Tu quoque, Capodanno

by lacapa

Io il Capodanno l’ho sempre odiato. Dico sempre e intendo sempre. Sin da quando ero bambina ed ero costretta a passarlo con tutti i parenti, a giocare a carte, a sentirli parlare di calcio e soldi, a fare il conto alla rovescia con la televisione accesa sullo show condotto da Carlo Conti (o chi per lui) pieno di starlette e vecchie glorie dello spettacolo ormai decadute, tipo i Pooh e Al Bano.

Poi ho scoperto le feste con gli amici. E non è che quelle siano meglio. No, perché gli amici non sono mai solo quelli veri, sono anche i semplici conoscenti, oppure quelli che – per una ragione o per un’altra, non fatemi approfondire – sono la tua compagnia fissa, eppure li guardi con insofferenza e, soprattutto, indifferenza.

Per carità, momenti di risate epiche ce ne sono stati, eh. Tipo quell’anno che Dearfriend Porno non era tanto in sé e si credeva Cleopatra. Io e DearLowe eravamo le sue ancelle, Santippa ed Euristea, un mestolo era il buon vecchio Cesare e una spazzola per il water era l’affascinantissimo Marco Antonio.

Lei girava con questa sciarpa a mo’ di velo e dettava legge, barcollando, dimenticando di essere salutista e rubando sigarette a destra e a manca. Mica qualcuno poteva dire di no alla regina d’Egitto.

O quell’altro anno ancora, che ero ubriaca persa a casa di AmicoPina ed ero tristissima perché volevo stare con il Parolaio ma gli avevo imposto di non passare il Capodanno insieme perché sapevo che con quella gente lì lui non aveva niente da spartire, ed ero terrorizzata dal pensiero che non gli piacesse il mio mondo, e di conseguenza potessi smettere di piacergli io. Lo chiamai in un momento in cui stavo tentando di farmi passare la sbronza e non so cosa gli dissi, so soltanto che mi rispose: «Prima di tornare a casa, di mattina, vieni da me». Gli citofonai alle otto e lasciai casa sua alle dodici, quando Madre mi telefonò preoccupata perché non aveva mie notizie dal giorno prima.

Ricordo che c’era il suo coinquilino, in camera con lui, ché avevano ospiti ed erano stati costretti a far spazio in qualche modo. Ricordo che ci siamo infilati sotto le coperte per dormire qualche ora, che ci siamo augurati un buon anno e siamo finiti a fare un po’ l’amore, non troppo, ché se avessimo svegliato il coinquilino nella brandina accanto…

Di quel Capodanno ho pochi altri ricordi: ci sono fotografie che mi ritraggono con una pistola ad acqua in mano. Ma sinceramente non so cosa ci facessi con un aggeggio di quel genere, né dove l’avessi preso, giacché stavamo sull’Etna, mica proprio in un posto caldo da prendersi a gavettoni.

Per il resto, boh. Io il Capodanno l’ho sempre odiato, lo ripeto. Tutta quella gente che beve perché deve, perché è obbligatorio divertirsi e ci si diverte solo con tanti alcolici in corpo, tutti mischiati. Io le smorfie di disgusto nel trangugiare certi cocktail che meglio la benzina non le reggo. Se non ti piace, porcamiseria, perché cazzo devi finirlo? No, io una risposta non l’ho ancora trovata.

E poi i petardi, gli spari a mezzanotte, l’assenza di regole per le strade, le feste che non conosci nessuno perché siete cinquecentomilioni in una stanza dieci metri per dieci, con la nebbia che neanche nella pianura padana e la musica techno che a me fa schifo però oh, è Capodanno, che vuoi mettere Manu Chao?

E poi c’è quel problema delle cose che finiscono e delle cose che cominciano, della sensazione di lasciarsi dietro della roba e del timore di non essere in grado di affrontare quella che c’è davanti.

Se non fossi così scema da cedere alle consuetudini, io il Capodanno lo passerei allegra a modo mio: casa vuota, musica e/o libri e/o studio e/o film, sigarette e una bottiglia di vino rosso, con un calice accanto sempre mezzo pieno, a mo’ di augurio.

Bello. Molto. Moltissimo.