Sei cretina vestita di lividi

by lacapa

Di quando salivo sul tatami per fare lezione di judo ricordo due cose: la puzza di piedi e i peli dentro le orecchie dell’anziano maestro. La palestra era a due passi da casa LaCapa, ed era continuamente piena di gente. Chi l’avrebbe mai detto che lo judo fosse uno sport così popolare. Io e Fratello ci andavamo tre volte a settimana, tutti fieri di indossare un kimono. Il Maestro era un uomo profondamente buono, ma c’era una cosa che riusciva a mandarlo del tutto fuori dai gangheri: la mia quasi totale incapacità.

E quel «quasi» era dovuto all’unica cosa che mi veniva veramente bene: le cadute. Le cadute nello judo sono fondamentali. Se cadi bene, eviti di farti male. Se cadi bene e batti con la mano sul tatami hai finito un incontro, hai perso, però hai fatto un rumore bellissimo. A me bastava che mi sfiorassero e io cadevo come una pera cotta. «Ehi, LaCapa, facciamo un incontro di allenamento?», e io al «LaCapa» ero già per terra. Col mio kimono bianco e la mia cintura giallo canarino.

Io sono una che cade. E non dico mica in senso metaforico (quello sì, anche, non è questo il punto). Io cado in senso fisico, reale, doloroso. Cado in continuazione, inciampo, non mi accorgo dei gradini, non vedo i marciapiedi che finiscono, non mi rendo conto di quant’è scivoloso quel tratto di asfalto là. Di solito, cado in momenti che mi faranno arrossire per il resto dei miei giorni. Perché una cosa è fare una figuraccia quando sei in compagnia di amici. Un’altra è quando dovresti assumere le sembianze di una femme fatale e invece sembri la copia scema di Sora Lella.

Una volta, per esempio, mi ero fatta prestare un vestito e un paio di stivali da Dearfriend Ballerina. «Amica mia – le avevo detto – stasera devo incontrare questo tipo e dammi retta se ti dico che è favoloso». Le avevo descritto nei minimi dettagli il piacere di chiacchierare, la bellezza del trovarsi d’accordo e del confrontarsi. Ma anche la carineria di quel flirt che ormai durava da un po’. «Stasera, cara Dearfriend Ballerina, voglio essere carina». Le avevo mostrato la gonna e il maglioncino che volevo indossare, lei aveva fatto una faccia tendente al disgustato e m’aveva detto: «Ma con quella roba là dove vuoi andare?». A quel punto aveva aperto il suo armadio: aveva tirato fuori questo bellissimo vestito con una scollatura che arrivava praticamente poco sopra l’ombelico. Largo abbastanza da permettermi di indossare cinquanta paia di calze – a Milano in quei giorni nevicava e faceva freddissimo – senza che si vedessero i segni della LaCapa insaccata. Poi aveva recuperato un paio di stivali con un tacco altissimo. E comodo, pure. «Ecco, mettiti questi, vediamo come stai». La sua consulenza prevedeva anche trucco e parrucco. Ero commossa. Quando sono uscita dalle sue mani, non sembravo neanche io.

Il tipo col quale avevo appuntamento, a giudicare dall’espressione che ha fatto quando m’ha vista, era d’accordo. A lui Dearfriend Ballerina sarebbe piaciuta un sacco, ma anche io – coi vestiti di lei – schifo non gli facevo. Sarebbe stato tutto perfetto, la serata perfetta, se, poche ore dopo, non fossi precipitata da un piano di scale davanti al suo sguardo esterrefatto. «Ti sei fatta male?», ha chiesto. Agata, la mia autostima, era devastata. «Uh, no, figurati, dannati tacchi», ho finto di ridere io. Ma lo sapevo che non erano i tacchi, lo sapevo che era la mia naturale goffaggine che veniva fuori quando non doveva.

Il Trasfertista si chiedeva continuamente come facessi a stare in piedi. Sapeva che quel mio stare attaccata al suo braccio non era solo un’abitudine, o una dimostrazione d’affetto. Sapeva che era una necessità, perché altrimenti sarebbe stato costretto a raccogliermi dall’asfalto, ammaccata e sfatta, impegnata a lamentarmi del terreno sconnesso, delle scarpe scomode, delle buche per la strada, delle piaghe d’Egitto. Una sera, scherzando, mi ha dato uno spintone e mi ha detto: «Guarda che ti lascio cadere». Naturalmente, ho messo un piede male e sono caduta davvero, all’indietro, con un triplo carpiato tra la banchina e la prima macchina posteggiata.

Qualche mese fa, mi sono lasciata trascinare all’Ostello da un simpatico conoscente. «Una birra, quattro chiacchiere», mi aveva proposto lui. Alla quarta birra erano passate le tre del mattino, noi ci facevamo gli occhi dolci e io, che non dormivo da giorni, avevo sonno. «Mi riporti a casa?», gli ho domandato. Ci siamo alzati, lui non ha fatto in tempo a porgermi il braccio, da perfetto gentiluomo, che io già mi lamentavo per il dolore, laggiù per terra. Non l’avevo mica vista quella buca tra i sampietrini, e c’avevo ficcato un piede dentro. La mia caviglia gridava vendetta, a me veniva da piangere, lui rideva. «Dai, che non ti sei fatta niente», diceva. Solo che poi sono finita al Pronto soccorso con un piede blu.

Tempo dopo, è toccato al ginocchio. «C’è questo concerto – mi aveva detto qualcuno – Beviamo una birra e poi andiamo insieme?». «Va bene», avevo accettato di buon grado. Tre birre dopo, era ora di cena. «Andiamo a mangiare una pasta veloce da me?» «Okay, ci vediamo là, io mi fermo a cercare una bottiglia di vino». Io volevo solo essere gentile. Comprato il vino e presa la metropolitana, mi sono ricordata un dettaglio non da poco: io mica lo sapevo dove abitava. Lui mi telefona, mi dà indicazioni a voce, arrivo al suo portone, lo apro e non mi accorgo di quel gradino minuscolo, piccolissimo, infinitesimo. Il cellulare vola, il vino lo tengo alto per salvarlo, ma il mio ginocchio sinistro non sembra aver gradito la cosa. Zoppico fino alla porta. Lui fa una faccia strana. «Hai visto tutto, vero?» «Sì» «Puoi far finta di niente? Possiamo non parlarne mai più?». Ci ho messo una settimana per camminare di nuovo normalmente, dico, senza sembrare Keyser Söze. Un pezzo di livido, a distanza di mesi, è ancora lì.

Ma dubito che guarirà presto. Anche perché ci sono caduta sopra un’altra volta. La settimana scorsa, ero fuori con della gente, persone che probabilmente se le incontrassi stasera neanche le riconoscerei. Insomma, ero fuori con questa gente, eravamo tutti presi dai nostri cocktail, tutti divertiti da non ricordo bene cosa, tutti chiacchieravamo di film, musica, cucina, e boh. Forse abbiamo esagerato, è che c’era quel barettino gestito da cinesi proprio davanti al locale, solo che da bere costava la metà che dentro al posto. E quindi uscivamo ed entravamo in continuazione, coi nostri bicchieri sempre pieni. Ci sono un sacco di pezzi di serata che non ricordo. L’indomani mattina mi sono svegliata all’ora di pranzo, più o meno. Ma tanto era domenica. Mi sono svegliata all’ora di pranzo e non trovavo gli occhiali. «Gli occhiali sono dentro la tua borsa», dice questo tipo che conoscevo dai tempi dell’università. «Eh?» «I tuoi occhiali sono dentro la tua borsa» «Perché?». Lui si mette a ridere, io intuisco e arrossisco. «No, perché ieri sera a un certo punto sei caduta e rischiavi di perderli». È stato in quel momento che mi sono accorta che avevo il ginocchio, lo stesso del livido, sbucciato. Come i bambini che giocano a calcetto per la strada. E ho pensato che quella canzone degli Afterhours mi calza a pennello. Quella che dice: «Forse non è troppo legale, sai, ma sei bella vestita di lividi». Solo che io sostituirei il «bella» con un più realistico «cretina».