Una volta invece di «Freud» ho scritto «Froid»

by lacapa

Ho sognato di avere un cavaliere. E ho sognato che lo trovavo dal benzinaio. Non so cosa ci stavo facendo, là dal benzinaio. Però c’ero. La stazione di servizio era il gomito di una curva a gomito in una strada di montagna. Una di quelle strade che le vedi salire e arrampicarsi fino in cima. Come nei disegni dei bambini, no? Quelli in cui le Alpi sono dei triangoli tracciati col pennarello marrone e il cucuzzolo è innevato a zigzag d’azzurro e il sole è un cerchio un po’ sgorbio, giallo, coi raggi arancioni.

Nel mio sogno c’era questa strada che saliva e io guardavo le macchine passarmi davanti, ferma com’ero al rifornimento di benzina. Osservavo le auto fermarsi, fare il pieno e andare via. Poi arrivava questa decappottabile bianca, un poco sporca, piuttosto vecchia, in verità. E dentro c’era questo tizio, io lo conoscevo da anni, da quando era un ragazzino, ma non ci avevo mai parlato. Però salivo sulla macchina, sulla decappottabile bianca e un poco sporca. Così, di slancio.

«Andiamo?», gli dicevo.
«Andiamo», mi rispondeva. E mi sorrideva.

Mi raccontava delle cose che non ricordo, gli raccontavo delle cose che non ricordo, e poi gli domandavo: «Senti, ma tu che fai nella vita?». «Il cavaliere», era la sua risposta. Nel mio sogno, l’automobilista faceva di mestiere il cavaliere medievale, di quelli che arrivavano sul cavallo con le loro armature e s’innamoravano di dame vestite in modo improponibile. Di quelli su cui si scrivevano poesie d’amore cortese, protagonisti di lunghi racconti pieni di battaglie, magie e grandi ideali.

«Dove mi porti, cavaliere del mio cuore?», gli chiedevo.

Lui parlava un sacco, diceva mille cose, ma non mi rispondeva. E nel frattempo macinavamo strada, salivamo non so quanto, il sentiero era tutto curve e la montagna stava per finire. «Buon per te che io non soffra la macchina, cavaliere», facevo io, col vento che mi scompigliava i capelli corti e la mano destra fuori dal finestrino. «Parli sempre così tanto? Ho scelto la dama più fastidiose di tutte? Quasi quasi torno indietro e ti cambio con un’altra, sei ancora in garanzia», replicava lui.

Nel mio sogno io ridevo, chiacchieravo, ero contenta. Dopo mille curve e battute e frenate e brusche accelerate, lui si fermava in una piazzola di sosta con le nuvole vicine vicine. Scendevamo dalla decappottabile bianca e sporca, lui mi prendeva per mano e mi mostrava quello che c’era oltre il guard rail. Era una spiaggia con il mare azzurro e la sabbia gialla come la farina per la polenta.

«Hai visto dove ti ho portata, dama lamentosa? – mi diceva – Dovevi solo fidarti di me». Era a quel punto che il mio cavaliere mi lasciava senza parole. Poi mi svegliavo.

[Postilla: «Di questo passo scriverai un post che contenga le parole “sole, cuore, amore”» «Non accadrà mai, mica mi rincretinisco così facilmente, io»]