«Raccontamelo tu»

by lacapa

Quando mi chiedono se somiglio più a Padre o a Madre, non ho dubbi: a Padre. Perché Madre è una di quelle persone che ha sempre una parola cattiva per chiunque (e pure io, in effetti) e poi non ha pazienza, è sempre nervosa, non sorride. Padre invece no, lui mi ha insegnato l’autoironia, lui è divertente e simpatico, e poi è buono. Forse è per questo quando litigo con lui mi sento sempre triste per giorni, perché abbiamo la testa dura tutt’e due e finisce che non ci rivolgiamo la parola per settimane.

Ogni volta che capita, e non succede spesso, mi torna in mente un tardo pomeriggio primaverile di diversi anni fa.

Ero al liceo, mi fingevo intellettuale, mi interessavo di qualunque cosa non conoscessi, tanto più se aveva a che fare col giornalismo. Era il periodo in cui avevo cominciato a innamorarmi delle firme, che poi è un vizio che mi porto ancora dietro (un giorno vi parlerò del piacere quasi fisico che provo ogni volta che leggo un pezzo di Fabrizio Gatti), e quando leggevo di incontri coi giornalisti o sui giornalisti mi ci buttavo a pesce.

Ero al liceo, mi fingevo intellettuale, l’ho detto. Un giorno c’era questa specie di convegno sull’informazione in Sicilia, argomento del quale sapevo poco e nulla, tutta presa com’ero a sognare di diventare come Lilli Gruber e Maria Luisa Busi.

Arrivai puntuale, mi sedetti in fondo e rimasi ad ascoltare una storia per me nuova. Era una bella storia, quand’è finita avevo i lucciconi, ed ero anche molto arrabbiata. Arrabbiata per tante ragioni, la più stupida delle quali è anche l’unica che riesco a dire senza che mi vengano ancora quei lucciconi là: mi sentivo terribilmente ignorante, oltre che una completa deficiente.

Tornai a casa di corsa, mi sentivo in dovere di raccontare quello che avevo appena sentito, prima che si perdesse. Padre era sul divano che guardava la tv.

«Papà, oggi ho scoperto una cosa incredibile», gli dissi.

Padre si girò a guardarmi: «Che hai scoperto?».

«Oggi, papà, ho scoperto la storia di Giuseppe Fava.»

Padre sorrise e tornò con lo sguardo sulla televisione. Io mi arrabbiai tantissimo, mi piazzai davanti a lui e gli dissi, col tono saccente: «Ma tu lo sai chi era Giuseppe Fava?»

Di colpo, Padre non sorrideva più. «No, non lo so, raccontamelo tu chi era Giuseppe Fava», e pareva infastidito.

Allora cominciai, come si fa con le lezioncine imparate a memoria. Gli raccontai dei giornali per i quali lavorava, di quello che faceva, del progetto che aveva in mente, degli articoli che aveva il coraggio di scrivere e del fatto che l’avevano ammazzato perché ne aveva scritti troppi, con quella sua rivista, “I Siciliani”. «Adesso lo sai, papà, chi era Giuseppe Fava?», ho concluso.

Lui s’è alzato, è andato verso la libreria, ha preso uno scatolone che stava chiuso, nello scaffale più in fondo, e l’ha lasciato cadere pesantemente sul tavolo del soggiorno. L’ha aperto, mi ha fatto cenno di guardarci dentro e, prima che io mi avvicinassi, mi ha chiesto: «Ma tu lo sai, LaCapa, chi era Giuseppe Fava?». Non ha detto nient’altro, è tornato a sedersi davanti alla tv.

E io ho dato un’occhiata allo scatolone. Uno dopo l’altro, ordinatissimi, precisi, senza neanche una piega nelle pagine: c’erano tutti i numeri di “I Siciliani”, compreso il foglio che era stato stampato in fretta e furia quando la mafia ha ucciso Pippo Fava. Un tesoro.

Sono diversi giorni che io e Padre non ci rivolgiamo la parola. Ce l’ho con lui perché mi ostino a essere cocciuta e ad arrabbiarmi per i compromessi, e lui dice che gli idealisti poi non vanno da nessuna parte e dovrei imparare ad abbassare la testa ed essere meno arrogante. Lui non fa un passo indietro e io neanche, però non riesco a cancellare dalla mia memoria il rumore del tonfo di quella scatola sul tavolo.