Il giudizio dell’orefice

by lacapa

Quando ho raccontato a Dearfriend Ballerina di aver incontrato il mio Cavaliere, lei mi ha chiesto: «Dove l’hai conosciuto?». La sua prima domanda in realtà io proprio non me l’aspettavo. Immaginavo che mi domandasse chi fosse o quando fosse spuntato, invece mi ha chiesto proprio «Dove l’hai conosciuto?».

Per risponderle ci ho dovuto pensare un pochino. Perché il mio Cavaliere non saprei dire dove e quando l’ho visto per la prima volta. Sento parlare di lui dacché avevo dieci anni, più o meno. Sorella l’aveva per compagno di classe alle superiori e ogni giorno, quando tornava a casa da scuola, aveva qualcosa di buffo da raccontare, un aneddoto, una scemenza, uno scherzo fatto a questo o a quell’altro professore. Ho sempre pensato che fossero un bel gruppo, tutti insieme, e sul nome del mio Cavaliere non mi ero mai soffermata troppo. Ero piccola e li invidiavo anche perché loro erano quelli grandi, quelli che uscivano la sera e andavano a scuola da soli. Quando sono cresciuta, quando sono diventata abbastanza grande da poter frequentare lo stesso giro di Sorella, non li ho mai incrociati. Io e Sorella, del resto, non abbiamo mai condiviso niente di più che la nostra stanza. Amici, interessi, obiettivi: era tutto diverso.

È rimasto tutto diverso finché non ho preso un autobus per tornare in Sicilia da Milano, nel bel mezzo dell’estate. Giusto un paio di giorni prima del compleanno di Sorella. «Visto che sei a casa – m’ha detto lei – mi fai un paio di torte per la serata?». Il menù prevedeva una torta meringata al limone e una con lo yogurt e le pesche. Ma quel pomeriggio la pasta frolla mi è caduta dalle mani tirandola fuori dal forno, e mentre preparavo la frolla nuova s’è bruciata la torta allo yogurt. E, come se non bastasse, mentre tentavo di tagliare il fondo bruciacchiato della torta allo yogurt, s’è annerita la meringa. Insomma, un disastro. «Stasera vieni? – ha domandato Sorella – Così i commenti sulle torte li senti di persona». Ero in imbarazzo, avevo rovinato tutto. Ma, allo stesso tempo, avevo voglia di passare una serata fuori, il programma mi piaceva e, in fondo, erano solo gli amici di Sorella. Non avrei dovuto cercare un vestito carino, non avrei dovuto truccarmi e/o preoccuparmi di essere ordinata. Bastavano un paio di jeans.

Quando siamo arrivati, un pochino in ritardo e con due brutte torte sotto braccio, il mio Cavaliere ha detto: «Tu! Io ti leggo sempre, ho il tuo blog tra i preferiti!». «Ecco – ho pensato – La serata inizia bene: già uno che mi prende in giro, vediamo il resto».

A Dearfriend Ballerina ho deciso di raccontare questo, come primo incontro. E lei ha commentato: «Lui ha un blog?» «Non che io sappia, ma non credo» «Fa comunicazione, marketing o roba simile?» «No, fa l’ingegnere» «Frequenta gente che sta su internet? Passa la vita sui social network?» «Non mi pare» «E il cellulare, il cellulare? Ha sempre il cellulare in mano?» «No, Dearfriend Ballerina, non l’ha mai preso il cellulare, quella sera». Dearfriend Ballerina, dopo il suo interrogatorio, ha festeggiato: «Finalmente, LaCapa! Finalmente uno normale, uno diverso da tutti quegli altri, uno che ha un nome vero prima di un nick! Sono contenta, la vedo bene!». Lei la vedeva bene, io la vedevo strana.

Carino era carino, era riuscito a convincermi ad andare a correre, a sudare, e poi mi aspettavano tre settimane in città prima di tornare a Milano, un diversivo poteva essere utile. In ventitré anni non avevo mai passato con mia Sorella più tempo del necessario, nel giro di una settimana ero con lei a ferragosto e pure in vacanza su un’isola più isola della mia isola. Un po’ sono state le stelle cadenti, un po’ le passeggiate notturne, un po’ quei baci dati dietro l’angolo che «Fai piano, e se gli altri ci sentono? E se gli altri ci vedono?» «Che t’importa se gli altri ci scoprono?». A lui importava, perché quello che nasce in vacanza finisce in vacanza.

Io, dal canto mio, ero tranquilla. Sembravo «tranquillona», avrebbe detto lui qualche settimana dopo. Pensavo, però, che fosse complicato. Mi stavo prendendo una cotta e lo sapevo. Dovevo decidere dove fermarmi, a che punto smettere. «Non lo so, Dearfriend Ballerina – le dicevo, cercando consiglio – È che io devo tornare a Milano, lui vive a Catania, e poi è nel pieno del suo segmento verde, mentre il mio è quasi finito, lo so, mi conosco». DearLowe, pure lei, mi diceva che era chiaro, che «si vede che lui è il classico simpaticone, prendi quello che viene ed evita tutto il resto».

Il mio Cavaliere sembrava destinato a restare una parentesi di metà agosto. E quel giorno che, in spiaggia, gli ho dato un bacio sulla spalla e lui non s’è neanche girato a guardarmi mi sono detta: «LaCapa, niente illusioni». Sono riuscita a tenere fede al mio proposito per non più di qualche giorno. La buffa idea di mantenere un certo distacco ha cominciato a vacillare quella volta che m’ha riportata a casa che già albeggiava. Quella stessa buffa idea è quasi andata distrutta la volta che insieme, io e il mio Cavaliere, abbiamo passato la serata perfetta, e non smettevamo di ridere e non c’era dubbio: ci stavamo divertendo. E io ero felice.

Il mio Cavaliere l’ho sognato con una decappottabile bianca, mi diceva che dovevo fidarmi di lui perché mi avrebbe portata in un posto bello. Da quando ho deciso di dargli ascolto nella vita vera, mi sono accorta che tutti i posti in cui mi porta sono posti belli. E Milano, nel frattempo, è sparita dal mio orizzonte: le cose di lavoro che c’erano, ed erano diverse, a un tratto non c’erano più. Ero tornata in Sicilia, era appena finita l’estate, e il mio Cavaliere mi sorrideva e mi diceva «Ma guardati come sei bella» (con quel tono là, quello di chi ci crede).

Tutti questi momenti dolci, e questa tenerezza, e questa botta di fortuna senza pieghe e stropicciature, e questa felicità senza un graffio di ruggine sono durati poco. Giusto il tempo che io facessi le valigie per rientrare e lui ricevesse una telefonata che gli diceva di fare le valigie per partire. «Io resto e tu vai via», ho detto al mio Cavaliere, e ho sospirato. Poi sono andata a lamentarmi in giro. «Vedi, Collegamica femminista e rivoluzionaria, una storia a distanza… Io proprio non ce la posso fare». A quel punto Collegamica femminista e rivoluzionaria ha detto, come spesso le capita, una cosa molto vera: «LaCapa, non importa quello che vuoi o quello che puoi, le cose scelgono da sé la strada che devono prendere – mi ha spiegato – Certe decisioni crediamo di prenderle noi, invece le subiamo. Quest’ultima, per esempio, è chiara già adesso: basta guardare quant’è largo il tuo sorriso».