Sì, mi piacciono le candeline rosa, e allora?

by lacapa

L’anno scorso per il mio compleanno sono andata al supermercato a comprare una candelina rosa, poi in pasticceria a prendere un tortino di mele monoporzione sul quale piantare la candelina, infine in enoteca, a scegliere un vino dolce col quale brindare. «Che sia buono», avevo detto al tizio dell’enoteca. «Farai un figurone», mi aveva risposto. Potevo lasciar cadere la cosa là, ma ho chiarito ugualmente: «È per me». Lui mi ha sorriso: «Che bella cosa».

Io non avrei detto che fosse una bella cosa. Bere da soli è raramente una bella cosa. Cioè, lo è se sei in pace con te stesso, se va tutto alla grande, se stai bene. Io mi sono guardata un po’ da fuori e ho capito che sarebbe stato un compleanno strano. Ero stata a casa coi miei fino a un paio di giorni prima, e avevo detto a Trasfertista che tornavo a Milano per lui.

Il giorno prima del mio compleanno ho preso il solito aereo dell’alba, che ha fatto le solite mille ore di ritardo. Sono atterrata stanca e sfatta, sono andata a casa, e ho aspettato che tornasse da lavoro. Credo fosse fuori città, o a una cena, non ricordo. Ricordo che è arrivato poco prima di mezzanotte e che mi ha trovata già quasi addormentata. L’indomani è scappato in ufficio presto, e lo sapevo, era giusto così. Mica il mondo si ferma perché è il tuo compleanno, mica la gente smette di andare a lavoro perché tu invecchi. Del resto, Trafertista lo sapeva che io non amo il mio compleanno, ero stata io a dirgli «Non voglio fare niente di che». E lui mi aveva presa in parola.

Ho capito che quel «niente di che» sarebbe stato proprio «niente» quando mi ha scritto che stava uscendo dall’ufficio e stava andando dritto in palestra. Io ho pensato: «Sono da sola da tutto il giorno, fa freddo, è il mio compleanno, e lui non può nemmeno saltare una lezione di yoga per me, non può nemmeno tornare due ore prima a casa per me». Mi veniva da piangere ed ero arrabbiata. Ma era il mio compleanno, forse non l’ho scritto abbastanza, e non volevo rovinarmi il mio compleanno.

Così ho deciso che, visto  che non ci pensava lui, ci avrei pensato io. Il tortino monoporzione mi sembrava una buona idea. E anche il vino. Niente bollicine, volevo il Malvasia, ma il Malvasia l’enoteca non l’aveva e allora sono andata di passito. Il passito mi piace. La cena non avevo voglia di prepararmela. «Prenderemo una pizza, magari, e la mangeremo sul divano».

Quando è tornato a casa non aveva voglia di pizza, ché l’aveva mangiata la sera prima. «Cinese?», faccio io. «No, cinese non mi va – replica lui – Voglio il sushi». Siamo usciti. Abbiamo passato mezz’ora buona ad aspettare che il suo ristorante di sushi preferito gli preparasse (solo a lui, io non mangio pesce) il pacchetto per l’asporto, poi siamo andati al cinese – il mio preferito, stavolta – e abbiamo aspettato ancora. «Che hai?», mi chiedeva. Mi vedeva giù, diceva. Non avevo niente, ché figurarsi se potevo avere qualcosa, io.

Quando a casa ha visto le candeline, ne ha presa una e mi ha chiesto, ridendo: «Maddai? Ti piacciono le candeline rosa?». Sono arrossita. Poi ha visto il vino: «Dove l’hai preso?», ha domandato. «Nell’enoteca di cui mi parli sempre tu» «Ah, hai sbagliato: lì i vini dolci non sono granché. E in quella busta del mio forno preferito cosa c’è, invece?» «Ho pensato che sarebbe stato carino spegnere la candelina, bere un bicchiere, mangiare un dolcino» «Ah, hai preso un dolce» «Sì, perché?» «In quel forno sono bravi solo col salato, i dolci non mi piacciono». Era il mio compleanno e avevo sbagliato l’intera organizzazione di una serata a cui, nella migliore tradizione romantico-cinematografica,  avrebbe dovuto pensare lui. Pure il più scalcagnato dei miei frequentanti del passato aveva fatto di meglio.

Era buffo, perché per la prima volta in vita mia di quel giorno mi importava. Per la prima volta avevo delle aspettative, volevo delle cose. Aveva un significato che io fossi lì e non in Sicilia, coi miei amici, all’Ostello a bere come tutti gli anni. E invece è stato un brutto compleanno. A pensarci l’unico brutto compleanno. Poi sì, ridevo, scherzavo, sorridevo. Non subito, certo. Sulle prime avevo voglia di scappare, di correre da Deafriend Ballerina, dall’altra parte della città, per guardare in faccia un volto amico. Ma sono rimasta là a guardare Trasfertista che aveva capito di avermi ferita ma non si capacitava del come, e allora diceva «Sai che questo passito non è poi così male?» e «Questi dolci li ricordavo peggio, invece sono buoni». Metteva una pezza.

Quest’anno non riesco a togliermi dalla testa quei due giorni, quella sensazione di inadeguatezza, e quella delusione. Perché non è che volessi chissà cosa. Io dico sempre che sono una pianta grassa perché mi fai campare serena con poco, oltre che perché sono grassa, ça va sans dire. Avrebbe potuto farmi felice con quasi niente, se solo ci avesse pensato. Se solo fosse tornato a casa con una bottiglia di vino. O con un muffin preso al McDonald’s perché «Ehi, non ho avuto il tempo di fare di meglio, ma auguri lo stesso». Quest’anno il pensiero di me che prendo la bici alle 19.30 per andare a comprare una torta di mele piccina piccina e le candeline e il vino non mi abbandona un attimo. E ho capito che avrei fatto bene, trecentosessantacinque giorni fa, a fare come ho sempre fatto: fregandomene. Ché tanto a dichiarare al mondo che invecchio basta l’avviso su Facebook. E quell’orrenda coppia di capelli bianchi lì sul ciuffo.