«È intelligente ma non si applica, ed è pure arrogante oltre ogni misura»

marzo1

Agli incontri coi genitori, i miei professori di scuola hanno sempre sostenuto la stessa tesi: «LaCapa è intelligente ma non si applica». Lo dicevano arrabbiati, con la faccia di chi ha voglia di tirarmi le orecchie, con il tono paternale di chi vuole darti una lezione dalla quale imparare. «È intelligente ma non si applica» per me era quasi un complimento. Dall’alto delle mie pagelle impeccabili, non capivo per quale ragione avrei dovuto applicarmi, mettermi a studiare davvero, fare più del minimo indispensabile. Aprivo i libri solo per le cose che mi interessavano, disertavo sistematicamente i compiti a casa e avevo la faccia tosta di non temere le interrogazioni. Sapevo che mi sarebbe bastato dare un’occhiata veloce ai capitoli per ricordarmi gli elementi più importanti, sapevo che tradurre greco e latino mi veniva facile e che gli esercizi avrei anche potuto farli in classe, tra una lezione e l’altra, sapevo di essere in grado di argomentare i discorsi, anche con una conoscenza minima degli argomento oggetto delle eventuali verifiche orali. Durante il liceo non ho allenato il mio cervello all’acquisizione della conoscenza, bensì alla parola piantata là a caso.

Ogni volta che qualcuno mi definiva «una intelligente che non si applica» io pensavo che, beh, evidentemente non avevo bisogno di farlo, ché tanto la media dell’otto a fine anno l’avrei raggiunta comunque, nonostante il cinque in matematica e il sei in educazione fisica. Oltre a quella fantomatica intelligenza, però, avevo anche una grande fortuna: frequentavo il classico e adoravo la letteratura. Greca, latina, italiana, inglese. Tutta quella che studiavo. Mi piaceva da pazzi, imparavo a memoria interi brani dei libri (e lo faccio ancora) perché era la cosa che mi veniva più spontanea. Ammiravo da morire chiunque riuscisse a citare in scioltezza questo o quell’altro autore, volevo saperlo fare anche io. E quindi le pagine dei manuali che ne spiegavano la poetica mi venivano facilissime. Mi bastava leggerle una volta e mai più per essere abbastanza preparata da prendere un buon voto durante un’interrogazione, e anche se non era periodo di pagelle le leggevo lo stesso. Perché quelle cose lì, per me, avevano un valore che andava oltre la scuola.

Quando ho cominciato l’università ho scelto il mio piano di studi riempiendolo di letteratura. Non c’era niente che avesse a che fare col giornalismo come piaceva a me, e allora mi sono buttata sulle linguistiche, le filologie, le teorie e via dicendo. DearLowe e SeMiRilasso ricordano mesi interi in una biblioteca senz’aria ad analizzare Foscolo e D’Annunzio, Leopardi e Pascoli, Petrarca, Boccaccio, Carducci, Dante, Alfieri, Goldoni, Verga, Pirandello e tutti gli altri. Quando la professoressa mi mise trenta – era il primo trenta della mia carriera universitaria? Non ricordo – ero soddisfattissima.

Qualcosa dev’essersi rotto dopo. O forse era già rotto e me ne sono accorta tardi. S’è inceppato il meccanismo grazie al quale non puntavo a «sfangarla» ma a divertirmi sui libri. Sono tornata l’arrogante ragazzetta del liceo che faceva meno del suo dovere, quella a cui i colleghi non credono quando dice «eh, ma non ho studiato» e poi esce dall’aula del professore con un voto sul libretto non inferiore a ventotto.

Ieri e oggi ho sostenuto due esami. Non mi interessava fare bene, volevo soltanto passarli. Per sbloccare la deprimente immobilità della mia carriera accademica e darmi una smossa in direzione della laurea. Due materie e, al netto della mia pigrizia e di qualunque altra cosa, sei giorni per prepararle entrambe. Una, poi, era notoriamente un macigno. Colleghe rimandate mille volte, panico durante l’appello, crisi isteriche e tentativi estremi di ripasso. Ho preso un voto basso, ma l’ho sfangata – l’obiettivo era quello – nonostante tutto.

Stamattina, con tre ore di sonno sul groppone e le ultime pagine del programma ancora da leggere, mi sono presentata all’altro esame. La materia m’era piaciuta tantissimo, non scherzo. C’era tanta letteratura, c’erano un sacco di citazioni da poter fare, c’erano mille spunti di riflessione interessanti. Quando mi sono seduta alla cattedra, davanti a me c’era l’assistente del professore. Giovane, giovanissimo, si vedeva che era buono. Ce l’aveva scritto in faccia: «Io sono quello che vuol capire che hanno in testa gli studenti, io voglio che ragionino». Per un’ora sono stata lì a raccontargli ciò che avevo imparato in maniera approssimativa. E lui lo sapeva che non era il massimo al quale potessi aspirare, lo capiva, gli dispiaceva. Non scherzo, era cristallino: quell’uomo era dispiaciuto. Allora, a un certo punto, mi sono sentita una cretina. Io, con tutta quella sboroneria di chi ce la fa comunque, non avevo idea di quello che mi stavo perdendo. L’approfondimento, il dibattito, la possibilità di confrontarsi perché l’università non è studio mnemonico bensì critico. E a lui, all’assistente giovane e buono, facevo un po’ pena. Mi ha segnato un voto e, prima di mandarmi a concludere l’esame col docente, mi ha fatto un’ultima domanda: «Perché?». Voleva sapere per quale ragione una intelligente come me –secondo lui – avesse scelto di non applicarsi. Gli interessava capire che cosa m’era passato per la testa quando avevo deciso di dare il minimo. Si è perfino preso la briga di domandarmi spiegazioni su quel periodo così lungo, testimoniato dalle firme sul benedetto libretto, senza avvicinarmi alla facoltà. L’assistente giovane e buono mi diceva che mi stavo sprecando, che non mi stavo dando una possibilità. E non lo faceva con un rimprovero, nemmeno con una valutazione bassa. In un altro modo ancora, gentile, che mi ha fatto venire un groppo alla gola che ancora non se n’è andato. «Non lo faccia per me, lo faccia per se stessa – mi ha detto – Prenda in mano quei libri, studi davvero e poi torni da me, per discutere e non per ripetere». Il numero che ha usato per la valutazione non era il suo giudizio. Capire che le due cose non sempre coincidono è stata un’epifania. Sapere che per lui ero un’imbecille è stato, invece, un grosso dispiacere.

L’ho ringraziato, gli ho promesso che sì, avrei fatto come diceva, e me ne sono andata in un’altra stanza – con la coda tra le gambe – ad aspettare che il professore arrivasse per farmi qualche ulteriore domanda e lasciarmi scappare. A esame completamente finito, il professore ha guardato il voto del suo assistente, ci ha aggiunto un punto e l’ha integrato con una lode. «Complimenti, signorina». Si è congratulato e mi ha stretto la mano. Avrei dovuto essere contenta. E invece no.

Gli animali dello zoo di Casa LaCapa

settembre14

Qualche sera fa, tornavo a casa verso l’una e qualcosa dopo una serata tranquilla con le Dears. Ero là, avevo chiuso la macchina e stavo per rientrare, quando l’ho visto: uno scarafaggio clamorosamente grosso esattamente sotto la mia finestra aperta, attaccato alla facciata del palazzo. Casa LaCapa, al piano terra, era in serio pericolo.

Orrore, raccapriccio e, più di tutto, panico.

Mi sono guardata attorno, persa, e ho deciso: «Dormo in macchina». Nel frattempo, la blatta si muoveva. Stava là, si avvicinava sempre di più al mio davanzale. Avete presente la morte nel cuore? Ecco: io. Perché sotto quella finestra là, c’è il mio letto, quello dove io dormo, studio, lavoro, faccio tutto.

Chiudere la finestra prima che l’animale potesse finire sulle mie lenzuola era più importante della mia incolumità. Allora ho preso le chiavi del portone e ho cominciato a correre con la punta diretta verso la serratura. Un cavaliere nel Medioevo non sarebbe stato più preciso.

Portone, poi porta di casa, infine finestra. Chi mi assicurava che in quei cinque secondi che avevo impiegato per entrare, perdendo di vista l’arnese volante sulla mia facciata, quello non avesse deciso di prendere il coraggio a sei (otto?) zampe ed entrare? Arbitrariamente, ho deciso che non l’aveva fatto, e ho sbattuto le imposte così forte, ma così forte, che ho immaginato l’insetto staccarsi dal muro per via della violenza dell’atto.

Mi sentivo il re del mondo, perfino Cane mi pareva fosse venuta a osannarmi. Mi sbagliavo: era solo venuta a chiedermi di portarla a passeggio. Io ero una pietra, imperturbabile, pronta a pulire qualora avesse fatto la pipì per terra piuttosto che uscire là fuori, con quello scarafaggio da guinness a piede libero. Cane piangeva, ululava, disperata: mi avrebbe quasi fatto tenerezza, se non avessi avuto altri animali a cui pensare.

Madre, preoccupata per il baccano, intanto s’era alzata ed era venuta a controllare. Io tento di spiegarle la situazione e lei mi dà della scema, della pazza e pure dell’esagerata. Dunque mette il collare a Cane, con arroganza, mi lancia un’occhiataccia, apre la porta e… Caccia un urlo, si richiude tutto alle spalle e si mette ad ansimare vistosamente.

«Mamma, che succede?»
«C’è una…»
«Cosa? Una blatta? Lo so, te l’ho detto io!»
«Zazzamita» (in dialetto significa «geco»)

Evidentemente incapace di articolare un pensiero complesso, mia madre è in piena crisi di panico. I gechi per lei sono come le blatte per me, uguale livello di fobia, medesimo gelo nelle ossa, identica reazione. Abbiamo lo stesso sangue non per nulla.

Cane, nel frattempo, ha la faccia di chi si sente preso per il culo.

Bisogna pensare un piano. L’idea è geniale.

«Madre, io esco sul pianerottolo e tento di acchiappare la zazzamita, o almeno di allontanarla. Ti copro le spalle fino al portone, a quel punto sarete tu, Cane e la blatta, mentre dentro rimarremo io e il geco».

I marines ci avrebbero fatto una pippa. Io mezza vestita e mezza no, mia madre in pigiama, che ci teniamo per mano e, insieme, teniamo il guinzaglio della povera Cane che non vede l’ora di liberarsi la vescica.
Io, eroicamente, evito di dire a Madre che il geco è proprio sopra la sua testa, ché le cose se non le vedi non ci sono e poi se le piglia un infarto chi ci pensa alla pipì di Cane?

Arriviamo al portone dopo quindici minuti netti: abito al piano terra, tra la porta e il portone ci sono tre gradini e cinque metri di androne.

Quando Madre è fuori, l’illuminazione: ma le chiavi di casa chi minchia le ha prese? Sono momenti concitati, io che tutto sono fuorché atletica mi lancio – ma proprio lancio – per evitare il disastro, ovvero rimanere chiuse fuori in quelle condizioni là, con quelle bestie feroci tutte intorno.
Siccome il culo mi assiste, la mia acrobazia alla Buffon funziona, la porta rimane aperta e io posso prendere le chiavi. Il trionfo dura giusto il tempo di notare che il baccano ha attirato i vicini di casa, che osservano la scena sghignazzando. Causare il loro riso, però, è ben poca cosa rispetto al più nobile proposito di mettermi a letto sana e salva, senza dover temere insetti o anfibi vari.

Cane fa i suoi bisogni, Madre torna e io mento spudoratamente: «Tranquilla, la zazzamita è morta». Lei non si fa domande, crede per fede, da buona cristiana. A quel punto, la gratitudine.
Una donna di cinquantaquattro anni si toglie la ciabatta e, zompettando su un piede solo, esce nuovamente dal portone e affronta il Godzilla degli scarafaggi. Zac! Zac! Zac!

Penso, con orgoglio: «Madre è un eroe».

Rientra, pochi secondi dopo, accaldata.
«L’hai uccisa per me!», le salto al collo pronta ad abbracciarla.
«No», risponde lei, «era troppo forte. Ma se non te la senti di avere solo un muro tra te e lei puoi dormire nel lettone».

Di quando George Clooney ha sostituito Massimo Dapporto

luglio3

Io ho tre grandissime, gigantesche, paure. La prima sono gli scarafaggi, la seconda sono i funerali, la terza gli ospedali. Insomma, banalmente, ho paura di quello che non so affrontare.

Della mia fobia per le blatte abbiamo ampiamente discusso, in passato, e tediarvi non ha granché senso. Per quanto riguarda i funerali, oh, non ce la faccio e non so proprio che dirvi. Mi prende l’ansia, l’angoscia, l’inadeguatezza, e tutta una serie di altre bruttissime sensazioni che, di solito, diventano panico puro e semplice. Quindi evito, non ci vado, ché tanto di solito la mia assenza non la si nota.

Sugli ospedali, invece, c’è da fare un discorso un filino più complesso. Suppongo risalga tutto a quando guardavo “Amico mio”, la fiction sugli ospedali pediatrici con Massimo Dapporto, perché volevo sapere che fine avrebbe fatto Spillo. Mi piaceva un sacco ma, ahimé, coincideva con E.R., di cui era un’accanita fan Sorella. Lei era più grande e io ero remissiva, quindi mi facevo strapparte il telecomando dalle mani senza particolari resistenze. Però mi lamentavo, e Sorella si arrabbiava, perché non riusciva a sentire le battute di George Clooney. Così, una sera, mise il volume al massimo e mi disse qualcosa tipo: «Guarda come i dottori negli ospedali ammazzano quelle come te!».

Ho creduto per anni che i medici fossero fatti per uccidere la gente, e quando, pochi mesi dopo l’affermazione di mia sorella su E.R., fui costretta a subire una piccola operazione, tentai di evitare l’anestesia con le unghie e con i denti. Intendo letteralmente: credo di aver staccato a morsi un pezzo di braccio a un’infermiera. Mi divincolavo con così tanto vigore che a un certo punto mi ficcarono una siringa in una chiappa neanche fossi una vacca. Prendete nota: mai far togliere a una bimba rompicoglioni le tonsille e le adenoidi, almeno non senza averle detto prima che per un paio di giorni dovrà mangiare soltanto gelato.

Quando sono cresciuta, ho smesso di fare scenate. Mi sono limitata a evitare gli ospedali come si eviterebbe il virus ebola. Che dentro ci fossero mia madre o mia sorella o mio padre o mio fratello (sì, ci sono stati tutti tranne che io) non importava. Sapevo che mi avrebbero colpevolizzata, sapevo che si sarebbero arrabbiati, ma sapevo anche che là dentro avrei dato di matto.

Ho scansato triage e reparti finché Miamiglioreamica mi ha chiesto di accompagnarla a trovare il suo fidanzato dell’epoca, che giocando a calcio s’era procurato lo stesso infortunio di Ronaldo e ne andava fiero. Quindici minuti netti, poi m’è mancato il fiato e me ne sono andata. Un’altra volta ho accompagnato DearLowe, che andava a trovare una vecchia fiamma, e la mia resistenza è migliorata: mezz’ora.

Con un altro amico ho resistito un’ora e qualcosa, ma soltanto perché ci siamo messi sulle scale antincendio e non mi sentivo soffocare tra quelle quattro mura che puzzano di malattia, dolore e disinfettanti.

Erano parecchi mesi (quasi un anno?) che non mettevo piede dentro a uno di quei posti brutti, ma la scorsa settimana il caso ha voluto che l’astinenza fosse interrotta.

A lavoro ho una collega in gamba, con la quale condivido l’ufficio e pure un po’ di chiacchiere. Qualche giorno fa, quando le toccava solo mezza giornata, ha pensato di andare a fare shopping, soltanto che la sfiga non era d’accordo con lei. Le dinamiche dell’accaduto non mi è dato saperle, fatto sta che mi sono ritrovata a correre al pronto soccorso, ché dice che l’avevano investita e non s’erano neanche fermati per chiederle come stava.

Se sei spaventata e preoccupata, mica ci pensi che la gente in camice, le fleblo, la tosse (c’è sempre qualcuno che tossisce, negli ospedali) e le scarpe di gomma non ti hanno mai resa una donna felice.

Sono arrivata in sala d’aspetto, l’ho superata con stoico coraggio, e mi sono diretta all’accettazione, dove sono riuscita a dire nome e cognome della collega: a quel punto mi hanno aperto le porte dell’inferno. Un corridoio lungo e stretto pieno di barelle: uomini anziani, donne anziane, giovani già anziani. Tutto sapeva di stantìo. E poi stanzette minuscole, con sei posti a sedere e una sola finestra, gente che sanguinava e altra gente che ansimava. La mia collega era tutta ammaccata, ma stava bene, sarei dovuta andare via in quel momento. E invece.

Non so quale da quale abisso altruista del mio animo sia venuta fuori la frase «aspetto finché non arrivano i tuoi, tu intanto vai in radiologia», so soltanto che l’ho detto. Dieci minuti dopo, lei tornava da radiologia e io non facevo in tempo a dire «non mi sento granché bene»: trac! Ero svenuta. Proprio, gambe che cedono, occhi che si chiudono, la gente che ti spinge sulla sedia a rotelle e ti dice che devi prendere aria perché sei pallida, e il dottore che ti sfotte, bastardo, perché la tua collega «bell’aiuto che s’è ritrovata».

Che poi aveva ragione, mica dico di no. Solo che un po’ di tatto, un po’ di buone maniere, un po’ di sana ipocrisia.

Recuperata l’energia per reggermi sulle mie gambe, sono scappata. Non avrei dovuto, mi sarebbe toccato restare ancora là dentro, ché la pressione bassa, signoramia. Piuttosto, mi lanciavo dalla finestra.

Quasi correndo sono rientrata in macchina, ho tirato un sospiro di sollievo e ho realizzato: se George Clooney non avesse mai sostituito Massimo Dapporto nel mio immaginario clinico, quella figura di merda non l’avrei mai fatta.

«Tenere fuori dalla portata dei bambini»

giugno10

Una volta, a una festa di compleanno, ho incontrato il ragazzo che bacia meglio al mondo. L’ho visto solo quella sera, un sacco d’anni fa, ma ancora lo ricordo con estremo languore. Ero minorenne e vagamente in forma, nonché bardata a festa come un carretto siciliano.

Lui stava lì, universitario, sorridente, carino, pesce fuor d’acqua, accento paesano che a me piaceva tanto, solitario. E io stavo a pochi metri, parlavo con DearLowe del fatto che m’ero fatta la ceretta. «DearLowe», le dicevo, «oggi pomeriggio mi sono depilata. Ho pensato che c’era ‘sta cosa della festa e che mi dovevo mettere questo vestitino cortocorto appena sub-inguinale e allora mi sono depilata. Era una ceretta buonissima, al cioccolato, che veniva voglia di leccarla invece che di spalmarla».

Il Miglior Baciatore del Mondo è scoppiato a ridere. Io sono diventata color porpora, perché non pensavo che stesse ascoltando, non volevo mica che mi sentisse parlare di peli, e strappi e varie altre amenità. DearLowe non sapeva cosa dire, e s’è defilata, andando a prendere un altro bicchiere di vino, mentre io balbettavo all’indirizzo del Miglior Baciatore del Mondo che forse sarebbe stato meglio che non ascoltasse nulla.

Lui rideva, abbronzato e coi denti bianchi. Io pensavo di sotterrarmi, e notavo quanto fosse carino. Per farla breve: della mia presenza a quel compleanno non c’è nessuna testimonianza fotografica, giacché mi sono impegnata a scoprire le qualità del Miglior Baciatore del Mondo per dargli il nickname adeguato.

Il giorno dopo, sono andata a scuola con una sciarpa che mi copriva fin sopra le orecchie: c’erano oltre trenta gradi, ma l’alternativa era rischiare che denunciassero il Miglior Baciatore del Mondo per tentato strangolamento, o per vorace cannibalismo.

Lui non l’ho mai più rivisto, ma da allora le Dears mi hanno attaccato addosso un marchio: io sono quella che parla di peli.

Che poi è pure vero, eh. Sorella è un uomo mancato e Fratello è un orango, un po’ più carino. Io, se vogliamo essere un po’ sinceri, così male non me la passo, eppure dell’argomento sono un’esperta, ché le tecniche di epilazione possibili e immaginabili le ho provate tutte, mi manca solo quella a luce pulsata e del filo indiano, ma costano troppo quindi se ne parla quando sarò diventata ricca e famosa, o quando il mio capo avrà deciso di pagarmi uno stipendio adeguato al mio contratto, dunque siamo già nell’iperuranio.

Dev’essere per tutte le ragioni sopra enunciate che un po’ di tempo fa mi è arrivata una mail in cui mi si definiva una «opinion leader» e mi si comunicava che mi sarebbe stato inviato un aggeggio Wilkinson dalle non meglio specificate qualità miracolose. In sostanza: io e Cetto La Qualunque non avremmo molto da spartire. Forse, però, lui e il Signor Wilkinson qualcosina sì: no, dico, avete presente il video “Rasa il pratino“? Sorella sa fare il balletto a memoria, ve lo giuro su Cane, e sapete che su Cane non sarei mai capace di mentire.

In pratica, il signor Wilkinson mi ha mandato i prodotti a cui si fa riferimento in questo video, che del pratino da rasare di cui sopra dovrebbe essere l’erede designato. «Provali, e poi magari ci scrivi che ne pensi», mi hanno detto. Per la parte sul provare, capirete bene, problemi non ne ho avuti; quella sul raccontare mi veniva un po’ un casino. Come si fa a scrivere con nonchalance di un prodotto che si chiama “Chiomette perfette”? Giusto roba da fashion blogger, mica da LaCapa.

Mentre stavo là ad arrovellarmi sul senso della vita e del rasoio, Sorella ha recuperato la couvette dalla scatola all’interno della quale me l’hanno mandata, e ne ha estratto il mitico contenuto. «Cos’è questo?», mi ha domandato. «Un’enciclopedia Treccani», ho risposto sarcastica. Ma lei non s’è accontentata, è tornata alla carica inserendo la batteria nel manico del cortese omaggio – tutto rosa – del signor Wilkinson. Sembrava Homer Simpson con una barretta d’uranio impoverito tra le mani: «Ma vibra!», ha esclamato. «Serve a regolare la lunghezza!», ha continuato in estasi. «E ci sono perfino le formine!»: Sorella era irrecuperabile, l’avevo persa per quattro lame e un coso tipo quelli che si vedono nei film americani coi Marines, che arrivano alla visita di leva coi rasta di Bob Marley e ne escono pelati come Natalie Portman in “V per vendetta”.

Sorella girava per casa col rasoio acceso, lo usava per spaventare la povera Cane che, al pensiero di vedersi ridotta a un barboncino, si nascondeva sotto il letto di Madre e Padre. Fratello, memore di quella volta che gli depilai un gluteo a tradimento, era pallido e stava immobile, in camera sua, nella stessa posizione dei giocatori di calcio quando fanno barriera mentre un avversario sta per tirare una punizione.

Il signor Wilkinson ha gettato nel panico Casa LaCapa, poiché il suo prodotto è finito nelle mani sbagliate, cioè in quelle di Sorella. Sì, okay, ha inventato una cosa geniale, ma s’è scordato di scriverci sopra due importantissimi avvisi: «Causa dipendenza» e, soprattutto, «Tenere fuori dalla portata dei bambini».

Come l’acqua nei vasi comunicanti

maggio30

Quando si frequenta lo stesso gruppo di persone per tanto tempo, finisce che si capiscono pure i meccanismi che si innestano al suo interno, che non ci si stupisce di nulla, che ci si rende conto che le naturali conseguenze di talune affermazioni sono prevedibili, financo prevedibilissime.

In un gruppo di persone che si frequentano per tanto tempo, le notizie si diffondono velocissime, e prendono forme diverse rispetto a quelle che avevano all’inizio, cambiano connotati e incipit, punto titolo e conclusione. Le notizie partono in un modo e finiscono in un altro, come le affermazioni dei politici interpretate dalle grandi testate, come i volti delle attrici dopo le operazioni di chirurgia estetica.

Quand’ero al liceo, la mia classe era un telefono senza fili con ventisette passaggi, che veniva sistematicamente portato al limite massimo dalla temutissima prova di resistenza a cui ci sottoponeva, come fosse una tortura, il professore di educazione fisica. In sostanza, dovevamo correre per un chilometro in cerchio nel cortile di scuola. Era il panico.

«Ma, per caso, che tu sappia, così, a titolo informativo, a fine quadrimestre dobbiamo fare la prova di resistenza?», bisbigliava qualcuno al suo compagno di banco. Nel giro di un’ora, un urlo agghiacciante rintronava l’aula: «Oh, ma avete sentito? Oggi a terza ora facciamo resistenza, e pure le prove di velocità». Non importava se quel giorno l’educazione fisica non fosse nemmeno in programma, noi avevamo già dato per certo qualcosa che era stato esclusivamente sussurrato, con un punto interrogativo finale, per di più.

Con le Dears, anche se non sono ventisette, è più o meno la stessa cosa. Capita che tu dia un’infomazione a una e non all’altra, ma tanto lo sai che sarà nota a tutte in qualche giorno al massimo. Si tratta di un ottimo meccanismo per tenerci tutte aggiornate quando il tempo per vedersi o sentirsi scarseggia, ormai lo sappiamo, sono anni che lo usiamo in maniera quasi sconsiderata.

Anche perché, poi, è divertente rimettere insieme i tasselli, e cercare di capire a che punto della filiera un quadrato è diventato un cerchio, e come. Solo che non ci riusciamo mai a individuare il momento esatto del cambiamento.

Tipo: qualche giorno fa, le ho avvisate che, per il ponte del 2 giugno, sarei stata impegnata con il fidanzato trasfertista per un weekend, giusto il tempo di tentare di far finta che millequattrocento chilometri di distanza a noi ci fanno un baffo.

Semplice, lineare.

L’altro ieri, ero al telefono con SeMiRilasso. Parlavamo del più e del meno, e a un certo punto lei m’ha chiesto: «Ma la stai preparando la valigia?». La valigia?, mi sono chiesta. Che ci dovrei fare con una valigia? E perché mi servirebbe? «SeMiRilasso, perché dovrei preparare la valigia?».

La risposta mi ha fatta sognare spiagge bianche e cieli tersi, monumenti da visitare e macchina fotografica per fare la turista: «Per la tua vacanza, no? Non parti col trasfertista? Non vi fate una settimana daqualchepartenelmondo?».

Io e Trasfertista staremo fuori tre giorni, tre, a poco più di ottanta chilometri da casa mia. Ci spostiamo da Catania a Siracusa: certo, si sa che a Siracusa, dentro al Teatro Antico, ci stanno leoni e zebre, ma da qua a chiamarla «qualchepartenelmondo» ne passa.

«SeMiRilasso, ma chi te l’ha detto?»

«Non lo so, la gente, qualcuno, boh, DearLowe?»

Il giorno dopo, ero al telefono con DearLowe: «LaCapa, sei pronta per il viaggione?» «Viaggione? Quale viaggione?» «Dai, su, dove andate di bello? Liguria? Toscana?» «Ehm…» «Quant’è che state? Cinque giorni?».

A quel punto le ho spiegato, e quando le ho chiesto chi l’avesse male informata ha risposto: «Non lo so, la gente, qualcuno, boh».

Così ci ho rinunciato. Non ho ancora sentito Dearfriend Porno e Miamiglioreamica, non oso domandarmi cosa si dirà della mia assenza durante la tradizionale scampagnata del 2 giugno, né spero di essere risparmiata da questo gioco dei vasi comunicanti. Però, per la prossima volta, ho già elaborato una strategia di difesa: butto là, a mezza bocca, che vado a seguire Medici Senza Frontiere in Pakistan, e subito dopo vado a fare un reportage in India, e poi mi sposto in Australia con uno scrittore pazzo e cieco.

Una cosa più assurda di questa non si può inventare: magari invece di raccontare robe per eccesso le raccontano per difetto e c’azzeccano.

Gentile collega,
in allegato il comunicato stampa relativo al MADEINMEDI 2011 e una cartella con alcuni scatti delle scorse edizioni del defilé.
Il MADEINMEDI è la settimana del fashion e del design dell’area euromediterranea: organizzato dall’Accademia Euromediterranea, coi patrocini del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Sicilia e della Provincia Regionale di Catania, si terrà dal 6 al 12 giugno al Centro Fieristico e Culturale “Le Ciminiere” di Catania e darà spazio ai migliori talenti emergenti dei territori bagnati dal Mediterraneo.
Oltre agli studenti dell’Accademia, sfileranno stilisti da tutta la Sicilia, come il brand Siculamente, e dal resto del mondo, quali la yemenita Aber Gazzi e la coreana Hyunjoo Chung.

E poi i casting, gli shooting, i workshop dell’Istituto Italiano di Fotografia e “Pregustando l’Expo”, la manifestazione che viene direttamente da Milano e mette insieme il riciclo, la moda e l’attesa per l’Expo 2015.

Ospite speciale di questa edizione sarà la collezione di Antonio Attisano, il giovane licatese prematuramente scomparso lo scorso inverno, le cui creazioni sono state realizzate per volere dei genitori.

Per informazioni, interviste, foto in alta risoluzione:

Contatti stampa MADEINMEDI 2011

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