Non è un mondo per ex fumatori

by lacapa

Ho smesso di fumare. Era il 25 aprile, il giorno della festa della liberazione, e il mio dente del giudizio faceva così male che neanche riuscivo a parlare. Il mio ultimo molare sinistro e – di conseguenza – partigiano stava combattendo con ferocia per allontanare definitivamente la minaccia della nera gengiva dalla mia bocca. Una battaglia in piena regola, della quale io pagavo le conseguenze con ammirevole coraggio. Ero forte, io. Finché non sono andata a farmi vedere da Dentista, il pigro. «Sarebbe meglio se per qualche giorno non fumassi», mi ha detto.

La prima sigaretta che ho tenuto tra le labbra in vita mia era una Marlboro rossa. Quel sapore così netto mi ha conquistata. Avevo appena finito le scuole medie e mi ero messa in testa, chissà per quale assurdo motivo, che al liceo avrei soltanto dovuto essere uguale a tutti gli altri per stare bene. Per cui, se i miei compagni di scuola – non importava che loro avessero 17/18 anni e io neanche 14 – fumavano, era giusto che anche io fumassi. In più, le Marlboro erano così buone… Ma il fatto che i soldi mi bastassero a malapena per mettere la benzina nel motorino mi aiutava a non esagerare mai. Un pacchetto da venti mi accompagnava, fedele, per una settimana. A volte per due. Era una pacchia.

Con gli anni, il piacere si è trasformato in un piacevole vizio. A scuola aspettavo il cambio dell’ora per andare in bagno a fumare. E quando suonava la ricreazione avevo la sigaretta in bocca e l’accendino in mano ancora prima di arrivare in cortile. Tra gli scatti del liceo non ce n’è uno che non mi ritragga con una colonnina di fumo tra le labbra. All’università la sigaretta era una naturale estensione della mia mano destra. E i rincari sono solo serviti a farmi passare dalle Benson & Hedges gialle/arancioni al tabacco Golden Virginia giallo. «Sai di posacenere», mi disse una volta il Parolaio. «Non starai fumando un po’ troppo?», aggiunse qualche mese dopo Batteristalcolizzato. «Che schifo», commentava in continuazione Monsieur déjà vu, fino a quel momento l’unico non fumatore dei miei flirt. Perfino il Trasfertista è intervenuto sulla questione: «Chissà come sarebbe non baciare una cicca spenta», ha ironizzato un giorno. Qualunque donna si sarebbe fatta delle domande. Io no. Granitica nella mia convinzione che avrei finito i miei giorni coi polmoni rovinati e la voce di Camilleri. Ferma nell’immaginare il mio futuro che, in quanto a dipendenza da nicotina, sarebbe stato uguale a quello di Oriana Fallaci. Ho sempre avuto poche certezze ma ben salde.

Quando Dentista, qualche mese fa, mi ha spiegato che, con la bocca in quello stato, l’ultima cosa che serviva era affumicare la gengiva neanche fosse un salmone, il mondo mi è crollato addosso. Che avrei fatto senza sigarette? Come avrei resistito agli attacchi di nervosismo? Come avrei potuto affrontare ogni discussione senza aprire la mia scatolettaquella scatoletta – per recuperare materia prima, cartine e filtrini? Per giorni ho combattuto il dolore e la nausea, ma finivo per star male e una sigaretta intera non riuscivo a finirla.

Un paio di settimane dopo il consiglio di Dentista, gli antibiotici avevano sortito l’effetto voluto: il dente secessionista era rientrato nei ranghi. E il mio primo pensiero è stato: «Fantastico, vado subito a fumarmi una sigaretta per festeggiare». Orrore e raccapriccio. Alla prima boccata, il mio corpo si è ribellato. Ho iniziato a tossire e una fortissima nausea mi ha impedito di andare oltre. Non riuscivo ad aspirare e mi lacrimavano gli occhi. Ho bestemmiato fortissimo, ho tolto un po’ di tabacco dalla sigaretta, tentando di renderla più leggera, poi ho cambiato tabacco pensando che quello che avevo fosse ormai troppo secco per non risultare disgustoso. Ho aspettato un giorno, ho riprovato, mi sono forzata per arrivare al secondo tiro, mi è venuto un tremendo mal di testa. Ho speso un intero fine settimana a tentare di capire come fumare senza stare male, alla fine mi sono rassegnata: anni e anni di sana dipendenza, e alla prima interruzione tutto il mio organismo si è rivoltato contro di me e la mia amata nicotina.

Il 25 aprile, il giorno della liberazione, è stato anche il giorno della mia ultima sigaretta. Peccato che io sia un’ex fumatrice sbagliata: non ho smesso perché volevo, se riuscissi a sopportare l’odore del tabacco che brucia ricomincerei subito. Ho smesso senza desiderarlo né cercarlo, ho smesso con una forzatura, ho smesso per via di una costrizione. E sono diventata un’ex fumatrice che non sopporta il fumo in un mondo che non è fatto per ex fumatori. Negli aerei tentano di venderti le sigarette elettriche, in mezzo alla strada belle promoter ti propongono di sostituire il tuo pacchetto semivuoto con un pacchetto pieno, nei negozi dei cinesi spuntano posacenere da spiaggia, posacenere da auto, posacenere da montagna, posacenere da notte, posacenere da sempre e ovunque. E gli amici, quelli che non vedi da tempo, dopo un po’ che chiacchierate ti domandano se hai una cartina, o se vuoi fare un tiro.

Non è un mondo per ex fumatori. Anche se da quando ho smesso, lo riconosco, respiro meglio, risparmio di più, bevo meno caffè e mi mangio di meno le unghie. Ciò non toglie che nei miei sogni più spinti vedo una Marlboro rossa che aspetta solo me, che mi chiama e mi dice: «Sì, LaCapa, ti faccio male e ti costo tanto. Ma hai avuto tante di quelle relazioni sbagliate, che ci vuole a metterne in piedi un’altra?».