Una qualunque

by lacapa

Riuscivi a trattarmi come se fossi stata una qualunque.

Ci vedevamo tre volte a settimana, scopavamo in macchina, bevevamo due cose, ridevamo fino a farci venire le lacrime e ci raccontavamo cose fino a farci buttare fuori dai locali. Poi mi riaccompagnavi a casa e sapevo che dovevo aspettare un altro giorno, e poi un altro ancora, o dovevo sperare che tua madre uscisse, come faceva ogni tanto il sabato sera, così tu mi chiamavi, mi dicevi che potevamo vederci da te, e io sapevo che saremmo finiti a fare l’amore in fretta, cominciando in cucina e finendo nella tua stanza da letto, coi poster di Charlie Chaplin che ci guardavano e l’ansia di sentire la chiave girare nella toppa.

Poi hai cominciato a sparire. Non ti facevi vivo per giorni, non mi chiamavi, non mi scrivevi, non mi degnavi nemmeno della tua attenzione in chat. E non avevo il diritto né il coraggio di chiederti che avessi, perché mi evitassi. Piuttosto stavo i pomeriggi a piangere, o a lamentarmi al telefono con le mie amiche. Mi tenevo le serate libere, perché “metti che poi mi cerca?”.

Invece mi sono dovuta accontentare di un invito per un caffè, mezz’ora tra un tuo impegno e l’altro. Ricordo che ti avevo detto di aver lasciato la macchina piuttosto distante e, senza neanche lasciarti parlare, ti avevo tranquillizzato: “Nessun problema, vado a piedi, non c’è bisogno che mi dai uno strappo”. Speravo che mi dessi quel dannato passaggio, anche solo per poterti salutare e sfiorarti la cerniera dei pantaloni con le mani prima di aprire la portiera, per ricordarti quello che ti perdevi, volontariamente. “Va bene”, mi hai risposto. Sei entrato in auto e sei corso via.

Quindi, sei sparito di nuovo. Una domenica sono andata a ubriacarmi con le mie amiche, tutto il giorno, fuori dalla mattina. A orario aperitivo sono tornata a casa, e tu mi hai scritto un messaggio: “Sto andando in quel locale dove vai sempre tu, ci sarà posto?”. “Che casualità, mi stavo giusto preparando per uscire e andare là. Ci vediamo più tardi, allora”. Ho telefonato alle amiche che avevo appena riaccompagnato: “Ho bisogno di vederlo, dovete venire con me”.

E sono venute. Tu eri già là, con i tuoi amici. Non c’era un posto neanche a pagarlo, e non mi hai chiesto di sedermi al tavolo con te. Ho preso una sedia e mi sono autoinvitata. Non mi hai baciata, non ti ho baciato. Avevo un nodo alla gola, ti odiavo, ma ero troppo innamorata per ammetterlo. Quanti mesi mi hai tenuta in quelle condizioni, illudendomi che stessimo costruendo qualcosa?

“Dov’è il bagno? Non lo ricordo. Mi accompagni?”, mi hai chiesto. Avevi bevuto, io ero sbronza da mo’ e dovevo fare la pipì.

Siamo andati in bagno. Ci siamo ritrovati a lavarci le mani davanti allo stesso specchio. Abbiamo alzato lo sguardo e ci siamo sorrisi. Poi tu mi hai abbracciata, come facevi prima, e mi hai baciata, come facevi prima, e mi hai stretta, come facevi prima.

“Sarebbe sciocco se facessimo l’amore nei bagni del posto più lercio di Catania?”, mi hai sussurrato. Io non riuscivo a parlare, ché avevo perfino scordato com’era la sensazione delle tue mani addosso.

Ho pensato che le cose si stessero sistemando. Quando siamo usciti, fuori dalla toilette c’era la fila, e tu hai stretto la mano a tutti gli uomini che ti guardavano con ammirazione, mezzi sbronzi. Ti inchinavi, mentre io tenevo la testa bassa e speravo di sparire.

Dopo, tra me e te, era come se niente fosse successo. Non mi toccavi.

Un altro mese di agonia, poi ti ho domandato se fosse finita. Hai risposto soltanto: “Credo di sì”, in chat.

Dopo tutto questo, dopo tutte le lacrime che ho versato per te, le sbronze che mi sono presa a causa tua, l’autostima che ho dimenticato perché non ero abbastanza carina, le giornate deprimenti e le scopate insignificanti e consolatorie, ho capito che non mi trattavi come fossi una qualunque. Semplicemente, ero una qualunque.

Più ingenua delle altre.