La febbre del sabato sera (e anche del venerdì e della domenica)

by lacapa

Ci sono: una tela, dei gessetti colorati, pennelli, colori a olio, pittori, gente che ti ferma e ti chiede se ti va di provare a imparare a dipingere in un pomeriggio, gratis, art’s for art sake. È la National Portrait Gallery, con dentro roba di Vasari, Botticelli, Monet, Degàs, Leonardo Da Vinci, Canova e altra roba.

In pratica entri (senza pagare neanche una sterlina), visiti il museo, guardi i quadri, le statue, osservi la gente e poi puoi anche decidere che vuoi provarci anche tu a capire cosa si prova a stare davanti a un cavalletto con in mano una tavolozza vera, di legno, coi colori dentro. Perché questa città è tutta così: «Tentaci, vedrai che ci riesci».

Edimburgo è un esperimento riuscito fatto di cattedrali gotiche, ordine, pulizia, bellezza, nuvole e birra; un dedalo di vicoli e strade affollate, cortili interni e sentieri senza sbocco. Ogni tanto, quando cammini, devi farlo: devi fermarti a guardare tutto, con la bocca aperta, il cuore in gola e il fegato gonfio di rabbia e rammarico.

Perché ci sono posti, a Edimburgo, dove il pomeriggio si leggono i libri ad alta voce, posti dove un artista espone le sue opere senza problemi accanto ai quadri dei più grandi maestri di tutti i tempi, giacché i giovani talenti devono avere visibilità e l’unica maniera per dargliela con successo è affiancarli ai grandi. C’è una lista d’attesa, tu firmi, aspetti il tuo turno, valutano il tuo lavoro e in un batter d’occhio c’è il tuo quadro accanto a quello di Manet, e se alla gente piace può chiedere di comprarlo. Sembra facile e lo è, ma figurarsi se in Italia ci si pensa.

Poi esci dai musei – tutti vicini, dentro ai Princes Street Gardens – e ti infili al Cupcakes bar, con quelle vetrine tutte colorate e addobbate a festa, e i dolci che ti urlano che sono buoni. Te lo conferma anche il barista, un ragazzo giovane e bello, ma a Edimburgo sembrano tutti giovani e belli, quindi non vale.

Magari ci sono i fumi dell’alcol che annebbiano un po’ la percezione, visto che i pub sono attaccati l’uno all’altro, per strada il vento gela il viso e un cicchetto di whisky non lo si nega a nessuno. C’è un posto che si chiama Bow’s Bar, ad esempio: ero da sola e sono uscita da là sbronza, che ridevo per la strada, camminavo con questo sorriso che non riuscivo a staccarmi dalla faccia e inciampavo sulle basole antiche e scivolose per via della pioggia.

C’è un altro posto che si chiama Windsor Buffet, e ce l’ho sotto casa. Una sera i miei colleghi avevano deciso di rimanere a casa a giocare a Monopoli, però io avevo voglia di star fuori, così mi sono vestita e sono andata. Era praticamente vuoto, e gli unici clienti erano uomini scozzesi di mezza età. Mi sono seduta a un tavolino ad angolo, con la mia Guinness gelida tra le mani, e non lo so com’è stato, ma s’è fatta quasi l’una, e il cameriere del locale aveva già cominciato a pulire i tavolini. Ho finito la birra e lui me ne ha portata un’altra: «Ma io non l’ho ordinata», gli ho detto. «Te la manda quel signore al banco», mi ha risposto. Era un uomo rubicondo – sì, rubicondo – sulla cinquantina. Aveva le guance e il naso rossi e s’è venuto a sedere con me.

L’ho ringraziato, abbiamo brindato e poi ci siamo messi a parlare di cosa faccio io qui, del perché fossi da sola, della ragione per la quale bevevo Guinness e non Tennent’s. Mi ha offerto anche il terzo giro, di Caledonian, stavolta. Quando ho finito pure l’ultima pinta, così com’era arrivato se n’è andato, sorridendo e ringraziandomi per la conversazione. Ero l’ultima cliente e se non ci fosse stato il freddo che c’era, dopo quel pub sarei andata anche da un’altra parte, per via del buon umore che avevo addosso e che non va via dal giorno in cui sono arrivata.

Anche con la febbre ero di buon umore, perché il mio coinquilino di Bergamo mi lasciava l’aspirina sul tavolo alla mattina e alla sera, e a ora di pranzo mi diceva sempre: «Ho messo su un po’ troppa pasta, se non la mangi tu si rovina». E mica era buono con me solo lui: le ragazze spagnole hanno passato pomeriggi interi a chiacchierare con una me moribonda sul divano, e quando sono passata da Ristoratore, lui m’ha offerto un caffè e un latte caldo al cioccolato, rifiutandosi di lasciarmi tornare a casa a piedi: «Ti accompagno con la macchina, bellezza». Mi ha portata fino a davanti al portone, e la mia salute ha fatto i salti di gioia e di gratitudine, insieme.

Poi la febbre è passata, e sono continuate le serate in giro per i pub con ragazzi di qualunque nazionalità possibile e immaginabile: in un inglese stentato e maccheronico, l’importante è capirsi. E con un po’ d’impegno ci si riesce.