Sei meno

by lacapa

Il giorno che ho conosciuto il Trasfertista faceva caldo e io avevo voglia di bere. Mi avevano invitata a questa specie di serata tra blogger della mia città, io non conoscevo nessuno e non sapevo come comportarmi. Ero in imbarazzo, troppo giovane per la compagnia con la quale mi trovavo e troppo ingenua per capire che su certe cose non aveva senso provare a spiegarmi. Complici il vino e il diletto degli astanti, ricordo di essermi trovata a spiegare la mia definizione di «due pagine». «I miei post sono lunghi sempre almeno due pagine», dicevo. E Trasfertista si impuntava: «Che significa due pagine? Due pagine su internet non significano niente, lo sai, vero?». Io tentavo di aggrapparmi a qualcosa, rispondevo che «uh, allora te lo dico in battute: circa ottomila battute». Trasfertista rideva, mi prendeva in giro e chissà che pensava di me. Io di lui pensavo che non era carino mettermi in imbarazzo così, davanti ai suoi amici. In fondo non mi conosceva, forse poteva essere più gentile. Sicuramente mi aveva presa per scema.

In realtà, ci misi poco a realizzare che non avevo neanche lontanamente sfiorato il suo orizzonte. Per lui, che io quella sera ci fossi oppure no era uguale. Aveva altro a cui pensare, conversava poiché è un buon intrattenitore, non perché gli interessasse veramente definire il concetto di «post lunghi due pagine». Trasfertista è uno che parla, che ride, che vive della gente. È uno che si spende. L’ho capito le altre volte che l’ho incontrato, perché gli illustri sconosciuti di una sera sono diventati amici. Ne ho avuta la certezza quando mi ha trovato un posto dove dormire a Torino, per il semplice fatto che non sapevo dove stare ma sapevo che dovevo partire. Prima di una strana serata con tanto alcol, anni dopo averlo conosciuto, non avrei mai creduto di poterlo guardare in quel modo. Dico, il modo in cui si guardano le cose necessarie. Era un conoscente con il quale era piacevole parlare, una persona intelligente capace di stimolare conversazioni interessanti.

Poi è arrivata la notte di Natale di due anni fa. Dovevamo vederci per un tè tra amici e all’ultimo minuto siamo rimasti io e lui. E abbiamo parlato, sorseggiato tè verde, cambiato locale, bevuto birra io e cocktail lui, cambiato locale, bevuto vodka, cambiato locale, bevuto Malvasia. Alle 6 del mattino di uno strano 26 dicembre ci salutavamo sotto casa mia. Mi sono addormentata di sasso e quando mi sono svegliata, l’indomani, ero scombussolata. Non erano gli alcolici, era il dubbio. «Ma che ci facevamo io e Trasfertista a bere e parlare?». Me lo sono chiesta ogni sera per diverse sere, quando finivamo sempre a scherzare davanti a un bicchiere. Me lo sono chiesta ogni pomeriggio, quando mi accorgevo di pensarlo. Non tanto. Mi piaceva il concetto di potergli piacere: lui sempre innamorato di donne più grandi di me, più belle di me, più interessanti di me. Di donne che somigliano tanto a come vorrei essere ma così diverse da come sono. Chissà se una come me sarebbe riuscita a fare breccia nel cuore di uno come lui. Era la mia bandierina da piantare sulla luna.

Poi è arrivata la notte di Capodanno di due anni fa. Eravamo con amici e nessuno ci aveva dato buca. Avevamo bevuto tanto, eravamo finiti di nuovo alle cinque del mattino in un locale a bere Malvasia. Lui era ubriaco, ma lo negherà fino alla morte. Camminavamo per andare in macchina, lui calciava una bottiglia di plastica per strada. «Io ti piaccio», gli ho detto. È scoppiato a ridere. «Io ti piaccio», ho insistito. «Ma che cazzo stai dicendo?» «Che ti piaccio» «No, per nulla, mi dispiace, non sei il mio tipo» «E allora queste serate? Questi incontri? Questi bicchieri e queste chiacchiere?» «Siamo usciti insieme, è capitato. Non ti offendere, non mi piaci». Ero convinta che stesse mentendo ma la sua sicurezza mi turbava. Mi sentivo le guance rosse e pensavo che se mi fossi sbagliata quella sarebbe stata la più tragica tra le brutte figure che io avessi mai fatto. E allora mi sono arrabbiata. Volevo tornare a casa, ma volevo anche avere ragione. «Accompagnami a prendere la macchina», gli ho ordinato. «No», ha fatto lui. Così l’ho trascinato per il braccio e appena abbiamo girato un angolo di strada l’ho baciato. Lontana da occhi indiscreti. La prima parola che mi ha detto Trasfertista dopo quel lungo bacio alcolico è stata «Vaffanculo». Avevo ragione, per fortuna: gli piacevo.

Io e Trasfertista per due anni ci siamo dati la buonanotte al telefono e ci siamo mandati baci con le faccine degli sms. Ci siamo raccontati vite separate da millequattrocento chilometri di distanza, ci siamo abbracciati negli aeroporti come fosse la cosa più urgente che c’era. Abbiamo litigato senza guardarci negli occhi e programmato fughe solo per noi. Abbiamo discusso tanto e abbiamo fatto una miriade di compromessi. Ci siamo modellati l’uno sull’altra e abbiamo tentato di smussare gli angoli, pensando a quanto sarebbe stato bello trasformarli in dolci curve da accompagnare con le dita. Abbiamo avuto momenti di buio e lui ogni tanto mi domanda se nella nostra relazione siano state di più le lacrime o i sorrisi. E allora io gli dico che le lacrime non contano, perché io sono una che piange sempre, e perché per me un momento bello ne vale dieci brutti. In due anni col Trasfertista ho scoperto la gelosia e il fastidio, ho scoperto cosa significa avere delle aspettative, ho scoperto l’abisso più profondo della tristezza e anche la punta più alta della felicità.

Adesso abbiamo deciso che vogliamo scoprire la normalità. La piattezza della quotidianità, del divano davanti alla tv, del turno in bagno e della lavatrice che la fai tu o la faccio io? Abbiamo pensato che chissà come siamo, io e lui, tutti i giorni. Perché lui non lo sa di me e io non lo so di lui. Non abbiamo idea di come sia condividere le arrabbiature del lavoro e la noia dei pomeriggi solitari. Non ci siamo abituati a svegliarci insieme, e io non ho imparato a non intristirmi se lui non è ancora tornato dalle uscite con le amiche quando io crollo dal sonno e Marzullo è andato a dormire pure lui. Lui combatte la sua battaglia per il giusto posizionamento delle spugnette per lavare la cucina, io lotto per un piumone più pesante. Lui mette ordine nei vestiti, io ammucchio le mie cose sul termosifone spento; lui ammutolisce leggendo Internazionale o i suoi fumetti, io lo guardo in silenzio e conto i minuti che passa senza parlarmi, poi lo distraggo e gli chiedo «Che c’è? A che pensi? Perché non me lo vuoi dire? C’è qualcosa che non va?», ansiosa più delle madri ansiose. E se non risponde metto il broncio. «Bronciolo», mi chiama, come l’ottavo dei sette nani.

Qualche sera fa abbiamo dato un voto alle prime due settimane di strana vita insieme. «Sei meno», è stata la conclusione. Non un’insufficienza, ma neanche un gran voto. «Uno schifo», ho commentato, intrisa di pessimismo cosmico. «Non è vero: uno schifo sarebbe stato darci uno, o due», mi ha smentita Trasfertista. Ci ho pensato e ripensato, e alla fine mi è toccato dargli ragione. Aggiungendo un punto: «sei meno», al liceo, era un voto d’incoraggiamento. Serviva da monito («Non ti sei impegnato abbastanza») ma anche da speranza («Se volessi potresti migliorare, studia!»). E io sono viziata, ho sempre avuto voti alti. Dovessi impegnarmi come finora ho fatto solo per imparare a cucinare, voglio migliorare quel «sei meno». Perché sono le sbavature a rovinare un «dieci» potenziale. Pavese non sarebbe stato Pavese se non avesse messo le «acca» davanti a certe voci del verbo «avere», né Calvino sarebbe stato Calvino se non avesse saputo coniugare in modo giusto taluni participi presenti. Gran bei contenuti, ma senza forma chi se li sarebbe filati mai? E allora io ho deciso che comincio a lavorare sui toni e sulle domande. Trasfertista, ne sono sicura, sta già cercando di convincersi che i «sì» vanno accentati. L’eccellenza è dietro l’angolo, come un bacio l’1 gennaio di due anni fa.