Piccolo trattato sul groupismo

by lacapa

Madre quando m’ha fatta, m’ha fatta groupie. M’ha fatta bisognosa di modelli di riferimento, m’ha fatta tifosa, m’ha fatta così scema da credere che in tutto quello che non sono i sentimenti esistano il bianco e il nero, cioè il buono e il cattivo, sempre. Madre m’ha fatta facile allo sbrilluccichio degli occhi e al sorriso inebetito. Banalmente, Madre m’ha fatta cretina.

Forse è cominciato tutto la prima volta che Madre mi ha zittita perché alla radio passavano Claudio Baglioni. Forse è stato perché i racconti di quando a famiglia LaCapa è stata rubata una Fiat Cinquecento cominciano tutti con «Non lo dimenticherò mai, è stato il giorno che è morto Freddie Mercury». Forse è stato quel biglietto per un concerto degli 883 che mi è stato regalato da non mi ricordo più chi, dopo il concerto – quindi usato, ovviamente – che ho tenuto nel diario di scuola per tutti gli anni delle elementari.

Forse sono state tutte queste cose insieme, però il risultato inevitabile è che il groupismo mi scorre nelle vene come il sangue e la birra. Probabilmente ho capito cosa fosse questa tendenza a strapparmi i capelli la volta che ho visto «Almost famous» e ho scoperto che c’era gente che faceva roba ben diversa dal mio innocente imparare a memoria testi e biografie. Ma questo non mi ha fermata. Ho continuato a cercarmi idoli da difendere a spada tratta, idoli che non mi avrebbero mai delusa, per via delle loro indiscusse e indiscutibili qualità.

Ho cominciato con la musica, perché tutte le groupie iniziano con la musica. Fu facile, facilissimo per quanto mi riguarda. Il mio cuore ha battuto al ritmo di due artisti, profondamente diversi l’uno dall’altro. In ordine di fanatismo, il primo fu Billie Joe Armstrong, l’uomo universalmente riconosciuto come «un tipo». Avevo quindici anni, in tv esisteva solo Mtv (anche e soprattutto per via dell’inglese, per cui se dicevano le parolacce mia madre non lo capiva e non mi intimava di spegnere) e la mia cultura musicale praticamente non esisteva. C’erano i cantautori italiani, certo. C’erano i Queen, grazie a dio. C’erano i Dire Staits, grazie a Padre. Ma erano cose che avevo imparato di riflesso, cose che credevo mi piacessero perché non conoscevo altro. E i miei genitori erano talmente contrari all’uso di internet — con gli annessi metodi illegali per scroccare musica — che il mio primo vero computer – quello dal quale vi scrivo – è stato il regalo per i miei diciannove anni e l’iscrizione all’università. In quell’adolescenza senza note, entrò dalla porta della televisione «American idiot» dei Green Day. Neanche con il disco intero, con «Boulevard of broken dreams», nel cui video il caro frontman somigliava così tanto a quel ragazzo per il quale aveva una cotta Miamiglioreamica.

Da quella scoperta in poi, ogni centesimo lo mettevo da parte per andare in quel negozio di dischi in centro e collezionare la discografia intera di quei quarantenni di Berkeley. E siccome io e Miamiglioreamica eravamo (e siamo) povere entrambe, avevamo deciso di fare che una volta il cd lo comprava lei e la volta successiva io, così la discografia l’avevamo, però metà l’una e metà l’altra. Da «Boulevard of broken dreams» in poi, mi affannavo sulle strade del groupismo come una pietra che rotola. Incontrare Èsolounamico fu una manna dal cielo. Per molte ragioni, tra le quali il fatto che compilavo lunghissime liste di canzoni che avrei tanto sognato, e lui me le tirava giù da internet, una dopo l’altra, e me le metteva in bellissime compilation per le quali ancora gli sono grata. Senza di lui non saprei niente dei Metallica, degli Stone Roses, dei Prodigy, degli Oasis, dei Rolling Stones, di Bruce Springsteen, degli Eagles, dei Social Distorsion, dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin e di chissà quanta altra splendida musica oltre a quella che ho qui elencato a caso, in ordine non di preferenza ma di illuminazione.

Quando credevo di avere una solida conoscenza della musica del mondo alle spalle, sono arrivata alla mia prima importantissima conclusione: l’esterofilia a tutti i costi è una stupidaggine. C’è gente che suona roba orrenda anche in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ma soprattutto in Germania. Da cui, la mia seconda conclusione: con tutta la musica che avevo sentito, con tutti i cd che Èsolounamico mi aveva masterizzato, c’era una sola canzone che mi faceva piangere ogni singola volta che l’ascoltavo. Ed era una canzone di quelle che, nella mia fase-Mtv, credevo mi piacesse solo perché faceva parte del mio ristretto bagaglio musicale pre-scuolesuperiori e pre-Greenday. Era «Il mostro» di Samuele Bersani, contenuta in un cd che il fidanzatino di Sorella ai tempi del liceo le aveva regalato. Dentro c’era quasi esclusivamente Jovanotti. Ogni tanto faceva capolino Max Gazzè. E poi, trac!, «Il mostro» di Samuele Bersani. Che mi ricordava quand’ero piccolina, perché a Madre piaceva e ogni volta che capitava in radio faceva silenzio per sentirne le parole.

Samuele Bersani, nome in codice «l’uomo della mia vita», ha in sé tutto quello che ho sempre sognato da un idolo. In primo luogo, sembra uno sfigato. Tu guardi Samuele Bersani e non pensi «oh, questo qua doveva essere uno che nei corridoi di scuola aveva la fila dietro». Tu guardi Samuele Bersani e pensi che quello là era uno timido, di quelli che arrossiscono, di quelli che hanno un mondo tutto loro, di quelli che il loro mondo se lo coltivano come un orto in giardino. Poi non ha nemmeno un vocione. È uno di quelli che ogni tanto una stecca la prende. Però deve avere qualcosa in quelle mani e in quella testa, deve esserci qualcosa dietro quegli occhiali spessi come fondi di bottiglie, perché ha scritto «Il mostro». E quello che secondo me è il suo più grande capolavoro in una produzione di capolavori è pure il primo brano che abbia messo giù, e trovatemene un altro che abbia fatto un numero simile, su.

Samuele Bersani me lo sono trovata davanti due volte. Ed entrambe le volte non sono riuscita a dire mezza parola, impegnata com’ero a chiedermi se stava pensando che avessi una faccia da completa deficiente. Però amo spesso dire che il giorno che riuscirò a intervistarlo sarà il giorno in cui avrò realizzato uno dei sogni della mia vita. E amo spesso dire anche che non vorrei fare un’intervista qualsiasi, un’intervista da «signor Bersani, allora, ci racconti qualcosa di questo nuovo album». No. Io vorrei fare un’intervista alla Oscar Firmian a Evander Deltoid, per intenderci. E se non mi intendete è perché sto citando «Elogio di Oscar Firmian e del suo impeccabile stile», un libro di Enrico Brizzi talmente sottovalutato che l’abbiamo letto solo io, lui e sua madre. E nessuno di noi tre s’è preso la briga di creare una pagina Wikipedia che ne riportasse almeno la trama. Ma dicevo, un’intervista da divano di casa e chiacchiere, da «vuoi un tè? Quanto zucchero? Comunque, ti dicevo di quella volta che eravamo io e Lucio Dalla e la mia ex fidanzata mi aveva appena lasciato per mettersi con un agente immobiliare».

Crescendo, però, capita che una scopra anche nuovi tipi di groupismo. Il groupismo politico, per dire, affonda le sue radici in una vuota assemblea d’istituto sulla legalizzazione delle droghe leggere. C’era questo tizio del collettivo, pallido come se fosse malato di tisi, con gli occhi azzurri e quasi trasparenti, e la zeppola. Tutti inequivocabili segnali di bruttezza. Naturalmente, avevo una cotta per lui. E mentre i relatori di questa assemblea dicevano il loro conservatorissimo punto di vista, io mi fingevo interessata, perché volevo essere una ragazza interessata alle cose del mondo. E poi, giuro, anche perché le assemblee d’istituto in teoria erano delle cose didattiche, e non mi sembrava corretto sfruttarle per non andare a scuola e basta. Comunque, intorno alla fine di questa assemblea, quando ormai erano più i relatori che gli ascoltatori, il Tisico del collettivo si alza in piedi, e prende il microfono: «Mi pare che qua tutte le motivazioni contro la legalizzazione delle droghe leggere si limitino a “poi il passaggio alle droghe pesanti è naturale”. Il che sarebbe come dire che un bambino di sei anni fa l’altalena, gli piace, gli piace tanto, e siccome prova piacere subito dopo passa all’autoerotismo perché il piacere di prima non gli basta più». Non era la frase in sé, era il fatto che l’avesse detta davanti ai professori, e perfino davanti a un prete. Ho applaudito fortissimo. Forse il fatto che io non mi perda neanche un talk show politico parte da quel momento là. O forse dal fatto che i cortei e le manifestazioni in piazza mi piacciono tantissimo. O forse dal fatto che la politica è uno degli argomenti in cui è più facile fare i tifosi, cosa che mi riesce benissimo e che rende evidente la mia profondissima superficialità. O forse, possibilità paventata da molti, è solo che siccome mi piace Bersani Samuele, per associazione d’idee e non per altro mi sono presa una cotta immotivata per Bersani Pierluigi.

Per non parlare del groupismo professionale. Il migliore. Un po’ perché tutti gli altri groupismi li guardi da fuori, mentre i groupismi per quelli che fanno il tuo stesso mestiere sono groupismi con cognizione di causa. Giustificati, quasi. Cretinerie legate a «ma come mette le virgole bene» o «certo che deve aver avuto coraggio a tenersi il passaporto nelle mutante per tutto quel tempo» oppure «guarda come presenta i servizi come se facessero schifo tutti tranne che lui» o anche «quando si riavvia il ciuffo grigio vorrei essere la sua parrucchiera».

Ogni tanto, a guardarmi da fuori, sono indecisa se provare tenerezza o pena per me stessa. Non ho ancora deciso. Come ero indecisa qualche giorno fa su come comportarmi con la sorella decenne di Miamiglioreamica. Ero a casa di lei, stavo tentando di studiare, e questa bambina che conosco da appena nata o quasi è venuta verso di me con un foglio di carta e un pennarello. «Mi fai un autografo?», mi ha chiesto. «Che?», ho domandato. «Un autografo» «E perché?» «Perché sei famosa» «Io?» «Sì» «E chi te l’ha detto?» «L’altro giorno ti ho vista in tv» «A me?». A quel punto ho capito che dovevano aver mandato una replica della cosa peggiore che io abbia mai fatto, dell’orrendo intervento in una altrettanto orrenda trasmissione. «Senti, sorella decenne, ma poi con la mia firma che ci fai?» «La faccio vedere a scuola, così tutti sanno che ti conosco». Miamiglioreamica mi guardava – sadica – con l’espressione di chi vuol vedere come risolvi un problema grosso come un elefante. «Io adesso devo andare a casa e comunque non so scrivere coi pennarelli, facciamo che l’autografo te lo faccio la prossima volta?» «Mhhhh» «Te lo prometto, te lo faccio la prossima volta» «Va bene». «Sei una celebrità insensibile», ha riso Miamiglioreamica. Ma magari sua sorella cresce meglio di come non sia cresciuta io.