Le stelle non le vedi se sei miope

by lacapa

A me le stelle cadenti sono sempre piaciute. Non perché poi me ne facessi qualcosa, o ci credessi sul serio, però mi è sempre piaciuto stare a fissare la roba lassù. Perché mentre la fissi non devi per forza parlare, e pare buffo che una cosa così – questa del non parlare – la dica una che quando distribuivano il dono del silenzio era nell’altra stanza a raccontare di quella volta che.

A me le stelle cadenti sono sempre piaciute. E quest’anno avevo deciso di non guardarle nemmeno. «Tanto sono miope e astigmatica – mi dicevo – meglio non farsi illusioni». E poi avevo ricevuto quel messaggio di quell’amico: «Che brutta sensazione vedere una stella cadente e non sapere cosa desiderare», mi aveva scritto. Io ci avevo pensato e avevo capito che neanche a vederne una cinquantina di stelle avrei finito i desideri. Neanche a non perdermene nemmeno una, neanche a farmi regalare pure i desideri degli altri. Un po’ come in quella scena di Aladdin in cui lui dice «Userò il mio terzo desiderio per liberarti, Genio» e poi lo libera davvero.

A me le stelle cadenti sono sempre piaciute. Ti danno l’opportunità di inventare un sacco di sciocche teorie. Per esempio: le stelle viste con la coda dell’occhio non valgono, perché sono stelle di serie B. Sono valide solo le stelle che stavi fissando proprio quando hanno deciso di scivolare via e spegnersi nel nero del cielo. E poi non puoi formulare lo stesso desiderio più volte. Una stella è una stella, non è né padre Pio né una Madonna a caso: non fa i miracoli. Quindi se quella cosa che vuoi tanto non s’avvera a continuare a sognarla fortissimo non fai altro che sprecare desideri. Meglio cambiare, no? Conviene esprimere anche desideri facili: «Desidero trovare l’ammorbidente al mughetto in offerta al supermercato», «Vorrei tanto che la pasticceria giù in centro aggiungesse un velo di cioccolato alla torta che ne prevede sette». E desideri immediati: «Se solo qualcuno mi recuperasse un plaid» oppure «Magari piovesse un apribottiglie per questa birra qui».

A me le stelle cadenti sono sempre piaciute. Infatti alla fine anche quest’anno ho ceduto. Ero su una bella isola, in compagnia di gente che non sapeva bene che ci facessi io lì con loro. La spiaggia era là pure, perché, strano a dirsi, quando sei su un’isola il mare è ovunque ti giri. E mentre ero sdraiata sulla sabbia, con l’asciugamano umido e la felpa, mentre in testa canticchiavo che può davvero davvero davvero succedere (la colonna sonora per astri e comete è «The Universal» dei Blur, non ci sono dubbi), contavo le stelle che si schiantavano davanti ai miei occhi. Una, due, tre, quattro. Eccetera, eccetera, eccetera. Stavo bene, riflettevo. Riflettevo anche che era il caso di fare attenzione, perché la vita è in questi momenti che ti frega senza permesso, quando stai bene.

A me le stelle cadenti sono sempre piaciute. Ne ho portate a casa otto, qualche notte fa. E quando ho fatto i conti coi miei desideri mi sono accorta che li ho sbagliati tutti, ho saltato le priorità, dimenticato certe cose importantissime e ripetuto un paio di scemenze. E mi sono accorta anche che se invece di chiudere gli occhi e pensare forte a quello che vuoi stai là a rimuginarci e a strillare «Guarda là, una stella cadente!», perdi l’attimo, te lo lasci sfuggire. Butti al vento un’occasione. E chissà quando la farà poi il supermercato l’offerta sull’ammorbidente al mughetto.