Tutto quello che non mi avete mai chiesto, che non volete sapere e che vi dico lo stesso

by lacapa

«Mi spieghi perché ti piacciono solo ed esclusivamente le cose difficili?»: me l’ha chiesto Dearfriend Ballerina, ieri sera, quando sono andata a prenderla alla stazione. «Perché quando vanno male posso dire che non era colpa mia», le ho risposto.

In realtà, non è vero che mi piace complicarmi la vita.

Mi piace stare a casa con Dearfriend Ballerina, a Milano, e raccontarci un sacco di cose perché era da un bel po’ – anni? – che non lo facevamo così spontaneamente; mi piace andare a cena a casa sua, a Catania, con sua sorella, suo fratello, sua madre e suo padre, e ridere e scherzare come se fossi in famiglia, senza problemi e senza inutili rossori.

Mi piace guidare, col traffico o le strade sgombre non fa differenza, perché mi rilasso, se non ho fretta e non devo andare da qualche parte. Mi piace accendere la radio e canticchiare, poi staccarla e mettere un cd dei miei. Ne avevo una quarantina: li ho fatti quando ho comprato Vanda, la mia bellissima Fiat Panda blu romantico. Ci ho messo dentro tutta la mia musica, in rigorosissimo ordine alfabetico, e pure i nomi che ho dato ai dischi denotano una certa fantasia: Vanda uno, Vanda due, Vanda tre… Vanda quaranta. Adesso, la metà li ha Dearfriend Porno, perché glieli ho prestati a ferragosto, due anni fa, e non me li ha mai restituiti. Ha dalla C alla M: ché quando c’ho voglia di Carmen Consoli, Guccini, De André o dei Muse non posso, però va bene uguale.

Mi piace fumare le sigarette che mi preparo da sola: tabacco Golden Virginia giallo, filtrini Rizla ultra slim e cartine Special, oppure Bravo. Mi piace la scatoletta con tutto il mio armamentario da fumatrice accanita e mi piace il fumo quando esce da uno spiraglio nelle labbra increspate.

Mi piace bere: odio i cocktail, non sopporto il pensiero che si mischi un alcolico con un altro. Il whisky è più buono liscio, l’amaro pure, per la tequila venderei l’anima al diavolo, il buon vino è delizioso e all’acqua sostituirei la birra. Non apprezzo granché la vodka liscia, eccetto che con lo sciroppo d’amarena. Mi piace mettere insieme vodka alla pesca e lemon soda, ma questa per voi è una bestemmia. Il rum lo sopporto poco, anche se col succo di pera ha il suo perché: quando sei già bella che ubriaca è il colpo di grazia.

Ah, dimenticavo: no Coca Cola, sì chinotto. E acqua tonica tutta la vita.

Mi piace cucinare e mi piace aver scoperto di essere brava a farlo, e poi mi piace lavare i piatti. Mi piace anche mangiare, ça va sans dire, però siccome non riesco a sentirmi in colpa quando esagero ho imparato a farmi piacere anche i rotolini di grasso sui fianchi e sulla pancia. Ma tanto dice che le ragazze formose sono più belle delle altre, e non smentitemi, per piacere, ché su ‘sta storiella c’ho fondato buona parte della sicurezza che mi permette di mettermi una gonna anche se ho le gambe a forma di prosciutto di Parma.

Mi piace isolarmi per giornate intere e sparire, non farmi trovare da amici, parenti e conoscenti. Spesso mi chiudo nella mia stanza e leggo, perché i libri sono il mio amore più grande e senza quelli mi sentirei persa. Oppure scrivo, perché la scrittura è la mia dimensione, e dio solo, se esistesse, saprebbe quanto vorrei essere in grado di maneggiarla con finezza ed eleganza, senza banalità e senza futili ostentazioni di virtuosismi. Sto per dirvi una cosa scema che ho spiegato tante volte a poca gente. Non mi sono mai detta roba tipo «Voglio imparare a scrivere come Pinco Pallino», un po’ perché non ho mai letto niente del signor Pinco Pallino, un po’ perché i paragoni li ho sempre trovati insopportabili.

Poi, un giorno, tanti anni fa, ho letto un libro. Sì, un giorno, giacché è breve e in un paio d’ore lo si finisce. Dicevo, in questo libro c’era una frase che ritornava spesso, e ogni volta io scoppiavo a piangere. Non credete, nessun significato trascendentale, una frase scema, sul serio. Io la beccavo e giù di lacrime. Lacrime silenziose, di quelle che ti scorrono sulle guance e finiscono sulle labbra, le lecchi e te ne godi il sapore, di quelle che ti riempiono gli occhi, ti annebbiano la vista e continuano a scendere che quasi non ci pensi più. Quel genere di lacrime là. E lo spannung della mia disperazione lo raggiungevo arrivata ad un cazzo di avverbio tra due virgole. Cinque fottutissime lettere tra due segni d’interpunzione e io diventavo il fantasma di me stessa, singhiozzavo.

E a quel punto ho deciso. Non importa se mi pubblicheranno mai qualcosa, non importa se arriverà un giorno in cui ci sarà un libro con la mia firma tra gli scaffali di una libreria, non importa neanche se mi confesseranno – quando il mondo starà per finire – che sono meglio di Umberto Eco: non sarò mai una scrittrice finché non riuscirò a mettere un avverbio tra virgole in quel modo lì.

Mi piace leggere i giornali e guardare i telegiornali, mi piacciono le dirette dal Parlamento e le trasmissioni in cui si discute di politica, eccetto “Porta a porta”: i nei di Bruno Vespa mi distraggono e non riesco neanche a sfotterlo per bene.

Mi piace parlare con gente che mi faccia sentire ignorante e che mi metta addosso la voglia di imparare cose nuove e scoprire mondi diversi, adoro sentirmi raccontare storie ed esperienze di vita vissuta, stare là ad ascoltarle a bocca aperta, a chiedere dettagli. E non mi dà fastidio che mi si dica che sono troppo piccola per capire certe cose, dato che è vero. Ah, e non mi arrabbio quasi mai. E se mi arrabbio lo tengo per me, sbollisco e poi torno normale, perché non mi piace litigare.

Mi piace quando Èsolounamico mi chiama «badduzza», che è un termine catanese che descrive una persona grassoccia e bassa, come una barretta di cioccolato. Mi piace perché è una cosa nostra, una delle decine di cose solo nostre che abbiamo accumulato in tutti questi anni in cui non avrei potuto desiderare un amico migliore. In realtà, era il mio nomignolo quando stavamo insieme – lo sapete tutti, no?, che Èsolounamico è stato il mio primo fidanzatino adolescenziale – e io lo adoravo, ché ho sempre saputo di non essere quel genere di ragazza che ti giri a guardarla per la strada quando passa.

Non mi piace ricevere complimenti, dato che non li so incassare. Abbasso lo sguardo, arrossisco, mi volto, straparlo, mi imbarazzo ed entro nel pallone. Ci sono tanti di quegli argomenti di cui parlare, e io non sono uno di questi, né voglio esserlo. Non mi piace sentirmi dire che sono bella, mi piace che mi si faccia sentire bella. Sono due cose profondamente diverse.

Avete presente quelle serie tv americane con le stangone che camminano per la strada, coi tacchi, i vestitini succinti e i capelli che svolazzano nell’aria fumosa di New York? Ecco. Le volte che ho provato maldestramente a replicare questa scena (con una trentina di chili in più, una ventina di centimetri in meno, in una città che non è New York) sono sempre riuscita a rendermi ridicola in qualche modo. Per lo più inciampando semplicemente, ma ho all’attivo anche una caduta dalle scale, un paio di urti inconsulti contro qualche palo piazzato là a caso, e numerosissimi esempi di attraversamenti pedonali ad alto rischio di morte.

Essendo pienamente consapevole della mia innata goffaggine, non pretendo mica che si menta spudoratamente asserendo che, invece, sono figa tanto quanto le stangone e pure di più. Però ci sono uomini che, pur sapendo che sono un disastro, hanno beccato il momento giusto, l’intonazione e la frase corretta: come quelle stangone mi ci hanno fatta sentire, perché mi vedevano così, con l’aiuto di un po’ di sana miopia, degli ormoni e di qualcos’altro che non saprei definire ma che ha a che fare con l’affetto.

Mi piace innamorarmi anche se non ne azzecco mai una giusta. Due volte mi sono avventurata nel terreno minato dell’amore e ne sono uscita ammaccata, tanto tanto. Il lato positivo è che, conseguentemente, sono anche dimagrita e di questo non mi lamento. Mi piace essere contenta quando chi mi sta a cuore è contento, mi piace gioire delle sue gioie ed essere fiera dei suoi successi. Mi piace essere un «porto quiete», però non nel senso della celebre poesia: mi piace non avere problemi e non crearne, mi piace mettere una pietra sopra le questioni stupide e ironizzare su tutte le altre, mi piace giocare e divertirmi, mi piace che chi ho accanto pensi a me come a quella cosa che ti rimette in pace con il mondo e vaffanculo le brutture.

Mi piace svegliarmi la mattina sotto il piumone caldo caldo, e pagherei affinché certi risvegli si ripetessero uguali identici per un sacco di tempo, finché stare abbracciati non diventa noioso, finché guardarsi negli occhi con la luce che passa dalle fessure della serranda non diventa noioso, finché la maglietta dei Dallas non sarà diventata noiosa pure quella, finché non sarà passata la sensazione che ci si conosce da sempre e invece sono poche ore.

E, adesso si sfiora il paradosso, mi piace anche il pensiero che ci sono cose che non succedono due volte e allora il ricordo sarebbe meglio che rimanesse intatto com’è.

Mi piace il fatto che alla fine di questo post ci siete arrivati in tre, e magari adesso avete voglia di mandarmi a quel paese, giacché sapere ‘ste cose di me mica v’interessava. Comunque, ormai è troppo tardi, e in fondo ho solo detto che mi piacciono le cose normali.

Mi piace essere felice, tutto qui.