Una favoletta scema

by lacapa

Questa è una favoletta scema che non comincia con «C’era una volta» e all’ultima riga non ci arriva mai. È una favoletta con pochi punti fermi ma tante virgole, una favoletta piena di anafore ed espedienti stilistici spiccioli, una favoletta che nessuno la scriverebbe mai – giustamente – perché manca di contenuti e di morale, di giustificazioni e di scuse.

C’è una ragazzina che non è una bambina, perché il termine “bambina” ha quasi un’accezione positiva, tenera, mentre “ragazzina” è detto con disprezzo, con una smorfia brutta sulla faccia e un tono da vecchia strega che nelle favole ci sta sempre bene; c’è una ragazzina che per età è quasi una donna, eppure della donna ha solo il trucco impiastricciato sulla faccia e le scarpe alte in cui sta scomoda; c’è una ragazzina senza punti fermi ma con un sacco di roba attaccata alle pareti di una vita di cartapesta. Quando si cresce si piantano chiodi nel cemento, si montano mensole e gradini, ci si prepara alla maratona di assemblaggio da Ikea e così via, però alla ragazzina mancano proprio i fondamentali, non sa neanche agguantare un martello, così è cresciuta pensando che la carta di giornale intrisa nella colla vinilica potesse andar bene ugualmente.

Ha sbagliato tutto, la ragazzina, e sta incerta sui trampoli della sua età, guardandosi attorno con l’aria spaesata di chi aveva fatto dei programmi e se li è visti sfumare, esplodere per aria come un fuoco d’artificio, arrivando al suolo come resti spenti di qualcosa che una volta era colorato e rumoroso e adesso è spento e basta.

La ragazzina ha imparato che, se vuole dare l’impressione che tutto sia a posto, deve fare finta: ha imparato a fare finta di essere sicura di sé e s’è scoperta arrogante; ha imparato a fare finta di essere determinata e s’è scoperta egoista; ha imparato a fare finta di essere simpatica e s’è scoperta sciocca; ha imparato a fare finta di essere brava in qualcosa e s’è scoperta attaccata a quattro esercizi di stile che comprendono tutti metafore e ripetizioni. Insomma, la ragazzina è un disastro.

E ogni tanto si scorda che, quando non fingeva, i suoi lati positivi li aveva anche. A ricordarglielo, però, arrivano certe frasi scritte, inviate e dimenticate. Frasi che la ragazzina dovrebbe stamparsele a caratteri cubitali sul soffitto della sua stanza, proprio sopra al suo letto, così quando si sveglia la mattina sono la prima cosa che vede e allora può decidere di comportarsi di conseguenza. Frasi che sono sincerità allo stato puro, spremute di cuore e sentimenti, roba che lei se lo ricorda ancora quando le ha scritte, anche se è passato del tempo. Quel giorno era appena tornata a casa e pioveva, era sera tardi ed era senza parole: le avevano fatto una domanda e lei aveva avuto troppa paura per rispondere. Ci ha riflettuto per tutto il tragitto in auto, ha mandato giù un nodo alla gola grande quanto vent’anni di vita, ha aspettato di mettersi in pigiama e d’infilarsi sotto le coperte: con gli occhi lucidi, ha scritto la cosa più vera che avesse mai scritto, la cosa più sentita, ciò che non aveva detto a nessuno. Non perché fosse un concetto di chissà quale profondità, bensì perché non le era stato chiesto di formularlo, prima d’allora.

Quando la ragazzina se l’è ritrovate davanti, le sue parole, ha provato una fitta di nostalgia e ha pensato che sarebbe stato bello sul serio poterci vivere, in quel modo, quello che era vero quando il passato era presente. È un modo strano, che molti non comprendono e che neanche lei sa bene come descriverlo: prevede la realizzazione di un sogno a occhi aperti. Ha a che fare con certi abbracci che scaldano, certe verità che si dicono solo stretti stretti, certi cuori che battono forte, certe incertezze che danno forza.

Nei sogni della ragazzina, le favole cominciano con «C’era una volta» e finiscono con «E vissero per sempre felici e contenti». Una cosa che nella realtà non esiste, insomma.