“Ulisse” e l’attimo che gli ha cambiato la vita (e il nome)

marzo11

«Signor Ulisse»: tocca chiamarlo così, «Signor Ulisse». Perché Ulisse il suo nome vero non può più dirlo, non da quando ha assistito a un omicidio di camorra e ha deciso di raccontarlo alle Forze dell’Ordine, non da quando è un testimone di giustizia.

Lo intervistiamo a Catania, a margine di un incontro organizzato dall’associazione Rita Atria sul valore della testimonianza nella lotta alla mafia. Cammina sotto una pioggerellina fitta, fuma un sigaro sottile, aromatizzato, e parla con voce misurata.

«Era il 15 ottobre del 1990, ero in automobile con mia moglie, sulla tangenziale di Napoli. Avevo fatto da poco un viaggio in Sicilia, era passato circa un mese dall’omicidio del giudice Rosario Livatino, e io, sentendo la storia di Pietro Nava, che ha assistito a quell’uccisione e in seguito l’ha descritta agli investigatori, ero rimasto molto colpito. “Bravo”, pensai, “ha fatto la cosa giusta”. Non sapevo che mi sarebbe toccata la stessa sorte».

Ulisse guidava e la moglie gli era accanto, quando hanno visto un uomo zoppicante e ferito affannarsi, scappare da un altro uomo con in mano un’arma da fuoco. «Avevo capito cosa stava succedendo e ho fatto una brusca manovra, ho tentato di investire il tizio armato, ma sono stato troppo lento. Il pensiero di fare del male a qualcuno mi atterriva, ho frenato di colpo». E ha visto coi suoi occhi il resto: l’uomo ferito che viene raggiunto, atterrato e finito dall’altro, che gli spara a sangue freddo e fugge via a piedi.

«Non sapevo che qualcun altro che si trovava lì per caso, il fratello di quello che scappava, era stato ammazzato da pochi istanti. Si trattava di una vendetta, di un agguato progettato per un regolamento di conti. L’assassino era stato chiamato a “mettere in regola” una questione di otto anni prima»: la camorra ha la memoria lunga.
«A cambiare tutta la mia vita ci ho messo pochi attimi, quelli che sono serviti a me e mia moglie per guardarci in faccia e decidere di andare a denunciare tutto», e lo sguardo tradisce l’emozione. Quindici giorni dopo, l’assassino è stato arrestato. Poi il processo e la condanna all’ergastolo in via definitiva: «Non gli hanno dato nessuna attenuante, ma lui non ha mai parlato, non ha mai fatto nomi di chi era con lui, non ha mai confessato. Mi sono informato sulla sua vita, l’ultima volta l’anno scorso: è ancora in galera, e non era affatto una cosa certa visto come vanno queste cose in Italia».

 

Continua a leggere il resto dell’intervista su Step1. Lo so che non è un contenuto da blog, però mi piace pensare che ci siano storie che bisogna far conoscere. E questa è una di quelle.

Moira Orfei ha sedici anni e si comporta come Ivana Trump

marzo6

«Ho bisogno di fare una foto al mio outfit da pioggia»: io a una frase del genere risponderei usando un ombrello a mo’ di clistere. Tu mi dici che hai «bisogno» di fotografare te stessa vestita come al solito, solo che fuori piove, e io ti rispondo portando un ombrello (di quelli grandi, colorati, con la punta di metallo) dove non batte il sole. Mi sembra uno scambio comunicativo sensato.

Peccato che a pensarla così fossi io soltanto, in quei giorni là, a Milano, quando m’è capitato di sentire i discorsi di alcune di quelle che si fanno chiamare «fashion blogger» e passano il loro tempo a raccontare su un blog (blogspot.com, di solito) di quella volta che sono andate a fare shopping, hanno comprato un sacco di cose bellissime, le hanno pagate quanto un viaggio a Dubai e poi sono arrivate a casa e, orrore!, c’era un filo fuori posto o un bottone un po’ lento, una roba che bisognava andare dall’avvocato e fargli causa, a questi stilisti che non sanno cosa sia la qualità.

Le «fashion blogger» sono una categoria vasta, per descrivere la quale ho bisogno di un po’ di paraculismo: ognuno ha le sue passioni, se la tua è la moda sono problemi tuoi, non mi frega niente, ma io a cena con te non ci vengo, anche perché non capirei quello di cui parli né potrei intervenire nella conversazione. Tipo, io neanche sapevo cosa fosse Lanvin prima che facesse la collezione con H&M.

Se il punto fossero gli interessi, sarei pazza io, perché rientrerebbe tutto in quei discorsi sulla convivenza civile. Ma il punto non sono gli interessi, il punto è il vuoto pneumatico nella testa di talune di queste ragazzette che si credono Carrie Bradshaw e vorrebbero fare Sex&TheCity nella provincia veneta, solo che invece di Mister Big il massimo a cui possono aspirare è Renzo Bossi.

Sanno tutto della vita delle star, delle modelle, degli stilisti e dei galoppini del mondo della moda, e poi ti guardano con l’aria spaesata e ti domandano: «Scusa, mi sai dire un sinonimo di abito?». Camminano con le reflex al collo, ma le usano in modalità «automatica», non hanno idea di cosa sia il «tempo d’esposizione», ma l’importante è che si veda bene che «No, vabbè, io senza la mia Nikon non saprei fare niente». No, tesoro, tu non sai fare niente, e basta.

Sorridono davanti ai flash, sanno qual è il loro profilo migliore e urlano come fossero sulle montagne russe quando viene comunicato loro che «c’è del vip watching da fare». «Vip watching»: no, non è una malattia rara. È quella cosa che tu stai davanti all’ingresso di una sfilata di un nome noto e aspetti che passi una very important person qualunque. E la fotografi, salvo poi dire: «Ehi, ma hai visto quant’era vestito da poveraccio?».

Si presentano per nickname, al quale associano immediatamente l’url: «Ciao, io sono Fashionesticazzi, di Fashionesticazzi.blogspot.com». E se non le conosci s’imbronciano. «Ma come? Io sono quella che hanno preso per il culo su quell’altro blog». Sì, perché alcune «fashion blogger» la notorietà la misurano in base a quanto vengono sfottute in giro per la rete, salvo poi offendersi mortalmente se qualcuno dice che hanno le cosce grosse o le caviglie brutte: «Cioè, ma è proprio da malattia, cioè. Io sono una persona molto intelligente e molto ironica, ma puoi insultarmi soltanto se io ti do il permesso, altrimenti dimostri che sei uno che non ha una vita. Please, get a life!».

Quindi, in pratica, se le vuoi sfottere, devi fare una richiesta ufficiale, te la fai timbrare dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e poi speri che loro dicano che sì, puoi sostenere in pubblico che quello smalto azzurro puffo con pois giallo evidenziatore l’avresti visto bene addosso a Moira Orfei, e non su una sedicenne che parla come una venticinquenne sciocca e si comporta come Ivana Trump.

Ma dev’essere che quello loro è stile. E si sa che io di stile non ho mai capito una mazza.

http://www.step1.it/index.php?id=6887-ulisse-e-l-attimo-che-gli-ha-cambiato-la-vita-e-il-nome«

«Lei non sa chi sono io…»

marzo2

Certe cose mica capitano tutti i giorni. Cioè, magari a Catania no, ma a Milano, in questa città che corre e scivola sulla pioggia, è possibile che sì. Durante la settimana della moda, poi, la percentuale di roba strana che ti può succedere aumenta esponenzialmente in base alla fama di cui gode lo stilista alla cui sfilata vuoi assistere.

Ieri pomeriggio, alla Statale, c’era Missoni. La sua sfilata, dico, oltre che lui in carne e ossa, con un maglioncino colorato che mi ha fatto tanta tenerezza, anche perché sembrava un po’ mio nonno e io quasi quasi gli volevo bene.

Comunque, la sfilata di Missoni era aperta al pubblico e io ho deciso di andarci. Ero là fuori, in fila, guardavo tutte queste tizie che camminavano coi tacchi altissimi, che pesavano due grammi (contenuto della borsa compreso) e che mi ricordavano che per quanto una possa essere caruccia ci sono esseri viventi che sono chiamati «donne» e in realtà vengono da un altro pianeta.

E io non sapevo chi fossero. Ogni tanto, un fremito percorreva la folla: «Oddio, l’hai vista? Lei è (inserire nome di modella a caso), quella che ha fatto la sfilata di (inserire stilista a caso) il (inserire data a caso) a (inserire località scognita a caso)».

Conscia della mia ignoranza, tacevo e mi lasciavo superare, sempre in fila, accontentandomi di quello che a scuola sarebbe stato un misero ultimo banco da castigo.

D’un tratto, accanto a me si posiziona una donna, molto bella, molto alta, molto di un altro pianeta pure lei. Solo che, a differenza mia, lei per la sfilata di Missoni aveva un invito. E non un invito poco vistoso, proprio una pergamena gigantesca, una roba che urlava «A me Missoni in persona mi fa il baciamano, l’inchino e mi offre pure la cena».

Leggi il resto del post sul blog delle sfilate di Donna Moderna. Lo so che non è bello riciclare la roba, ma abbiate pazienza: c’ho sonno.

Scatti di buio (ovvero, dello sfacelo dell’editoria nostrana)

febbraio10

Ve lo volevo presentare. Magari a voi non importa niente, però esiste. È là. Sono passati quasi due anni dal giorno in cui ho saputo che qualcuno sarebbe stato costretto a pubblicarmelo, quel racconto breve che è solo l’inizio della mia vita, la mia vita che dovrà essere un romanzo.

Ve lo giuro: è brutto. Bruttissimo. L’ho riletto duemila volte, e non riesco a trovarci niente di buono. Eppure, ogni volta che arrivo alla fine, è sempre là, una lacrima fa capolino tra le ciglia, e mi ricorda che, per quanto lo stile sia infantile e forzato, quella storia raccontata è ancora un pezzo di me. Riesce a farmi male e a commuovermi, riesce a ricordarmi chi sono, per quale ragione mi comporto così, adesso. È capace di farmi tornare in mente che so provare delle emozioni fortiforti, e che so raccontarle.

Ho raccontato il Parolaio.

Quindi, c’è il mio nome su una copertina. Diobuono, hanno ragione quando dicono che l’editoria in Italia è allo sfacelo.

Tristi corrispondenze (che non spedirò mai)

gennaio21

Cari papà e mamma,

il più delle volte io non vi capisco mica. Lo so che il mestiere del genitore, per chi non lo è, è imperscrutabile, però so anche che ci sono cose che per quanto uno si sforzi di trovarci un senso, un senso non ce l’hanno (citazione involontaria).

È una vita intera che litighiamo, io e voi. Non ricordo un periodo della mia esistenza che non sia stato connotato da discussioni furibonde fatte di urla, lacrime e strepiti, che questa casa me la facevano disprezzare come nessun altro posto al mondo. Quando sono cresciuta e ho cominciato a lasciarmi scivolare addosso le incomprensioni, ho cercato di prendere i lati buoni della nostra convivenza forzata. E ne ho trovati, non è che dico il contrario. In fondo è bello quando si ride tutti insieme.

C’è una cosa, nonostante tutto, che non avete mai digerito. E ogni volta che potete me ne fate una colpa.

Cosa? Il fatto che io non sia un’aspirante avvocatessa, o medico, o ingegnere, o maestra di elementari. Insomma, tutti i ragazzini che avete conosciuto voi, a sedici anni, volevano fare un mestiere concepibile, nessuno aveva assurde velleità artistiche. Non avete mai sopportato l’idea che, quando mi si chiedeva cosa volessi fare da grande, io rispondessi «la giornalista, oppure la scrittrice».

Mamma, ti ricordi di quella volta che tornavo dalla presentazione del libro di Marco Travaglio? Era il periodo in cui ero follemente innamorata di lui e m’ero messa in testa di leggere tutto “Mani sporche”. Ero appena rincasata, e avevo gli occhi che mi brillavano. Tu stavi cucinando e io ti ho detto: «È la cosa più bella del mondo». «Marco Travaglio?», hai domandato, scettica. «No, il sogno più grande della mia vita», ti ho risposto.

«E quale sarebbe?»

«Scrivere»

A quel punto sei scoppiata a ridere. Forse per superficialità, forse per stupidità, forse per tutt’e due le cose messe assieme, hai affermato di getto: «Scrivere? Prendi un foglio di carta e una penna e scrivi, tanto più di questo non sarai mai in grado di fare».

Non avresti potuto dire niente che mi ferisse di più. E mi feriva ogni volta che vincevo un premio e venivi alla premiazione senza sapere neanche di cosa si stesse parlando, perché ogni racconto che ho scritto non hai mai avuto il tempo di leggerlo. E papà lo stesso.

Tutt’e due vi siete sempre impegnati tantissimo, per farmi desistere da questo strano obiettivo che mi guida ancora oggi, dopo anni. Iniziavo ad andare alle riunioni di Rivista di Grido e uno dei miei articoli lì non l’avete mai nemmeno visto in pagina; cominciavo a scrivere per Step1 e l’unica vostra preoccupazione era rimproverarmi perché passavo troppo tempo davanti al pc, togliendolo allo studio. E gli esami che continuavo a superare con voti alti non li contavate, però.

La volta che stavo scrivendo il mio primo pezzo di giudiziaria è emblematica. Era il caso del boss depresso che dal 41 bis era passato ai domiciliari: ero andata in Procura a chiedere al p.m. che si occupava del caso, avevo beccato per una botta di fortuna il procuratore generale e per un clamoroso colpo di culo – notare il climax ascendente – lui aveva scelto di dire a me, prima che a tutti gli altri giornalisti, che l’indomani si sarebbero appellati alla decisione del giudice.

Sono tornata a casa in fretta e furia, dovevo scrivere quel pezzo, ché metti che la notizia usciva Step1 perdeva l’esclusiva. Tra una revisione e l’altra – era pur sempre il mio primo articolo di giudiziaria, era scritto malissimo – s’era fatta ora di cena. «Papà, un attimo, devo finire di scrivere questa cosa importantissima!», avevo biascicato io, senza staccare gli occhi dallo schermo del pc.

E tu, papà, hai cominciato con la tua filippica: «Questo gioco deve continuare a lungo? Quando la smetterai di fare così e capirai che la giornalista non la farai mai?».

Non provate neanche a negare, mamma e papà, perché ho i miei testimoni: le Dears, che si sorbivano i miei pianti ininterrotti, dalle quali correvo ogni singola volta che davate una dimostrazione di tatto e di fiducia nelle mie capacità. O il povero Èsolounamico, al quale toccavano le mie paturnie e le mie insicurezze, al quale spettava il compito di incoraggiarmi al posto vostro, sennò mollavo.

Il vostro atteggiamento nei confronti del mio mestiere è cambiato una volta soltanto: quando ho ricevuto quella telefonata da Palermo, dal giornale che ho sempre sognato, immaginandolo il punto d’arrivo dopo una carriera trentennale in piccoli fogli di quartiere. Il capo di quella redazione là, quella dove ero certa avrei messo piede prima dei sessant’anni solo in pellegrinaggio, mi chiamava per un colloquio. A me che sbaglio i congiuntivi e i tempi verbali.

Quando ve l’ho detto saltavo di gioia, e avevo già deciso di prendere la macchina e andare. Invece no: voi dovevate accompagnarmi, per forza. E abbiamo discusso di nuovo, perché dopo tutto quello che avevate fatto per farmi desistere ero convinta (e lo sono tutt’ora) che fosse ipocrita da parte vostra volerci essere nel momento in cui ero veramente la donna più felice del mondo. Mi domandavo cosa ci aveste messo di vostro per farmi arrivare al punto in cui qualcuno mi telefonava per farmi un colloquio. E la risposta era sempre «niente».

Alla fine ho ceduto. L’insegna di quella caspita di redazione l’ho fotografata col cellulare, stropicciandomi gli occhi, perché non poteva essere vero.

Quello è stato il colloquio di lavoro peggiore della mia vita, eppure con gli articoli che gli ho mandato devo averli fatti ricredere: non mi hanno pubblicato niente, però qualche complimento me l’hanno fatto, e mi invitavano a non lasciar perdere, ché il rodaggio è necessario.

Nel frattempo è arrivato gennaio, ho cominciato due lavori part-time e il tempo per scrivere è diminuito fino ad azzerarsi. Pensavo di dover resistere per un mese e basta, ché poi uno dei due contratti scadeva, e invece oggi un capo mi ha chiesto di restare. Contratto, contributi, stipendio fisso, ferie, ufficio: ma giornalismo non ce n’è da nessuna parte.

Così sono tornata a casa, mi sono seduta attorno al tavolo con voi, e ve l’ho detto: «Mamma e papà, mi offrono di diventare una persona seria. La proposta ha i suoi pro e i suoi contro, li valutiamo insieme e mi aiutate a scegliere?». Vi ho detto che i soldi mi farebbero comodo, che in fondo il posto non è male, che riuscirei comunque a trovare il tempo per studiare e che sarebbe una gran fortuna. D’altra parte, però, significherebbe tirarmi fuori dal mondo del giornalismo per almeno un anno, che è un sacco di tempo, lasciare alle ortiche il contatto con la redazione dei miei sogni e mollare Step1, che è il posto dove mi hanno insegnato tutto quello che so. In pratica: qualche guadagno contro la mia passione.

E voi avete reagito come se vi avessi punti nell’orgoglio.

Papà, tu sei stato il migliore: «E ancora con ‘sta storia che vuoi fare la giornalista. Basta! Non sei stata capace di farti pubblicare niente da quelli là, non l’hai capito perché? Non è fattibile, non è cosa tua, guadagnati il pane, piuttosto. La giornalista… I giornalisti scoprono le cose, tu che vuoi scoprire? L’acqua calda?».

Game, set, match.

Se firmare il contratto oppure no non l’ho ancora scelto, però ho preso una decisione, che vi riguarda direttamente: non siete più autorizzati a farmi stare male come adesso. E per evitare che vi sentiate in diritto di, facciamo che io la smetto di rendervi partecipi della mia vita professionale, che ormai era l’unica che v’era rimasta. Perché se in ventun anni non avete ancora capito che mettere parole una dietro l’altra è l’unica cosa che mi fa stare bene con me stessa e mi rende veramente felice, dubito che di me capirete mai altro.

Con immutato affetto,

Luisa

posted under fuck | 10 Comments »
« Older Entries