Segmenti rossi e segmenti verdi

by lacapa

Ogni volta che una mia storia è finita c’era sempre qualcosa che mi confortava. Perché il fatto di essermi messa con uomini che sin dall’inizio avevano mille problemi col concetto di «nuova relazione» mi esonerava da qualunque senso di colpa. Il Parolaio l’avevo tirato via a un’altra, mica dovevo stupirmi se poi lui pensandoci bene preferiva tornare indietro piuttosto che guardare avanti. Monsieur Déjà vu era nella sua fase di transizione post fidanzata troppo presente: ero il cuscinetto su cui appoggiarsi per dimenticare e prepararsi ad andare oltre. Lo sapevo all’inizio e lo sapevo quando mi ha lasciata. In questi casi, i vari «non sei tu, sono io» hanno un fondo di verità. Per innamorarti devi avere il cuore predisposto. E in alcuni momenti della vita, di predisposto non c’è nulla. È la mia teoria dei segmenti, frutto di quelle quattro conoscenze di geometria che mi sono rimaste.

Se la vita è un segmento molto lungo che inizia da una parte e finisce in un altro posto ancora, dobbiamo ammettere che al suo interno ci siano altri segmenti. Più o meno lunghi, più o meno colorati. Dopo un segmento rosso d’amore e passione, di solito ce n’è uno verde di frivolezze e giochi. La durata del segmento verde è variabile quasi quanto la durata di quello rosso, però, se c’è una cosa di cui sono certa, è che si alternano con precisione disarmante. Un segmento rosso non viene mai dopo un altro segmento rosso. Il cuore non lo reggerebbe. Nei momenti tinti di verde, il cuore è in vacanza, seduto a bordo piscina con un cocktail in mano.

Però, la volta che il tuo segmento verde e il segmento verde di qualcun altro arrivano alla fine contemporaneamente, e vi incontrate proprio quando inizia quello rosso, quella volta di solito è una cosa bella. Bella da far brillare gli occhi. Mi è capitato una volta sola e uguale identico non mi succederà mai più. Per restare in geometria, era come il cerchio che diventava quadrato. Era l’inizio di un anno, era l’inizio di una clamorosa botta di culo.

La cosa brutta di quando qualcuno – tu, l’altro, la sfiga – decide che il segmento rosso è finito è che non c’è niente di confortante. Succede che la ragione sia «Non ti amo più». E se, per esempio, prima di lui non t’eri mai sentita dire «ti amo» il suono di quelle quattro parole con la negazione davanti è inedito e inaspettato. Io, tipo, per capire cosa significasse ci ho messo un po’. Non l’ho capito nemmeno subito, ho avuto bisogno di elaborarlo. «Non ti amo più» ha iniziato a ronzarmi nelle orecchie come una zanzara di dicembre. «Non ti amo più» e all’improvviso non avevo nessuna consolazione, né possibilità di fuga dalla verità. Non avevo niente che mi facesse da copertina di Linus, nessun bastone a cui appoggiarmi. Adesso quel «Non ti amo più» ce l’ho davanti agli occhi e chissà per quanto ancora starà lì. Ci finirò un anno e ce ne inizierò uno nuovo. Ma, alla fine, passerà. Come, dove e quando non voglio nemmeno saperlo. Non ho alcuna voglia di rovinarmi la sorpresa.