Di quest’altra volta che ho deciso di mettermi in forma

by lacapa

Ho di nuovo deciso che sono grassa. In realtà, è una decisione che prendo periodicamente, perché ho abbastanza buonsenso da essere obiettiva in merito al mio aspetto. Per esempio: so di avere i capelli disordinati e non particolarmente piacevoli da guardare, so di avere il viso troppo irregolare per apparire bello, so di non essere fotogenica e so di avere un brutto sedere. So anche di non avere una figura slanciata e di peggiorare la situazione con il mio abbigliamento. Ma con queste cose fai i conti quando hai sedici anni, poi da grande te ne fai una ragione e passi oltre, tentando di non peggiorare oltremodo una situazione che Madre Natura non ha reso delle più favorevoli.

Un bel po’ di tempo fa, io e Monsieur Déjàvu ci siamo visti per uno dei nostri soliti appuntamenti di chiacchiere. Non che d’abitudine lui faccia commenti sul mio aspetto, ma quando un uomo che non vedi da tanto tempo non ti dice nemmeno un banale «Ti trovo bene» allora vuol dire che ti trova malissimo. Il di lui silenzio era stato debitamente eloquente. Alcuni mesi dopo, nel corso di un altro dei nostri appuntamenti di chiacchiere Monsieur Déjàvu l’ha ammesso: «LaCapa, eri grassissima. Non t’ho voluto dire niente per non offenderti, ma quei jeans che ti stavano stretti… Insomma, eri un bove». Per fortuna, lo sapevo benissimo. Altrimenti, un commento del genere avrebbe distrutto la mia autostima. «Adesso no – ha continuato quella volta – adesso va un pochino meglio». In occasione dell’incontro successivo, la mia trasformazione era completata: «LaCapa, sei in gran forma!», ha detto. E io potevo smettere di sudare freddo: ero tornata decente.

Adesso, anche senza il confronto con il più sincero dei miei ex, so di essere di nuovo in una fase calante. Per questo ho deciso di porre rimedio alla rotondità nel modo più semplice ed economico che conosco: andando a correre. La corsa è la consolazione degli anti-atleti, il placebo dei flaccidi, la vergognosa risposta dei pigri alla propria decadenza muscolare. La corsa è, ben più che la dieta (e la dieta, signori miei, è possibile solo se vostra madre non è Madre), pubblica dichiarazione di disperazione.

Martedì scorso ho aperto il mio armadio e ho cercato una tuta. Ho proprio avuto bisogno di arrivare in fondo, nei meandri dei miei abiti, per trovare un paio di pantaloni grigi della Nike comprati al primo anno delle superiori in un negozio che è fallito l’anno scorso (inteso come 2013). Ho recuperato una maglietta da casa, di quelle che usi quando vuoi fare le pulizie in pieno stile Cenerentola, ho cercato – senza trovarne – delle scarpe da ginnastica diverse dalle Converse, e ho scaricato sul mio smartphone un’applicazione che ti dice quante calorie bruci in quanto tempo, ti incita a fare meglio e ti rimprovera se fai troppo schifo. Armata di auricolari e Spotify, sono andata a correre in un boschetto a due passi dal mare. Incurante del fatto che l’allergia mi stava uccidendo, senza pensare all’asma e a tutto quel polline che mi vorticava addosso, ho corso due chilometri e mezzo. Poi sono morta. E con «morta» intendo che ho faticato pure ad arrivare alla macchina senza stramazzare esanime al suolo.

Il risultato che ho messo in saccoccia era un disastro: sette chilometri orari, solo centosessantuno chilocalorie bruciate (due Fiordifragola, praticamente) e un grave imbarazzo. Intenzionata a non mollare, il giorno dopo ho fatto passare un pigiama di Tezenis per una tuta e sono tornata nello stesso boschetto. Dopo due chilometri e nove grondavo sudore e non avevo il fiato neanche per maledire la cellulite. Il terzo giorno, quando la vocina dell’applicazione ha annunciato i tre chilometri ho sentito distintamente la musichetta che parte quando uno taglia un traguardo importante, mi sono vista con le goccioline di sudore illuminate da luce divina, impegnata a correre su Converse alate che neanche Mercurio, il messaggero degli dèi. Mi sono detta: «Non posso fermarmi adesso, posso continuare, posso migliorare ancora». Quando mi sono accasciata su una panchina, valutando l’ipotesi di non alzarmi mai più, credevo di aver fatto altri miliardi di chilometri: erano cento metri. Ma io ero felice.

In pieno delirio di onnipotenza ho deciso di darmi degli obiettivi: quattro chilometri, cinque chilometri, dieci chilometri. Una volta che avevo fatto quei primi tre, chi avrebbe potuto fermarmi? Chi avrebbe potuto frapporsi fra me e un fisico asciutto? Chi, sul serio, chi avrebbe potuto interrompere la mia trasformazione in una donna in forma? La risposta l’ho avuta chiara in occasione dell’allenamento successivo: il mio corpo. Ho guadagnato i due chilometri con estrema difficoltà, fino a due chilometri e quattro ho arrancato, ho aggiunto cento metri fissando l’applicazione, implorandola di mandare avanti più velocemente quei numeretti. Per un attimo ho sperato anche che il solito molestatore del boschetto – un ragazzotto poco più che ventenne che mi usa la cortesia di approcciarmi in modo più o meno fastidioso ogni volta che ne ha l’occasione – cominciasse a corrermi dietro come al solito, giusto affinché mi facesse da stimolo ad andare più veloce. E invece niente, neanche lui quel giorno aveva deciso di aiutarmi a non mollare.

Così ho chiuso la sessione col risultato peggiore di sempre. Per tentare di tamponare la sensazione di fallimento, mi sono ammazzata di addominali. Finiti quelli, mestamente, sono tornata a casa col mio carico di lardo e inettitudine. «Domani farò meglio», mi sono detta. Era la scorsa settimana e la mia applicazione mi rimprovera perché da allora a correre non ci sono andata più. «Lunedì ricomincio», mi sono ripromessa, sognando, finalmente, un’estate in cui non dovessi vergognarmi di mettermi in costume da bagno. Ma si sa: la strada per la magrezza è lastricata di barrette al cioccolato.