Moira Orfei ha sedici anni e si comporta come Ivana Trump

by lacapa

«Ho bisogno di fare una foto al mio outfit da pioggia»: io a una frase del genere risponderei usando un ombrello a mo’ di clistere. Tu mi dici che hai «bisogno» di fotografare te stessa vestita come al solito, solo che fuori piove, e io ti rispondo portando un ombrello (di quelli grandi, colorati, con la punta di metallo) dove non batte il sole. Mi sembra uno scambio comunicativo sensato.

Peccato che a pensarla così fossi io soltanto, in quei giorni là, a Milano, quando m’è capitato di sentire i discorsi di alcune di quelle che si fanno chiamare «fashion blogger» e passano il loro tempo a raccontare su un blog (blogspot.com, di solito) di quella volta che sono andate a fare shopping, hanno comprato un sacco di cose bellissime, le hanno pagate quanto un viaggio a Dubai e poi sono arrivate a casa e, orrore!, c’era un filo fuori posto o un bottone un po’ lento, una roba che bisognava andare dall’avvocato e fargli causa, a questi stilisti che non sanno cosa sia la qualità.

Le «fashion blogger» sono una categoria vasta, per descrivere la quale ho bisogno di un po’ di paraculismo: ognuno ha le sue passioni, se la tua è la moda sono problemi tuoi, non mi frega niente, ma io a cena con te non ci vengo, anche perché non capirei quello di cui parli né potrei intervenire nella conversazione. Tipo, io neanche sapevo cosa fosse Lanvin prima che facesse la collezione con H&M.

Se il punto fossero gli interessi, sarei pazza io, perché rientrerebbe tutto in quei discorsi sulla convivenza civile. Ma il punto non sono gli interessi, il punto è il vuoto pneumatico nella testa di talune di queste ragazzette che si credono Carrie Bradshaw e vorrebbero fare Sex&TheCity nella provincia veneta, solo che invece di Mister Big il massimo a cui possono aspirare è Renzo Bossi.

Sanno tutto della vita delle star, delle modelle, degli stilisti e dei galoppini del mondo della moda, e poi ti guardano con l’aria spaesata e ti domandano: «Scusa, mi sai dire un sinonimo di abito?». Camminano con le reflex al collo, ma le usano in modalità «automatica», non hanno idea di cosa sia il «tempo d’esposizione», ma l’importante è che si veda bene che «No, vabbè, io senza la mia Nikon non saprei fare niente». No, tesoro, tu non sai fare niente, e basta.

Sorridono davanti ai flash, sanno qual è il loro profilo migliore e urlano come fossero sulle montagne russe quando viene comunicato loro che «c’è del vip watching da fare». «Vip watching»: no, non è una malattia rara. È quella cosa che tu stai davanti all’ingresso di una sfilata di un nome noto e aspetti che passi una very important person qualunque. E la fotografi, salvo poi dire: «Ehi, ma hai visto quant’era vestito da poveraccio?».

Si presentano per nickname, al quale associano immediatamente l’url: «Ciao, io sono Fashionesticazzi, di Fashionesticazzi.blogspot.com». E se non le conosci s’imbronciano. «Ma come? Io sono quella che hanno preso per il culo su quell’altro blog». Sì, perché alcune «fashion blogger» la notorietà la misurano in base a quanto vengono sfottute in giro per la rete, salvo poi offendersi mortalmente se qualcuno dice che hanno le cosce grosse o le caviglie brutte: «Cioè, ma è proprio da malattia, cioè. Io sono una persona molto intelligente e molto ironica, ma puoi insultarmi soltanto se io ti do il permesso, altrimenti dimostri che sei uno che non ha una vita. Please, get a life!».

Quindi, in pratica, se le vuoi sfottere, devi fare una richiesta ufficiale, te la fai timbrare dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e poi speri che loro dicano che sì, puoi sostenere in pubblico che quello smalto azzurro puffo con pois giallo evidenziatore l’avresti visto bene addosso a Moira Orfei, e non su una sedicenne che parla come una venticinquenne sciocca e si comporta come Ivana Trump.

Ma dev’essere che quello loro è stile. E si sa che io di stile non ho mai capito una mazza.

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