Le rose di carta non profumano

by lacapa

Le ho contate tutte, una per una. Sono trentatré, come gli anni di Cristo. Trentatré rose di carta.

Era un tic nervoso, o non so che altro: ci sedevamo da qualche parte (un bar, un pub, una pizzeria), rubavi i fazzolettini e ne facevi rose di carta. La prima volta che ci siamo incontrati, l’hai fatto e ho pensato che fosse una cosa romantica. Ho tenuto quel fiore falso come un tesoro, ed è ancora conservato in un posto diverso dagli altri.

Per tutti quei mesi, le tue rose finte finivano nelle mie borse, e poi in camera mia, un mazzetto ben nutrito, che guardavo ogni mattina pensando che fosse una cosa bella avere un uomo che crea fiori.

Non so per quale ragione non le ho buttate via tutte, quando mi hai lasciata. Non so perché ho continuato a tenerle maniacalmente ordinate, a spolverarle per non rovinarle, a salvarle dal tempo che le avrebbe ingiallite, com’era ingiallito il mio amore per te senza che io me ne accorgessi, senza che io mi rendessi conto che le tue disattenzioni, la tua strafottenza, il tuo prendermi e lasciarmi a tuo piacimento stavano facendomi appassire. Mi stavi sfiorendo.

E mi sono rovinata le mani e le unghie a scavare in un terreno duro e freddo, piantandoci fiori bianchi con indirizzi di bar che non avrebbero mai messo radici, che non avrebbero attecchito neanche annaffiandoli ogni giorno di quelle lacrime che non ti confessavo e che nascondevo sorridendo, perché non volevo essere pressante, non volevo essere triste, non volevo esserti di peso.

Le ho contate oggi, tutte quelle rose, e continuo a non volerle gettare via. Le tengo lì, come un monito: sono belle, a vedersi, ma non profumano di niente. Odorano di quel nulla che siamo stati e che dà la dimensione di quello che ci siamo lasciati alle spalle: un buco nero, pieno di sacco di risate sguaiate e nessun vero ricordo felice.