Qui attorno, una volta, era tutta campagna

by lacapa

Padre è un tuttofare, lo sapete voi e lo so io. Ma questa sua velleità mica se l’è inventata, gliel’hanno inculcata sin da bambino, ce l’ha nel DNA, è una cosa che non gli puoi togliere neanche impegnandoti per trilioni di anni. Nonno era un tuttofare. Cioè, io non l’ho conosciuto, e perfino Padre era piccolo quando lui se n’è andato, però quello che Nonna racconta di lui è questo, che non riusciva mai a stare fermo, che trovava sempre qualcosa da fare, che era ironico e divertente, e pure fermo e severo (ma giusto, aggiungerebbe qualcuno).

Casa LaCapa l’ha costruita lui, Nonno. Nel senso letterale del termine, mattone dopo mattone. Era una casetta, una cosa piccola e modesta, con poche altre costruzioni sparute tutte attorno, e il resto quella campagna che in Sicilia, a Catania, chiamiamo “sciàra”. La sciàra sono (perdonate il dialettismo) pezzi di terra con la lava dell’Etna sotto, pieni di arbusti, erbacce e pale di fichi d’india.

Mentre Nonno, Nonna, Padre e le due Zie facevano la loro vita nell’embrione di Casa LaCapa, la gente ha cominciato a costruire palazzine, a venirci ad abitare qua, a pochi passi da me adesso. Poi, decine di anni fa, è arrivato un costruttore, che ha chiesto a Nonno di vendergli l’aria sulla sua testa. «Ci farò un palazzo come se fossimo in città», ha detto a Nonno. E Nonno ha accettato, s’è fatto mettere altri appartamenti al posto di dove prima c’era il cielo e, d’un tratto, la città è arrivata.

Padre aveva tanti amici, tutti i bambini del circondario: quelli che ce l’avevano andavano in giro con una bicicletta, gli altri si industriavano come potevano, prendevano un pallone e andavano a fare i calciatori in quella sciàra che sbucciava le ginocchia, graffiava le braccia e strappava le magliette vecchie, quelle che si indossavano per andare fuori a fare i selvaggi. Neanche la strada c’era. L’asfalto gliel’hanno messo dopo.

Padre, quand’era ragazzo, aveva un motorino tutto scassato. Nonno era già morto, ma Nonna lavorava per non fargli mancare niente ai figli suoi. Dicevo, Padre quand’era ragazzo aveva un motorino tutto scassato e lo metteva dentro il portone di casa, se lo portava fino a davanti alla porta, lo appoggiava al muro e si curava che non glielo rubassero. Con quello macinava chilometri con la combriccola di compagni, e si guardava attorno, li vedeva spuntare come funghi: palazzi, casette, villette a schiera.

Una volta, attorno a Casa LaCapa era tutta campagna. Adesso sono a cinque minuti in macchina dal centro, quindici a piedi e tutto intorno ci sono altri funghi, diversi e più nuovi di quelli di quando Padre girava col motorino. Ma la sciàra c’è ancora: c’è quella attorno alla mia scuola elementare. Cioè, adesso è solo scuola elementare, ma io ci ho fatto pure l’asilo.

I bambini hanno questa capacità, no?, di rendere magico o spaventoso tutto quello che vogliono. La sciàra era un posto terrificante: si raccontava che in fondo in fondo, oltre tutti gli alberi che si vedevano, c’era una casa con un vecchio falegname pazzo, e il vecchio falegname pazzo prendeva i bambini della scuola e li rubava, li mangiava e poi metteva le ossa dentro la gabbietta del suo uccellino, che ormai era quasi seppellito dalle ossa dei bambini morti mangiati dal vecchio falegname pazzo, che aveva una gamba di legno e un occhio di vetro. Non ve l’avevo detto, prima? Sì, il vecchio falegname pazzo aveva una gamba di legno e un occhio di vetro, e attorno alla sua baracca c’era un fossato come quello dei castelli, solo che dentro c’erano i grandissimi squali balena e i piranha. Gli squali balena sono grandissimi e cattivissimi: non ci credete quando vi dicono che non è vero, a me me l’ha detto Sorella e io a Sorella ci credo. Lei, Sorella, mi ha raccontato che il vecchio falegname pazzo la voleva prendere, una volta, ma lei gli ha dato un calcio, ha nuotato nel fossato e poi ha corso forte forte fino a scuola e la maestra l’ha rimandata a casa perché correndo era caduta e s’era fatta male al braccio. Me lo ricordo pure io. Un sacco di volte le maestre ci spiegano che dei bambini si sono trasferiti, ma se li è mangiati il vecchio falegname pazzo. Bu!

Quella sciàra là era la cosa più bella che potesse esistere, per la fantasia di una settenne che guardava fuori dalla finestra della sua classe invece di ascoltare Maestra che spiegava le sottrazioni. Era divertente anche la sciàra dall’altra parte della strada, ma quella per davvero, perché la mattina, se Madre mi accompagnava a scuola prima del solito, ci vedevo il pastore con le pecore. A dirla tutta, il pastore con le pecore ce lo vedevo anche quando andavo al liceo, un paio d’anni fa. Poi ho smesso di svegliarmi presto, ché l’università di buono ha che le mattinate non esistono più e io posso dormire fino a tardi.

Quindi, dicevo, non lo so se il pastore ieri c’era. Di sicuro, domani non ci sarà. Tornavo a casa, ieri notte, e ho visto una cosa che non volevo vedere, scavatrici. Terra dissodata, pietra lavica spostata, alberi sradicati: via la sciàra, mi sa che arriva un altro palazzo, o l’ennesima villetta a schiera col giardino davanti e un cane che non fa altro che abbaiare perché vorrebbe stare fuori, in mezzo alla sua sciàra, ma i padroni lo lasciano dentro, nel loro recinto.

Mica mi lamento perché costruiscono roba: mi lamento perché il pastore dove se ne andrà? Le settenni che non vogliono stare a sentire la Maestra che spiega le sottrazioni in quale boscaglia si perderanno? E la baracca del vecchio falegname pazzo? Se buttano giù pure quella, finisce che riempiono di terra il fossato. E, vi dirò, un po’ mi dispiace se fanno fare una brutta fine ai grandissimi e cattivissimi squali balena.