei la vedeva bene, io la vedevo strana.

Carino era carino, era riuscito a convincermi ad andare a correre, a sudare, e poi mi aspettavano tre settimane in città prima di tornare a Milano, un diversivo poteva essere utile. In ventitré anni non avevo mai passato con mia Sorella più tempo del necessario, nel giro di una settimana ero con lei a ferragosto e pure in vacanza su un’isola più isola della mia isola. Un po’ sono state le stelle cadenti, un po’ le passeggiate notturne, un po’ quei baci dati dietro l’angolo che «Fai piano, e se gli altri ci sentono? E se gli altri ci vedono?» «Che t’importa se gli altri ci scoprono?». A lui importava, perché quello che nasce in vacanza finisce in vacanza.

Io, dal canto mio, ero tranquilla. Sembravo «tranquillona», avrebbe detto lui qualche settimana dopo. Pensavo, però, che fosse complicato. Mi stavo prendendo una cotta e lo sapevo. Dovevo decidere dove fermarmi, a che punto smettere. «Non lo so, Dearfriend Ballerina – le dicevo, cercando consiglio – È che io devo tornare a Milano, lui vive a Catania, e poi è nel pieno del suo segmento verde, mentre il mio è quasi finito, lo so, mi conosco». DearLowe, pure lei, mi diceva che era chiaro, che «si vede che lui è il classico simpaticone, prendi quello che viene ed evita tutto il resto».

Il mio Cavaliere sembrava destinato a restare una parentesi di metà agosto. E quel giorno che, in spiaggia, gli ho dato un bacio sulla spalla e lui non s’è neanche girato a guardarmi mi sono detta: «LaCapa, niente illusioni». Sono riuscita a tenere fede al mio proposito per non più di qualche giorno. La buffa idea di mantenere un certo distacco ha cominciato a vacillare quella volta che m’ha riportata a casa che già albeggiava. Quella stessa buffa idea è quasi andata distrutta la volta che insieme, io e il mio Cavaliere, abbiamo passato la serata perfetta, e non smettevamo di ridere e non c’era dubbio: ci stavamo divertendo. E io ero felice.

Il mio Cavaliere l’ho sognato con una decappottabile bianca, mi diceva che dovevo fidarmi di lui perché mi avrebbe portata in un posto bello. Da quando ho deciso di dargli ascolto nella vita vera, mi sono accorta che tutti i posti in cui mi porta sono posti belli. E Milano, nel frattempo, è sparita dal mio orizzonte: le cose di lavoro che c’erano, ed erano diverse, a un tratto non c’erano più. Ero tornata in Sicilia, era appena finita l’estate, e il mio Cavaliere mi sorrideva e mi diceva «Ma guardati come sei bella» (con quel tono là, quello di chi ci crede).

Tutti questi momenti dolci, e questa tenerezza, e questa botta di fortuna senza pieghe e stropicciature, e questa felicità senza un graffio di ruggine sono durati poco. Giusto il tempo che io facessi le valigie per rientrare e lui ricevesse una telefonata che gli diceva di fare le valigie per partire. «Io resto e tu vai via», ho detto al mio Cavaliere, e ho sospirato. Poi sono andata a lamentarmi in giro. «Vedi, Collegamica femminista e rivoluzionaria, una storia a distanza… Io proprio non ce la posso fare». A quel punto Collegamica femminista e rivoluzionaria ha detto, come spesso le capita, una cosa molto vera: «LaCapa, non importa quello che vuoi o quello che puoi, le cose scelgono da sé la strada che devono prendere – mi ha spiegato – Certe decisioni crediamo di prenderle noi, invece le subiamo. Quest’ultima, per esempio, è chiara già adesso: basta guardare quant’è largo il tuo sorriso».

Sì, mi piacciono le candeline rosa, e allora?

L’anno scorso per il mio compleanno sono andata al supermercato a comprare una candelina rosa, poi in pasticceria a prendere un tortino di mele monoporzione sul quale piantare la candelina, infine in enoteca, a scegliere un vino dolce col quale brindare. «Che sia buono», avevo detto al tizio dell’enoteca. «Farai un figurone», mi aveva risposto. Potevo lasciar cadere la cosa là, ma ho chiarito ugualmente: «È per me». Lui mi ha sorriso: «Che bella cosa».

Io non avrei detto che fosse una bella cosa. Bere da soli è raramente una bella cosa. Cioè, lo è se sei in pace con te stesso, se va tutto alla grande, se stai bene. Io mi sono guardata un po’ da fuori e ho capito che sarebbe stato un compleanno strano. Ero stata a casa coi miei fino a un paio di giorni prima, e avevo detto a Trasfertista che tornavo a Milano per lui.

Il giorno prima del mio compleanno ho preso il solito aereo dell’alba, che ha fatto le solite mille ore di ritardo. Sono atterrata stanca e sfatta, sono andata a casa, e ho aspettato che tornasse da lavoro. Credo fosse fuori città, o a una cena, non ricordo. Ricordo che è arrivato poco prima di mezzanotte e che mi ha trovata già quasi addormentata. L’indomani è scappato in ufficio presto, e lo sapevo, era giusto così. Mica il mondo si ferma perché è il tuo compleanno, mica la gente smette di andare a lavoro perché tu invecchi. Del resto, Trafertista lo sapeva che io non amo il mio compleanno, ero stata io a dirgli «Non voglio fare niente di che». E lui mi aveva presa in parola.

Ho capito che quel «niente di che» sarebbe stato proprio «niente» quando mi ha scritto che stava uscendo dall’ufficio e stava andando dritto in palestra. Io ho pensato: «Sono da sola da tutto il giorno, fa freddo, è il mio compleanno, e lui non può nemmeno saltare una lezione di yoga per me, non può nemmeno tornare due ore prima a casa per me». Mi veniva da piangere ed ero arrabbiata. Ma era il mio compleanno, forse non l’ho scritto abbastanza, e non volevo rovinarmi il mio compleanno.

Così ho deciso che, visto  che non ci pensava lui, ci avrei pensato io. Il tortino monoporzione mi sembrava una buona idea. E anche il vino. Niente bollicine, volevo il Malvasia, ma il Malvasia l’enoteca non l’aveva e allora sono andata di passito. Il passito mi piace. La cena non avevo voglia di prepararmela. «Prenderemo una pizza, magari, e la mangeremo sul divano».

Quando è tornato a casa non aveva voglia di pizza, ché l’aveva mangiata la sera prima. «Cinese?», faccio io. «No, cinese non mi va – replica lui – Voglio il sushi». Siamo usciti. Abbiamo passato mezz’ora buona ad aspettare che il suo ristorante di sushi preferito gli preparasse (solo a lui, io non mangio pesce) il pacchetto per l’asporto, poi siamo andati al cinese – il mio preferito, stavolta – e abbiamo aspettato ancora. «Che hai?», mi chiedeva. Mi vedeva giù, diceva. Non avevo niente, ché figurarsi se potevo avere qualcosa, io.

Quando a casa ha visto le candeline, ne ha presa una e mi ha chiesto, ridendo: «Maddai? Ti piacciono le candeline rosa?». Sono arrossita. Poi ha visto il vino: «Dove l’hai preso?», ha domandato. «Nell’enoteca di cui mi parli sempre tu» «Ah, hai sbagliato: lì i vini dolci non sono granché. E in quella busta del mio forno preferito cosa c’è, invece?» «Ho pensato che sarebbe stato carino spegnere la candelina, bere un bicchiere, mangiare un dolcino» «Ah, hai preso un dolce» «Sì, perché?» «In quel forno sono bravi solo col salato, i dolci non mi piacciono». Era il mio compleanno e avevo sbagliato l’intera organizzazione di una serata a cui, nella migliore tradizione romantico-cinematografica,  avrebbe dovuto pensare lui. Pure il più scalcagnato dei miei frequentanti del passato aveva fatto di meglio.

Era buffo, perché per la prima volta in vita mia di quel giorno mi importava. Per la prima volta avevo delle aspettative, volevo delle cose. Aveva un significato che io fossi lì e non in Sicilia, coi miei amici, all’Ostello a bere come tutti gli anni. E invece è stato un brutto compleanno. A pensarci l’unico brutto compleanno. Poi sì, ridevo, scherzavo, sorridevo. Non subito, certo. Sulle prime avevo voglia di scappare, di correre da Deafriend Ballerina, dall’altra parte della città, per guardare in faccia un volto amico. Ma sono rimasta là a guardare Trasfertista che aveva capito di avermi ferita ma non si capacitava del come, e allora diceva «Sai che questo passito non è poi così male?» e «Questi dolci li ricordavo peggio, invece sono buoni». Metteva una pezza.

Quest’anno non riesco a togliermi dalla testa quei due giorni, quella sensazione di inadeguatezza, e quella delusione. Perché non è che volessi chissà cosa. Io dico sempre che sono una pianta grassa perché mi fai campare serena con poco, oltre che perché sono grassa, ça va sans dire. Avrebbe potuto farmi felice con quasi niente, se solo ci avesse pensato. Se solo fosse tornato a casa con una bottiglia di vino. O con un muffin preso al McDonald’s perché «Ehi, non ho avuto il tempo di fare di meglio, ma auguri lo stesso». Quest’anno il pensiero di me che prendo la bici alle 19.30 per andare a comprare una torta di mele piccina piccina e le candeline e il vino non mi abbandona un attimo. E ho capito che avrei fatto bene, trecentosessantacinque giorni fa, a fare come ho sempre fatto: fregandomene. Ché tanto a dichiarare al mondo che invecchio basta l’avviso su Facebook. E quell’orrenda coppia di capelli bianchi lì sul ciuffo.

 

Me n’ero andata ma sono tornata

Mi è arrivata una email, un mese e qualcosa fa. C’era scritto che, se non mi fossi sbrigata a rinnovarlo, il mio dominio, questo lacapa.it al quale tanto sono affezionata, sarebbe scaduto. E chiunque altro avrebbe potuto comprarlo e metterci dentro, per esempio, un blog divertente, un sito interessante, qualcosa di ben scritto. «Okay – mi sono detta – che scada pure, che lo acquisti altra gente, che questa cosa del blog finisca, tanto ormai sono un sacco di anni che va avanti».

Talmente tanti anni che a leggere i post vecchi, ma veramente vecchi, mi vergogno. Ci sono un sacco di virgole tra i soggetti e i predicati, un sacco di congiuntivi sbagliati, un sacco di punteggiatura andata a ramengo. C’è parecchia stupidità adolescenziale, anche. Ma quella era fisiologica. Del resto, quando ho cominciato a scrivere i fatti miei su internet avevo quindici anni, in casa LaCapa la connessione veloce non era entrata e mi pareva di poter pontificare su qualunque argomento. In più, non sapevo bene che strada volevo prendesse quello spazio che stavo occupando. Volevo che fosse anonimo, che nessuno sapesse che a gestirlo ero proprio io. Infatti l’url era luisasantangelo.splinder.com.

Per parecchio tempo il mio blog è stato quello che volevo che fosse: il mio angolo privato. Poi è cambiato tutto. E io odio quando le cose cambiano. Anche perché di solito lo fanno in peggio. «Capa», mi chiamano le persone che mi conoscono. E no, non è bello.

Per questo ho lasciato che i giorni passassero, che il provider mi avvisasse che «Ehi, ma vuoi davvero che lo diamo via?». «Sì, prendetevelo, tenetevelo, liberatemene, sono stanca!», pensavo. E l’ho pensato fino all’ultimo, finché il dominio è scaduto, e mi è preso il panico perché per la prima volta da otto anni «La compagnia di pulizie» era offline. Allora ho rimediato, ho pagato lo spazio alla velocità della luce e ho tirato un sospiro di sollievo.

Solo che c’erano cose tecniche che non avevo considerato, che non conoscevo, che non sapevo neanche esistessero. Quindi il blog offline era e offline è rimasto. Io mi sono sentita sollevata. Tutte le volte che tentavo di aprire quella pagina e compariva un messaggio d’errore era come se la dieta avesse funzionato, era come se fossi mille chili più leggera. Era come succede con le relazioni che durano da tanto tempo. Io ti amo, tu mi ami, sappiamo che in fondo stiamo là ad aspettarci, ma abbiamo bisogno di stare lontani, perché sennò io mica sento la tua mancanza e tu mica senti la mia.

Il primo giorno senza blog stavo benone, il secondo giorno senza blog stavo benone, il terzo giorno senza blog stavo ancora benone. Al quarto giorno avevo voglia di raccontare della partenza di Dearfriend Porno. Al quinto giorno avevo voglia di parlare un pochino dell’ansia da prestazione. Al sesto giorno avevo trovato l’attacco perfetto per il più classico dei miei post di fatti miei. Al settimo giorno ho cominciato a chiedere aiuto in giro: «Ehi, ma secondo te cosa sono i dns? Hai una vaga idea di come si aggiustino? Senti, ma se ti do le mie password, il mio codice fiscale e pure il numero di telefono del mio parrucchiere ci pensi tu a riportarmi in vita il blog?».

Ho avvertito una fitta di nostalgia. E di paura, anche. «E se avessi perso tutto? E se ogni mio post fosse andato perso nell’internet?», mi domandavo.  «Tranquilla, la tua roba è di sicuro là, aspetta ancora, datti tempo», mi dicevano. Avevano ragione, «La compagnia di pulizie» è di nuovo qui.