Mettere giudizio. O di Dentista, il pigro

by lacapa

Il mio dentista è un cliché ambulante. Partiamo dal fatto che è un uomo molto bello, che ha sposato una donna molto bella che prima di essere sua moglie è stata la sua infermiera. Dal punto di vista umano – intendo, esistenziale – l’ho sempre trovato perfetto. Con il suo suv, il suo sorriso smagliante, la sua felice vita di coppia, il suo benessere non ostentato ma noto a tutti. Dentista, col suo tenore di vita e la sua rilassatezza, arriva nel suo ambulatorio come se niente possa sfiorarlo.

Ricordo che da bambina ero profondamente affascinata dai suoi modi. Non ho mai avuto paura di fargli visita: anzi, ero proprio contenta. In più, scambiavo la sua pigrizia lavorativa per una reale affezione, per un apprezzamento nei confronti di LaCapa bambina. E le mie dimostrazioni di gioia ne portano ancora i segni.

Ho i denti irrimediabilmente storti. Quando rido so per certo che chi ho davanti noterà i miei due incisivi superiori leggermente sovrapposti e quelli inferiori più indietro rispetto ai canini. E la colpa è sua, di Dentista che, visitandomi e guardando quelle brutture, sosteneva: «Sono carini, sono particolari». A Madre, che chiedeva maggiori informazioni, rispondeva: «C’è spazio tra i denti, si allargheranno con la crescita e saranno perfetti». Ebbene, quella perfezione non l’ho mai raggiunta. Al massimo, di anno in anno, i miei denti si sono sovrapposti sempre di più, regalandomi il sorriso a cerniera rotta di adesso, causa di orrore e raccapriccio.

Per il resto, mai una carie, mai un fastidio. La mia bocca è sempre stata sana. Fino a qualche mese fa, quando un molare del giudizio s’è svegliato di colpo, una mattina, e ha cominciato a farmi i dispetti. Era un disturbo minimo ma costante, un dolore sopportabile però continuo. Tutto il giorno, non staccava un attimo, un piccolo tarlo che rodeva le mie gengive. Allora sono andata a trovare Dentista, felice, e mi sono fatta visitare. «Sì, effettivamente è un po’ infiammato», mi ha detto ridendo, mentre io stavo sul lettino con la bocca spalancata e le sue mani dentro. Un paio di minuti dopo, ero davanti alla porta, con una ricetta in mano: dovevo prendere degli antibiotici e qualche antidolorifico. «Si sistemerà tutto da sé», mi ha rassicurata. Ed è tornato, col suo solito passo leggero, a fingere di lavorare.

Il 24 aprile sono andata a letto pensando che il molare del giudizio si era risvegliato e, nel cuore della notte, mi sono alzata con la faccia gonfia tre volte il normale e la bocca piena di sangue. I dettagli truculenti sono necessari, credetemi, per rendere la mia disperazione. Non riuscivo a parlare, non riuscivo a deglutire, mi faceva male pure respirare. Avrei fatto qualunque cosa per far tacere quel trapano perforante nel bel mezzo della mia mandibola, avrei pagato perché la febbre da infezione scendesse, sarei andata in ginocchio sui ceci da casa mia fino allo studio di Dentista (cioè il portone di fronte a quello del condominio in cui vivo vivo) se solo lui mi avesse promesso di strapparmi quel dente diabolico dalla bocca, anche a mani nude. Qualunque cosa, purché lo togliesse. Ma era il 25 aprile. E quand’è festa nessuno ha voglia di lavorare. Figurarsi uno che lo ritiene uno spreco pure quando non è rosso nel calendario.

Mi sono rotolata nella mia sofferenza, implorando per un palliativo. Madre, però, è una donna gelida, convinta delle sue conoscenze in Medicina. Il dolore si può sempre sopportare, i medicinali sono dannosi, a meno che non sia stata lei a decidere che devi prenderli. E quindi mi è stata vietata perfino una Moment che potesse permettermi, almeno, di tirare un sospiro di sollievo.

Il 26 aprile, alle 8 del mattino, aspettavo che Dentista desse un’occhiata alla mia bocca. L’ha fatto, come al solito, ridendo. «Vediamo cosa c’è qui», ha cominciato come se fossi una bambina. «Uh-uh-uh – ha borbottato bonariamente – Indubbiamente c’è qualcosa che non va! Perché non sei venuta per tempo?». A nulla è servito ricordargli che qualche mese prima mi aveva mandata a casa dicendomi che tutto si sarebbe sistemato: per lui quell’episodio non si era mai verificato. E così, con l’ingenuità tipica di chi conduce una vita rilassata, mi ha spiegato che il mio dente del giudizio sarebbe stato da togliere subito, subitissimo, immediatamente. Ma, prima, per un’altra settimana almeno, avrei dovuto soffrire.

Adesso di giorni ne sono passati dieci. Il mio dente è lì, e Dentista tace. Un paio di giorni fa, sollecitando la panoramica, mi ha domandato come stessi. «Meglio», ho risposto. «Bene, magari il problema si risolve da solo», ha concluso lui.