Tristi corrispondenze (che non spedirò mai)

by lacapa

Cari papà e mamma,

il più delle volte io non vi capisco mica. Lo so che il mestiere del genitore, per chi non lo è, è imperscrutabile, però so anche che ci sono cose che per quanto uno si sforzi di trovarci un senso, un senso non ce l’hanno (citazione involontaria).

È una vita intera che litighiamo, io e voi. Non ricordo un periodo della mia esistenza che non sia stato connotato da discussioni furibonde fatte di urla, lacrime e strepiti, che questa casa me la facevano disprezzare come nessun altro posto al mondo. Quando sono cresciuta e ho cominciato a lasciarmi scivolare addosso le incomprensioni, ho cercato di prendere i lati buoni della nostra convivenza forzata. E ne ho trovati, non è che dico il contrario. In fondo è bello quando si ride tutti insieme.

C’è una cosa, nonostante tutto, che non avete mai digerito. E ogni volta che potete me ne fate una colpa.

Cosa? Il fatto che io non sia un’aspirante avvocatessa, o medico, o ingegnere, o maestra di elementari. Insomma, tutti i ragazzini che avete conosciuto voi, a sedici anni, volevano fare un mestiere concepibile, nessuno aveva assurde velleità artistiche. Non avete mai sopportato l’idea che, quando mi si chiedeva cosa volessi fare da grande, io rispondessi «la giornalista, oppure la scrittrice».

Mamma, ti ricordi di quella volta che tornavo dalla presentazione del libro di Marco Travaglio? Era il periodo in cui ero follemente innamorata di lui e m’ero messa in testa di leggere tutto “Mani sporche”. Ero appena rincasata, e avevo gli occhi che mi brillavano. Tu stavi cucinando e io ti ho detto: «È la cosa più bella del mondo». «Marco Travaglio?», hai domandato, scettica. «No, il sogno più grande della mia vita», ti ho risposto.

«E quale sarebbe?»

«Scrivere»

A quel punto sei scoppiata a ridere. Forse per superficialità, forse per stupidità, forse per tutt’e due le cose messe assieme, hai affermato di getto: «Scrivere? Prendi un foglio di carta e una penna e scrivi, tanto più di questo non sarai mai in grado di fare».

Non avresti potuto dire niente che mi ferisse di più. E mi feriva ogni volta che vincevo un premio e venivi alla premiazione senza sapere neanche di cosa si stesse parlando, perché ogni racconto che ho scritto non hai mai avuto il tempo di leggerlo. E papà lo stesso.

Tutt’e due vi siete sempre impegnati tantissimo, per farmi desistere da questo strano obiettivo che mi guida ancora oggi, dopo anni. Iniziavo ad andare alle riunioni di Rivista di Grido e uno dei miei articoli lì non l’avete mai nemmeno visto in pagina; cominciavo a scrivere per Step1 e l’unica vostra preoccupazione era rimproverarmi perché passavo troppo tempo davanti al pc, togliendolo allo studio. E gli esami che continuavo a superare con voti alti non li contavate, però.

La volta che stavo scrivendo il mio primo pezzo di giudiziaria è emblematica. Era il caso del boss depresso che dal 41 bis era passato ai domiciliari: ero andata in Procura a chiedere al p.m. che si occupava del caso, avevo beccato per una botta di fortuna il procuratore generale e per un clamoroso colpo di culo – notare il climax ascendente – lui aveva scelto di dire a me, prima che a tutti gli altri giornalisti, che l’indomani si sarebbero appellati alla decisione del giudice.

Sono tornata a casa in fretta e furia, dovevo scrivere quel pezzo, ché metti che la notizia usciva Step1 perdeva l’esclusiva. Tra una revisione e l’altra – era pur sempre il mio primo articolo di giudiziaria, era scritto malissimo – s’era fatta ora di cena. «Papà, un attimo, devo finire di scrivere questa cosa importantissima!», avevo biascicato io, senza staccare gli occhi dallo schermo del pc.

E tu, papà, hai cominciato con la tua filippica: «Questo gioco deve continuare a lungo? Quando la smetterai di fare così e capirai che la giornalista non la farai mai?».

Non provate neanche a negare, mamma e papà, perché ho i miei testimoni: le Dears, che si sorbivano i miei pianti ininterrotti, dalle quali correvo ogni singola volta che davate una dimostrazione di tatto e di fiducia nelle mie capacità. O il povero Èsolounamico, al quale toccavano le mie paturnie e le mie insicurezze, al quale spettava il compito di incoraggiarmi al posto vostro, sennò mollavo.

Il vostro atteggiamento nei confronti del mio mestiere è cambiato una volta soltanto: quando ho ricevuto quella telefonata da Palermo, dal giornale che ho sempre sognato, immaginandolo il punto d’arrivo dopo una carriera trentennale in piccoli fogli di quartiere. Il capo di quella redazione là, quella dove ero certa avrei messo piede prima dei sessant’anni solo in pellegrinaggio, mi chiamava per un colloquio. A me che sbaglio i congiuntivi e i tempi verbali.

Quando ve l’ho detto saltavo di gioia, e avevo già deciso di prendere la macchina e andare. Invece no: voi dovevate accompagnarmi, per forza. E abbiamo discusso di nuovo, perché dopo tutto quello che avevate fatto per farmi desistere ero convinta (e lo sono tutt’ora) che fosse ipocrita da parte vostra volerci essere nel momento in cui ero veramente la donna più felice del mondo. Mi domandavo cosa ci aveste messo di vostro per farmi arrivare al punto in cui qualcuno mi telefonava per farmi un colloquio. E la risposta era sempre «niente».

Alla fine ho ceduto. L’insegna di quella caspita di redazione l’ho fotografata col cellulare, stropicciandomi gli occhi, perché non poteva essere vero.

Quello è stato il colloquio di lavoro peggiore della mia vita, eppure con gli articoli che gli ho mandato devo averli fatti ricredere: non mi hanno pubblicato niente, però qualche complimento me l’hanno fatto, e mi invitavano a non lasciar perdere, ché il rodaggio è necessario.

Nel frattempo è arrivato gennaio, ho cominciato due lavori part-time e il tempo per scrivere è diminuito fino ad azzerarsi. Pensavo di dover resistere per un mese e basta, ché poi uno dei due contratti scadeva, e invece oggi un capo mi ha chiesto di restare. Contratto, contributi, stipendio fisso, ferie, ufficio: ma giornalismo non ce n’è da nessuna parte.

Così sono tornata a casa, mi sono seduta attorno al tavolo con voi, e ve l’ho detto: «Mamma e papà, mi offrono di diventare una persona seria. La proposta ha i suoi pro e i suoi contro, li valutiamo insieme e mi aiutate a scegliere?». Vi ho detto che i soldi mi farebbero comodo, che in fondo il posto non è male, che riuscirei comunque a trovare il tempo per studiare e che sarebbe una gran fortuna. D’altra parte, però, significherebbe tirarmi fuori dal mondo del giornalismo per almeno un anno, che è un sacco di tempo, lasciare alle ortiche il contatto con la redazione dei miei sogni e mollare Step1, che è il posto dove mi hanno insegnato tutto quello che so. In pratica: qualche guadagno contro la mia passione.

E voi avete reagito come se vi avessi punti nell’orgoglio.

Papà, tu sei stato il migliore: «E ancora con ‘sta storia che vuoi fare la giornalista. Basta! Non sei stata capace di farti pubblicare niente da quelli là, non l’hai capito perché? Non è fattibile, non è cosa tua, guadagnati il pane, piuttosto. La giornalista… I giornalisti scoprono le cose, tu che vuoi scoprire? L’acqua calda?».

Game, set, match.

Se firmare il contratto oppure no non l’ho ancora scelto, però ho preso una decisione, che vi riguarda direttamente: non siete più autorizzati a farmi stare male come adesso. E per evitare che vi sentiate in diritto di, facciamo che io la smetto di rendervi partecipi della mia vita professionale, che ormai era l’unica che v’era rimasta. Perché se in ventun anni non avete ancora capito che mettere parole una dietro l’altra è l’unica cosa che mi fa stare bene con me stessa e mi rende veramente felice, dubito che di me capirete mai altro.

Con immutato affetto,

Luisa