Straniero era un camionista e aveva un cuore

novembre16
Perdeva i giorni a chiedere un bacio e a volerne altri cento, come l’amore che fugge da De André.

Li amava tutti, i suoi uomini. Duravano una settimana o due, se arrivavano ad un mese erano anime gemelle, di quelle storie così profonde da immergercisi come in una vasca da bagno con tanta schiuma e olio profumato.
Di mestiere faceva la cassiera in un autogrill nel bel mezzo del nulla della Salerno-Reggio Calabria.
Aveva trentacinque anni, un passato da commessa, barista, segretaria e casalinga prostituta, niente figli, nessun rapporto con la sua famiglia. Ma non perché avesse litigato coi genitori, soltanto perché si annoiava a chiamarli ogni tanto per comunicare d’essere viva, di aver trovato un nuovo lavoro e d’essersi fidanzata con Straniero, camionista napoletano che parlava solo in dialetto, ma talmente stretto che nessuno riusciva a capirlo. Neanche fosse stato inglese, per dire.
Somigliava a Vasco Rossi, Straniero, e lei l’amava perché "Alba chiara" era la sua canzone preferita.
Aveva amato anche CassaDaMorto, che faceva il becchino a Roma ma era di Agrigento e non lo sapeva perché s’era trasferito, visto che pure in Sicilia la gente muore (anzi, muore prima che nel Lazio). Lo aveva amato per il suo essere allampanato e per la sua somiglianza con Lerch, il maggiordomo della famiglia Addams. CassaDaMorto si vestiva sempre di nero ed era un uomo straordinariamente allegro, brillante e ottimista.
Prima di CassaDaMorto c’era stato Pesce, la bruttezza fatta meccanico. Boccheggiava, come un pesce fuor d’acqua, e balbettava, perché non sapeva mai se quello che stava dicendo era la cosa giusta. Il fatto che qualunque cosa dicesse era sempre quella sbagliata confermava i suoi timori e atterriva la sua autostima.
Straniero aveva superato ogni limite sentimentale: erano cinque mesi che s’incontravano con discreta regolarità in una piazzola di sosta a due chilometri di distanza dall’autogrill dove lei lavorava. Lui aveva persino fatto lavare gli interni del suo autoarticolato, perché lei era una signora e non poteva poggiare il suo corpo fragile e mezzo nudo su un sedile ancora segnato dalle macchie di quel panino con la maionese e l’uovo che, nel 1983, c’era caduto sopra e là era rimasto, nonostante l’odore terribile, per i due giorni ininterrotti di viaggio fino alla Romania.
Quando facevano sesso, la chiamava "farfallina", "principessa", "coniglietta" e in mille altre maniere, ma queste tre erano lei uniche che lei riuscisse a capire.

Straniero, una mattina, si presentò all’autogrill con un mazzo di fiori di plastica. La trovò baciare appassionatamente l’Avvocato, che faceva veramente l’avvocato, era ricchissimo, bello come un sole e stupido come un ciuco. S’era innamorata del suo andare in giro in doppiopetto, perché le ricordava CassaDaMorto.

Straniero rimase davanti alla casa a fissarla. Quando lei riaprì gli occhi e riprese il possesso delle sue labbra, incrociò lo sguardo distrutto di lui. Gli sorrise: «I fiori sono per me?», domandò.
«Sì», le rispose lui, glieli diede e se ne andò, dopo aver comprato un panino con la maionese e l’uovo, sperando che fosse della stessa partita di quello del 1983. Morire d’indigestione sarebbe stata una bella morte, a suo ingenuo parere.

Risalì sul camion, Straniero. Doveva arrivare fino a Trieste e di strada ce n’era ancora tanta, lo sapeva.
E sapeva anche che non avrebbe fatto altro che pensare a lei, per tutti i chilometri a seguire.
«La prossima volta, i fiori li compro veri», si disse. In italiano.

Sono meglio i girasoli

aprile23
Era distrutto d’amore, quell’uomo là.
Però nessuno lo sapeva e lo guardavano tutti di sottecchi, storcendo il muso, parlottando tra sè su quanto fosse strano il suo sguardo.
«E’ un ladro!», si diceva in giro.

Lui passava e ripassava con la sua Vespa 50 special nei dintorni di un palazzo rosa, che profumava ancora di pittura fresca.
Quando arrivava davanti all’ingresso, toglieva gli occhi dalla strada e li dirigeva sulla facciata, fissando non si sapeva bene cosa.

Gli inquilini del palazzo rosa parlavano.

«Ha puntato un appartamento. Sarà il mio? Chiamo i carabinieri, se continua…»

Ma che potevano fare i carabinieri? Lui stava sulla strada, non intralciava il traffico. Certo, era uno spreco tutta quella benzina per circumnavigare un palazzo rosa odoroso di vernice.
Doveva essere un furfante.

Aveva gli occhi tristi, ma quelli non li si notava. Come non si notavano le occhiaie, e il naso rosso di pianto.

Non una persona si chiedeva, con curiosità e non con sospetto, quali fossero le ragioni del suo pellegrinaggio.
Gli orari, poi, erano standard.
Le otto meno dieci del mattino, le tredici e quaranta, le sedici e cinque, le venti e cinquantatrè. Sì, le venti e cinquantatrè, e quei tre minuti non sgarravano mai.

Il padre di famiglia dell’ultimo piano, alla fine, i carabinieri li chiamò davvero.

Quelli lo attesero all’imbocco della via, e lo riconobbero immediatamente: casco slacciato, Vespa 50 special bianca, testa già voltata verso l’edificio.

I documenti erano apposto, armi non ne aveva, droga nemmeno.

Rispondeva passivamente alle domande che gli facevano e, ogni tre per due, lanciava un’occhiata al palazzo.
Una ragazzina, in quel momento, aprì il portone e si mise a portare a passeggio un cagnolino color crema.
Incuriosita, fingendo indifferenza, si avvicinò abbastanza da poter origliare ciò che l’uomo diceva ai due tipi in divisa che lo interrogavano.
Uno, esasperato, gli domandò:
«Insomma, ce lo spiega o no perché, sempre alla stessa ora, passa da qua? Non ce l’ha un lavoro, una casa, qualcosa da fare?»
L’uomo, allora, si lasciò cadere sul marciapiede e iniziò a singhiozzare .
Piangeva, come un bambino.

«Piange? E perché piange? Suvvia, si comporti con decenza, si asciughi quelle lacrime e vada via. Badi a non passare più da qui, ché la denunciano se continua!»

L’uomo aveva aperto i rubinetti e non poteva frenarsi.
«Non posso, non posso…», e le parole gli morivano in gola, strozzate.
«Non può? Ma che dice? Scherza?»

L’uomo si fregò il naso con le mani e, dopo qualche istante, riuscì a calmarsi.

«Cosa ne vuole sapere, lei? Se non guardo quella finestra, muoio, le dico che muoio!»

La ragazzina e il cane, intanto, s’erano accostate. Lei, ricciuta e magrolina, aveva tirato fuori dalle tasche un pacco di fazzolettini e l’aveva porto allo sconosciuto. Il cane scodinzolava.

I due carabinieri erano interdetti, mentre la ragazzina s’era accomodata sul marciapiede e, in silenzio, gli aveva cinto le spalle con un braccio, e gli dava delle pacche, a mò di consolazione.
Non era poi così vecchio, l’uomo.
E soffriva per amore, soffriva immensamente.

L’aveva conosciuta un giorno che pioveva e lei cercava di ripararsi sotto la tettoia di una fermata dell’autobus. La sua Vespa s’era inchiodata e lui, spingendola sotto il diluvio, era arrivato alla stessa, salvifica, fermata.
Avevano cominciato a discutere del tempo, poi dello spazio, poi della metafisica. Quando ha smesso di piovere, loro stavano ancora a chiacchierare.
Era successo tre anni prima.
Lui l’aveva cercata per giorni, a quella fermata, ma non era riuscito a trovarla. Ci aveva messo un mese a rassegnarsi ma, alla fine, ce l’aveva fatta. Quando la vide con quel vestito giallo, il giorno del matrimonio di suo cugino, non seppe reprimere un sorriso.
Le andò incontro, fuori dalla chiesa, e la salutò come se si fossero visti appena mezz’ora prima.
Lei non aveva idea di chi lui fosse: non ricordava di quel pomeriggio, chè era sempre così distratta.
Lui la riaccompagnò a casa, quella sera. Una palazzina rosa, che profumava di vernice.
Lei gli regalò una margherita gialla, che s’era appuntata sul seno in mattinata, e lo invitò a salire.
«Non offrirmi un caffè, sii più originale…»
«Okay, allora ti preparo una camomilla!»
Terzo piano, seconda porta a destra del pianerottolo. C’era un fiore di carta attaccato sopra: una margherita.
Bevvero la camomilla, parlarono e poi fecero l’amore, sul divano, una, due, tre volte. E si addormentarono.
Era successo proprio tre anni prima.
E la loro relazione era andata avanti finché lei non gli aveva chiesto di sparire.

I carabinieri se n’erano andati quando lui aveva iniziato a descrivere il vestito della futura moglie di suo cugino. La ragazzina e il cane, però, non s’erano allontanati.

«Capisci? Io passo da qua quando lei si avvicina alla finestra: appena alzata, al mattino, dopo pranzo, alla prima sigaretta della giornata, quando stende i vestiti ad asciugare, nel pomeriggio, e dopo cena, il momento dell’ultima sigaretta. Non voglio esserci quando esce o rincasa, perché magari pensa che la pedino. Mi basta vedere la sua ombra passare, riconoscerne le forme dall’altra parte della tenda…»

Non voleva provarci, a riprendersela, ché negli occhi di lei aveva letto il gelo.
Ma vederla da lontano gli bastava.

«Non sono un ladro; voglio avere il tempo di abituarmi alla sua assenza.»

Il cane piangeva, iniziava a strattonare il guinzaglio per rientrare in casa.

«Te ne devi andare. Scusami, non volevo trattenerti troppo.»

La ragazzina, sempre senza dire una parola, si alzò e tornò dentro. Aprì il portone, se lo richiuse alle spalle e sparì in quel palazzo rosa che profumava di vernice.
L’uomo salì in sella alla Vespa, si mise il casco -senza allacciarlo- e fece per ripartire.
La finestra del secondo appartamento a destra, terzo piano, si aprì.
L’uomo si affrettò, per non farsi vedere, ma non fu lei ad affacciarsi.

La ragazzina gli fece un cenno, lo invitò ad avvicinarsi: lui, confuso, annuì.
Lei gli lasciò cadere ai piedi una margherita di carta.

Vista così, da lontano, lei non sembrava così bambina. Pareva la sua donna, più giovane, quando l’aveva conosciuta.

«Adesso qui ci abito io…», gli disse allegramente. «Col mio cane, ovviamente!»

Lui rise, con gli occhi ancora pieni di lacrime, rise.
Che fine avesse fatto la precedente inquilina, questo a lei non era dato saperlo, però la casa era calda ed accogliente.
«Adesso che so cosa ci accadeva sopra, farò cambiare il divano!», mostrò un sorriso divertito e chiuse le imposte.

Due mesi dopo, l’uomo distrutto d’amore passò ancora sotto quel palazzo rosa che profumava di vernice.
Fermò la Vespa e rimase in attesa.
Aspettò due ore, finché un cagnolino color crema varcò la soglia del portone, seguito da una ragazzina un po’ donna con un vestito giallo.
Le si avvicinò e, timidamente, le chiese:
«Ti ricordi di me?»
«Certo!» annuì lei, e la sua voce brillava.
«Se ti faccio compagnia a portare in giro il cane, dopo, mi offri una camomilla?»
«Magari ti offro un caffè, ché la camomilla non mi piace. Ah, per futura memoria: alle margherite preferisco i girasoli.»

Un valzer impolverato

novembre7
Tutti si domandavano che senso avesse che quella orrenda radio rimanesse inutilizzata sulla mensola sopra la macchinetta del caffè, in ufficio.
Di legno, a forma di rettangolo irregolare, aveva un rosone proprio al centro e, in basso, un paio di bottoncini che dovevano servire a sintonizzare le frequenze. Non era mai sporca, nemmeno un granellino di polvere.
Gli impiegati si comportavano come se non esistesse. S’alzavano dalle loro scrivanie, attraversavano il corridoio senza pareti tra le varie postazioni dei colleghi e arrivavano nel fondo della grande e spaziosa sala, agguantavano un bicchiere di plastica e si versavano un caffè. Sopra le loro teste, la radio osservava la scena.
Il Capo era alto ed imponente, coi capelli rossi e gli occhi verdi. Aveva la faccia lentigginosa e la fronte spaziosa: un brutto viso messo in evidenza da un taglio quasi militaresco.
Era la sede di un’agenzia d’assicurazioni. Telefoni squillavano i continuazione con trilli assordanti e sempre diversi, eppure nessuno pareva farci caso. Conversazioni a distanza chiuse ed aperte nel giro di pochi attimi, firme virtuali su contratti inesistenti.
Alle sedici-in-punto, non c’era situazione d’emergenza che tenesse, alle sedici-in-punto, con fragore sconclusionato, ogni sedia veniva spinta indietro, ogni computer spento, ogni tesserino timbrato e ogni posto abbandonato con sommo sollievo. Chi si allentava la cravatta, chi si cambiava le scarpe, chi accendeva il cellulare, chi prendeva dalla ventiquattrore le chiavi dell’auto posteggiata fuori, in pieno divieto di sosta.
Quando la grande stanza rimaneva vuota e immersa nella penombra delle luci spente, una porta di legno sulla destra si socchiudeva. Il Capo controllava che tutti fossero andati via, usciva dal suo regno e, lentamente, arrivava nello spazio vuoto davanti alla macchinetta del caffè. Allungava un braccio, premeva un pulsante e accendeva la vecchia radio. Tutt’intorno si spandeva la melodia di un valzer viennese.
Il Capo s’inchinava al nulla, tendeva una mano all’aria e, dolcemente, domandava:

<< Vuole concedermi questo ballo? >>

E poi volteggiava, da solo, per ore ed ore, fino a notte inoltrata. Ballava col fantasma di una bella dama che nessuno, eccetto lui, avrebbe mai potuto stringere. In quei momenti, quasi metafisici, si sentiva felice.

Poesia io?

giugno17
Ieri sera s’è consumata l’Ultima Cena, con tanto di molteplici baci di Giuda.
E’ un classico: gli studenti dell’ultimo anno invitano i professori a mangiare una pizza in serenità, prima degli esami. Il problema era la mancanza della suddetta serenità: s’è parlato tutto il tempo d’esami. Quando cominciano gli orali? Il 27 Giugno. Il v-e-n-t-i-s-e-t-t-e G-i-u-g-n-o? Esattamente.
Bhè, a fine serata gli insegnanti, tenerissimi, hanno regalato a ciascuno di noi un libro. Testi tutti diversi, assegnati per pura casualità.
Apro il mio plico… "Questo amore – poesie per giovani innamorati", di Jaques Prévert.
Io non leggo poesie. A dire il vero, mal le sopporto, tranne per qualche eccezione che voi avete potuto apprezzare in giro per queste pagine. Prévert è una di queste eccezioni…
Appena sono tornata a casa, all’una minutopiùminutomeno, ho cominciato a leggere. Ed è finita che le ho lette tutte. Una per una, qualcuna anche più volte.
Vi posto qua questa, così:


I ragazzi che si amano

I ragazzi che si amano si baciano
In piedi contro le porte della notte
I passanti che passano se li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
E se qualcosa trema nella notte
Non sono loro ma la loro ombra
Per far rabbia ai passanti
Per far rabbia disprezzo invidia riso
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Sono altrove lontano più lontano della notte
Più in alto del giorno
Nella luce accecante del loro primo amore.

Bhè, ecco. Mi piace, tutto qui.

Edit (ore 15:51):
Oh cribbio, che madre degenere che sono! Oggi il mio pargolo compie un anno. Il mio primo anno da blogger…

Non chiedetemi perchè

febbraio7
Sonetto XVII

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, entro l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sè, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, nè quando nè da dove,
t’amo direttamente senza problemi nè orgoglio:
così ti amo perchè non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.


[Pablo Neruda]

dali_meditative_rose

[E' tutta colpa di San Valentino che si avvicina. Lo so. No no, tranquilli, la vostra affezionatissima blogger NON è innamorata ed è contentissima di non esserlo!]

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