La cucina leggera secondo Madre

by lacapa

L’unico momento in cui Madre manifesta la sua apprensione nei confronti dei suoi figli e di Padre è ai fornelli. Lei non è mai stata una donna particolarmente dolce o affettuosa, anzi è dura, coriacea, indisponente, fredda e non so più cos’altro. Ma quando si mette a cucinare, le quantità del cibo che prepara rendono chiaro l’affetto che nutre – ingozzandolo – per la sua famiglia. Ci vuole sani e forti. Obesi, anche.

Per Madre ogni pasto dev’essere composto, per forza, da primo, secondo, dolce e frutta. Vuoi la pasta? Bene, c’è pure la cotoletta. Che non è mai una e basta. Sono almeno due, «ma piccolissime», dice lei, stendendo un lenzuolo di carne sul piatto. L’insalata è un piacere irrinunciabile e, il più delle volte, oltre alla lattuga ci sono anche i peperoni, e le melanzane arrosto, quelle che lei ha imparato a farle da poco e allora ogni giorno sono in tavola, sempre lì, sempre più buone. Da Madre ho imparato che il cibo non si lascia mai, anche se non ti piace devi finirlo tutto, fino all’ultimo boccone. L’elasticità del mio stomaco, non ho dubbi, è quella di una corda da bungee jumping.

Madre, però, quando sono sazia non mi crede. Secondo lei, una mozzarella da trecento grammi non è nemmeno lontanamente assimilabile a un pasto se non ci associ – almeno – due panini, un po’ di prosciutto crudo, due/tre fette di mortadella, «e mangiatelo ‘sto pettino di pollo ché stai sparendo per quanto sei magra». Vi giuro, però, che sono tutto fuorché un figurino. Lei, coi suoi occhi di genitrice, mi vede sempre pallida e smunta. Osserva le occhiaie profonde, il colorito cadaverico, le ossa sporgenti. Un giorno di questi, lo so, chiederà ai medici di Emergency di venirmi a dare un’occhiata, ché pesare meno di sessanta chili – nella sua personale visione della forma fisica – è indice di deperimento. Anche se sono alta un metro e un succo di frutta (senza zuccheri aggiunti).

In più, siccome ogni tanto mi capita di svenire senza ragioni apparenti, Madre crede che io sia una condannata a morte che percorre il miglio verde. «Continua a fumare, vedrai che ti succede tra qualche anno», mi minaccia. Poi mi incalza: «È che non mangi, tu digiuni». Se per caso non pranzo o ceno a casa lei decide che non ho toccato cibo. E si dispera. Mi crede un’anoressica sgallettata, che ha un problema ma non vuole ammetterlo.

Un paio di settimane fa l’ho trascinata a farmi fare shopping, ché i vestiti di quando avevo sedici anni sono un filino consunti e dovevo fare qualche aggiunta nel mio armadio. Ma nella carta prepagata ho tre euro e nel portafogli uno, quindi – in attesa di vincere al Superenalotto o di trovarmi un lavoro remunerativo – mi serviva lei.

«Tieni, provati questi jeans», diceva.
«Che taglia mi hai preso?»
«La 38.»
«Per quale gamba? La destra o la sinistra?»

Ha tentato di sfinirmi. Sa perfettamente che andare per negozi è una delle attività che più odio e lei, volutamente, mi irritava. «Sei troppo magra, qui per te non c’è niente», mi rimproverava allontanandomi da una vetrina piena di graziosissimi abiti larghi e colorati. Poi, davanti all’ennesimo scaffale pieno di pantaloni, ho visto loro. I jeans rossi rossi. In saldo, per di più. Li ho guardati con gola e, dopo il talloncino del prezzo, ho controllato subito la taglia. Quarantaquattro, perfetta.

In camerino, il disastro. Erano enormi, giganteschi, navigabili. Ci stavano dentro quattro me più Platinette. «Madre – la chiamo – Corri all’espositore, trovami una quarantadue e se ce l’ha in mano qualcun’altra abbaia, ringhia, mordi se necessario». Lei, perfetto segugio da shopping, prima è corsa a esaudire il mio desiderio, poi ha cominciato il suo trionfo. «Visto? Te l’avevo detto. Sei brutta, secca come la frutta secca». Finché si trattava di una quarantadue, negli occhi di Madre si leggeva solo la soddisfazione per aver avuto ragione. Quando, atterrita, ho dovuto constatare che mi serviva una quaranta, ho visto la mia genitrice sul punto di piangere. Ho potuto scorgere nel suo volto il terrore e il raccapriccio. Sapevo a cosa stava pensando: «Stasera le faccio la parmigiana di melanzane fritte, devo porre rimedio».

Uscita dal negozio coi miei jeans rossi rossi taglia 4o – ma c’è da dire, a onor del vero, che in quel negozio lì c’è roba che veste in modo adorabilmente largo – avevo solo una certezza. Madre mi avrebbe reso la vita un inferno ad alto contenuto calorico. Ma non sapevo quanto.

Quando mi tocca il turno di mattina in redazione, per esempio, è quasi matematico che io lavori per dieci/dodici ore di fila. Se comincio dei pezzi non riesco a lasciarli a metà, e poi ho sempre un sacco di arretrati da smaltire o di cose da approfondire. Ma quelli che faccio al giornale sono pranzi veloci, davanti al computer, col panino in una mano e il telefono nell’altra. Però, non di solo formaggio e prosciutto può vivere una donna. Sicché, qualche tempo fa, ho chiesto a Madre: «Senti, siccome la mattina a stento arrivo a fare tutto quello che devo fare, non riesco mai a prepararmi qualcosa da portare via per pranzo, non è che ci penseresti tu?». Gli occhi di colei che mi ha partorita brillavano di gioia. «Una cosa leggera, veloce, tipo un’insalata, okay?», ho chiesto io.

Aprire il contenitore di plastica, quel giorno, è stata un’esperienza mistica. C’erano dentro quattro – e dico quattro – mozzarelle in carrozza, ripiene di prosciutto e pomodoro, che navigavano nell’olio. C’era un novello Cristoforo Colombo che, arroccato sulla panatura della sua zattera fritta, avvistava l’America in continuazione. In una bustina, poi, c’era anche una mela. Per mantenersi sani. Tornata a casa, la sera, ho chiesto spiegazioni: «Ma come fai a lavorare tutto il giorno senza nutrirti a modo?», mi ha domandato lei, sconvolta per le mie lamentele.

Un paio di giorni dopo, la mia schiscetta conteneva un filone di pane – dico, un filone intero – con la mortadella e il provolone piccante. Poi è stato il turno del gateau di patate, delle cotolette di melanzane e dei toast col salame piccante. Il punto più alto, però, l’ha toccato qualche giorno fa. Sapeva che sarei rimasta fuori sia a pranzo sia a cena e le avevo spiegato che mi sarei dovuta muovere parecchio, quindi sarebbe stata meglio, per piacere, un’insalatina. Alle otto del mattino sono corsa in cucina, ché già ero in ritardo. «Madre, allora, che m’hai fatto, oggi?». Lei era là, col sorriso soddisfatto. Vincitrice. «Niente, quello che mi hai chiesto, una cosa senza impegno così non ti arrabbi». Avrei dovuto capire che qualcosa non andava.

Verso l’una e qualcosa, lo stomaco ha cominciato a lamentarsi. «Buon appetito», mi sono detta, tutta contenta. Aperto il tupperware, in ogni angolo della redazione s’è sparso un odore inconfondibile: sugo. C’erano cinque polpette di carne che galleggiavano nella salsa di pomodoro, assieme alla cipolla, all’aglio e alle patate lesse. In una bustina a parte, invece della solita mela, c’era una mafaldina che avrebbe sfamato la Nigeria, ché il Biafra non esiste più. Quando sono tornata a casa, ridendo, ho chiesto a Madre che le fosse passato per la mente a prepararmi cinque polpette. Lei non ha capito la domanda e, con la faccia a punto interrogativo, mi ha chiesto: «Perché? Dici che era troppo poco?».