Perdersi, e poi farsi picchiare

by lacapa

«Ma, secondo te, quello che sta facendo?».

«Non lo so, ma che t’interessa? Cammina».

«Eddai, siamo in una zona periferica. Lui c’ha la valigia, i pantaloncini e le infradito, mi pare più perso che altro. Ci sono caserme, alberghi od ostelli, qua vicino?».

«No, non c’è assolutamente niente».

«Diamogli una mano».

«Ma sei scema? Che vuoi fare? Caricartelo in macchina?».

«Non lo so, boh».

Mentre io e Facciocose discutevamo animatamente dentro la povera Vanda, il Vagabondo continuava a camminare, di sera, in periferia, una zona che c’ha soltanto il mercato ortofrutticolo e casa di Facciocose, e ho detto tutto.

Dopo cinque minuti buoni passati a decidere il da farsi, io e Facciocose abbiamo optato per una scelta obiettiva e per nulla razzista o classista: io gli sarei passata accanto con la macchina, e Facciocose avrebbe deciso – giudicando l’aspetto del Vagabondo – se avesse bisogno d’aiuto o se sapesse perfettamente quello che stava facendo.

Facciocose, premettendo che comunque non trovava granché sensato fermarsi, ha così descritto Vagabondo: «È biondo, alto, bello e con gli occhi azzurri. Sicuramente si è perso, sicuramente è straniero».

Un quarto d’ora dopo (il tempo di convincere Facciocose a farebuoneazioni e di imboccare l’autostrada nel giusto senso di marcia, dato che, nel frattempo, Vagabondo ci s’era inoltrato con nonchalance), Vagabondo sedeva sul sedile posteriore di Vanda, mentre la sua valigia stava comoda nel portabagagli.

Era arrivato in autostop da Trapani, e a Trapani c’era arrivato non si sa come. Era irlandese, biondo, alto, bello e con gli occhi azzurri, e aveva  bisogno di andare a Siracusa, ché ci ha raccontato di avere degli amici, lì.

Parlava un discreto italiano e il suo accento in inglese era fin troppo comprensibile per essere irlandese. «Molto gentilissimi», ci ha detto, scendendo alla stazione dei treni, dove l’avevamo accompagnato.

Io e Facciocose ci sentivamo due persone buone, eravamo felici di esserci resi utili a un povero turista indifeso, coscienti di averlo salvato da chissà quante e quali bruttissime cose sarebbero potute capitargli girando da solo in una città sconosciuta e non proprio sicura.

Due giorni dopo, il telegionale regionale ha annunciato: «Giovane turista irlandese aggredito sotto casa di Facciocose. Biondo, alto, bello e con gli occhi azzurri passeggiava, o più probabilmente si era perso. Ha subito ferite guaribili in sette giorni». La giornalista non ha detto più niente, ma nei suoi occhi si poteva leggere: «Sì, LaCapa, hai capito bene. È quell’irlandese, il tuo irlandese. Avresti dovuto chiedergli un numero di telefono per verificare che arrivasse sano e salvo a destinazione, avresti dovuto metterti a disposizione, dirgli: “Ehi, quando torni a Catania, invece di metterti a fare l’autostop e a girare per la periferia con l’aria stranita da turista inconsapevole, chiama me, ché dove devi andare ti ci porto io e non rischi la pellaccia”. Invece, LaCapa, convinta di aver fatto qualcosa di buono, ti sei limitata a dargli uno strappo e poi te ne sei fregata. Brava! Hai visto com’è andata? Complimenti, bell’altruismo».

Io e Facciocose siamo interdetti. E stupiti: evidentemente vagabondo non è solo incosciente, ma anche scemo. Gliel’avevamo detto, noi, che da solo non poteva girare, e lui niente. Chi è causa del suo mal.