Le parole che non ti ho detto

by lacapa

«C’è qualcosa che vuoi dirmi?»

«No»

«C’è qualcosa che devi dirmi?»

«Ti ho già detto tutto»

Oppure.

«C’è qualcosa che vuoi dirmi?»

«No»

«C’è qualcosa che devi dirmi?»

«Sì. Che ho il tuo odore nelle narici da quando ti sei seduto vicino a me, e mi mancava, tanto. Mi piace, sai?, il tuo odore. Non lo so perché, mi ha fatto quest’effetto subito, il tuo odore. La prima volta che ci siamo visti ho capito che c’era qualcosa che non andava perché mi tremavano le gambe, e perché non facevo altro che spegnere e accendere sigarette, e perché ti chiedevo sempre di ripetere le cose e ti dicevo “sai, è il volume della musica che è alto”, ma forse era un po’ di più quello del cuore. E poi perché quando mi sono avvicinata per salutarti e ho sentito il tuo odore mi è venuta voglia di abbracciarti e non staccarmi e dirti che “che bello, ti ho ritrovato, ti conosco già, hai un profumo tuo talmente familiare che…”. Poi voglio dirti anche che i tuoi occhi mi si appiccicano addosso come le calamite sul frigorifero, e che non riesco a reggere il tuo sguardo perché mi sento avvampare le guance. E ho paura di farti scoprire che mi sono truccata, stasera. Ho messo la matita sotto gli occhi, e anche il mascara, ma se piango scivola tutto via, e gli zigomi coperti di fard si sporcano di nero. Ho speso dieci minuti davanti allo specchio, cercando di capire come sistemarmi i capelli, come impiastricciarmi la faccia per non farti vedere le occhiaie, perché se c’è una cosa che non ho mai sopportato sono gli stronzi che ti lasciano e ti fanno vedere che ci stanno male. “Che cazzo piangi se non mi vuoi? Cosa caspita non dormi se hai preso la tua decisione?”, pensavo, prima di capire che tra il bianco e il nero c’è tutto lo spettro dei colori. Quindi non volevo fare la parte della puttana che molla e poi soffre: mi sa che non m’è riuscito neanche questo, eh? Ah, se mi dai altri due minuti − ti prego, dammi altri due minuti − voglio dirti anche che hai ragione a odiarmi, mi odio da sola a volte. Te lo leggo in faccia questo disprezzo, mi annichilisce; avevi la bella abitudine di fissarmi in un modo che mi piaceva. Sì, mi imbarazzava da matti, ma mi faceva sentire importante, e invece adesso vuoi sembrare imperturbabile e ci riesci, così la mia prima reazione non è arrossire ma mordermi le labbra fino a farmi male, dentro. Voglio pure tu sappia che la mia fissazione degli incastri (la mia spalla si deve incastrare perfettamente in quella di un uomo, se no c’è qualcosa che non va) con te era pienamente soddisfatta. E la tua voce, e i tuoi discorsi: mi piace da matti sentirti parlare, qualunque sia l’argomento. “Sei una persona cattiva”, hai detto. E io ho pensato: “Se adesso se ne va, quand’è che avrò occasione di nuovo di starlo ad ascoltare?”. E ti dirò di più, mi voglio rovinare: quanto non le sopporto tutte quelle altre che godono ancora delle tue attenzioni, dei tuoi sorrisi, della tua stima! È completamente irrazionale, per questo piuttosto che dartelo a vedere mi mangerò i gomiti. E poi ho ancora due grammi di orgoglio e mezzo grammo di dignità per capire dov’è giusto fermarmi. Bene, adesso ho aggiunto quello che dovevo aggiungere, del resto le cose brutte le abbiamo già enucleate in abbondanza. Adesso, ho finito. Puoi andartene, cancellarmi, dimenticarmi, fare finta che io ti abbia mentito e che sia stata capace di dirti solo bugie. Non te lo vieto mica. Non ce lo meritiamo, ma non te lo vieto mica.»

 

[Un altro pezzo di infelicità. Sì, pure quello l’avevo scritto il giorno prima di un esame. L’università mi mette addosso allegria.]