Gli animali dello zoo di Casa LaCapa

by lacapa

Qualche sera fa, tornavo a casa verso l’una e qualcosa dopo una serata tranquilla con le Dears. Ero là, avevo chiuso la macchina e stavo per rientrare, quando l’ho visto: uno scarafaggio clamorosamente grosso esattamente sotto la mia finestra aperta, attaccato alla facciata del palazzo. Casa LaCapa, al piano terra, era in serio pericolo.

Orrore, raccapriccio e, più di tutto, panico.

Mi sono guardata attorno, persa, e ho deciso: «Dormo in macchina». Nel frattempo, la blatta si muoveva. Stava là, si avvicinava sempre di più al mio davanzale. Avete presente la morte nel cuore? Ecco: io. Perché sotto quella finestra là, c’è il mio letto, quello dove io dormo, studio, lavoro, faccio tutto.

Chiudere la finestra prima che l’animale potesse finire sulle mie lenzuola era più importante della mia incolumità. Allora ho preso le chiavi del portone e ho cominciato a correre con la punta diretta verso la serratura. Un cavaliere nel Medioevo non sarebbe stato più preciso.

Portone, poi porta di casa, infine finestra. Chi mi assicurava che in quei cinque secondi che avevo impiegato per entrare, perdendo di vista l’arnese volante sulla mia facciata, quello non avesse deciso di prendere il coraggio a sei (otto?) zampe ed entrare? Arbitrariamente, ho deciso che non l’aveva fatto, e ho sbattuto le imposte così forte, ma così forte, che ho immaginato l’insetto staccarsi dal muro per via della violenza dell’atto.

Mi sentivo il re del mondo, perfino Cane mi pareva fosse venuta a osannarmi. Mi sbagliavo: era solo venuta a chiedermi di portarla a passeggio. Io ero una pietra, imperturbabile, pronta a pulire qualora avesse fatto la pipì per terra piuttosto che uscire là fuori, con quello scarafaggio da guinness a piede libero. Cane piangeva, ululava, disperata: mi avrebbe quasi fatto tenerezza, se non avessi avuto altri animali a cui pensare.

Madre, preoccupata per il baccano, intanto s’era alzata ed era venuta a controllare. Io tento di spiegarle la situazione e lei mi dà della scema, della pazza e pure dell’esagerata. Dunque mette il collare a Cane, con arroganza, mi lancia un’occhiataccia, apre la porta e… Caccia un urlo, si richiude tutto alle spalle e si mette ad ansimare vistosamente.

«Mamma, che succede?»
«C’è una…»
«Cosa? Una blatta? Lo so, te l’ho detto io!»
«Zazzamita» (in dialetto significa «geco»)

Evidentemente incapace di articolare un pensiero complesso, mia madre è in piena crisi di panico. I gechi per lei sono come le blatte per me, uguale livello di fobia, medesimo gelo nelle ossa, identica reazione. Abbiamo lo stesso sangue non per nulla.

Cane, nel frattempo, ha la faccia di chi si sente preso per il culo.

Bisogna pensare un piano. L’idea è geniale.

«Madre, io esco sul pianerottolo e tento di acchiappare la zazzamita, o almeno di allontanarla. Ti copro le spalle fino al portone, a quel punto sarete tu, Cane e la blatta, mentre dentro rimarremo io e il geco».

I marines ci avrebbero fatto una pippa. Io mezza vestita e mezza no, mia madre in pigiama, che ci teniamo per mano e, insieme, teniamo il guinzaglio della povera Cane che non vede l’ora di liberarsi la vescica.
Io, eroicamente, evito di dire a Madre che il geco è proprio sopra la sua testa, ché le cose se non le vedi non ci sono e poi se le piglia un infarto chi ci pensa alla pipì di Cane?

Arriviamo al portone dopo quindici minuti netti: abito al piano terra, tra la porta e il portone ci sono tre gradini e cinque metri di androne.

Quando Madre è fuori, l’illuminazione: ma le chiavi di casa chi minchia le ha prese? Sono momenti concitati, io che tutto sono fuorché atletica mi lancio – ma proprio lancio – per evitare il disastro, ovvero rimanere chiuse fuori in quelle condizioni là, con quelle bestie feroci tutte intorno.
Siccome il culo mi assiste, la mia acrobazia alla Buffon funziona, la porta rimane aperta e io posso prendere le chiavi. Il trionfo dura giusto il tempo di notare che il baccano ha attirato i vicini di casa, che osservano la scena sghignazzando. Causare il loro riso, però, è ben poca cosa rispetto al più nobile proposito di mettermi a letto sana e salva, senza dover temere insetti o anfibi vari.

Cane fa i suoi bisogni, Madre torna e io mento spudoratamente: «Tranquilla, la zazzamita è morta». Lei non si fa domande, crede per fede, da buona cristiana. A quel punto, la gratitudine.
Una donna di cinquantaquattro anni si toglie la ciabatta e, zompettando su un piede solo, esce nuovamente dal portone e affronta il Godzilla degli scarafaggi. Zac! Zac! Zac!

Penso, con orgoglio: «Madre è un eroe».

Rientra, pochi secondi dopo, accaldata.
«L’hai uccisa per me!», le salto al collo pronta ad abbracciarla.
«No», risponde lei, «era troppo forte. Ma se non te la senti di avere solo un muro tra te e lei puoi dormire nel lettone».