We can be heroes, just for one day

by lacapa

Capita che, a volte, di sabato, una si senta in vena di buone azioni. E capita che le vene abbiano a che fare con le suddette.
Quando ho compiuto diciotto anni, una delle prime cose che ho fatto è stata andare all’Avis e dichiarare le mie intenzioni di diventare una donatrice del sangue. Figurarsi se ci riuscii al primo colpo. Mi diedero un questionario da compilare e alla domanda sull’aver mai fatto uso di sostanze stupefacenti risposi di sì. Qualche tiro di canna, a ferragosto, diversi mesi prima. Andai dal medico, consegnai tutto e chiesi: «Ma nelle analisi risultano valori strani, per le droghe?». Il medico mi guardò e strappò il mio modulo. «Se ne vada», mi disse. Tentai di spiegarmi, e lui mi rispose che non poteva credermi, che se avevo scritto «sì» sicuramente non si trattava soltanto di un po’ di erba con gli amici.
Una settimana dopo, quel medico non era di guardia. Mi feci dare di nuovo il questionario e mentii. «Ha mai fatto uso di sostante stupefacenti?» «No».
Due settimane dopo ero in autoemoteca, con un succo di frutta in mano e un grosso cerotto sul braccio. Ero fiera di me, avevo donato il sangue, mi ero resa utile alla società, ed era stata una delle mie prime azioni da donna giuridicamente adulta.

Poi capitò che cominciai a perdere peso, che mi veniva l’influenza ogni tre per due, che certe volte cadevo per terra svenuta, che a turbarmi non fosse più soltanto la domanda sulle sostanze stupefacenti, ma anche quelle sulla dedizione all’alcol e sui rapporti sessuali non protetti. Come fare ad andare dal dottore e chiedergli: «Scusi, eh, ma se bevo un paio di birre a sera significa che sono dedita all’alcol? E se vado a letto con una persona soltanto, ma senza preservativo, sono un soggetto a rischio?». Si sarebbe trattato di altri questionari strappati, di altre figuracce, di altre inutili ramanzine che mi avrebbero impedito di donare quel liquido rosso che pare sia così importante. Insomma, non mi feci vedere all’Avis per un bel po’.
Quando ci tornai, un anno e qualcosa fa, mi pesarono: «Signorina, il peso minimo per donare è cinquanta chili, lei ne pesa quarantotto, mica può…» «Quarantotto? Ma siete scemi? No, vi giuro, la bilancia è rotta, i chili sono almeno cinquantadue, che per un metro e sessantasei centimetri non è poco. Ma la vedete la pancetta? Le vedete le cosce da otaria? Una che pesa quarantotto chili potrebbe mai portare una terza di reggiseno e avere le smagliature quasi fino alle caviglie? Suvvia, sono un’orca assassina». Niente da fare, non ci fu verso di convincerli.

Venerdì pomeriggio, una coppia di amici, i Bubbi, mi hanno comunicato che loro, l’indomani, sarebbero andati a donare il sangue. Armata di coraggio e belle speranze, mi sono detta che una buona azione, in questa mia esistenza fatta di stupidaggini ed egoismi, non avrebbe che potuto far bene al mio karma. Con due ore di sonno sulle spalle, alle sette di un sabato mattina mi sono svegliata, e alle otto e trenta ero in macchina coi Bubbi, diretta all’Avis.
Mentendo, ho compilato il questionario. Mai fatto uso di sostanze stupefacenti, mai bevuto un goccio di alcol di troppo, mai fatto sesso non protetto. Una ventenne bionica, inesistente.
Ho consegnato i miei fogli tutta contenta, quindi mi è stato comunicato che, essendo passato troppo tempo dalla mia ultima donazione, mica potevano prendere il mio sangue così, senza pensieri. Trac! Prelievo di idoneità, e salasso rimandato di una settimana. Poco male, ché sono sana come un pesce e lo so.

Tornata a casa, la mia voglia di fare una buona azione si era completamente esaurita, scontratasi con il muro della giusta prudenza. Ma il momento del riscatto sarebbe arrivato a sera.
Sorella è rientrata a casa poco dopo cena, e quando le ho aperto la porta c’era un aggegio peloso e miagolante che le si strusciava tra le gambe. Non ho dato a Sorella neanche il tempo di fiatare, che Maracuja stava già tra le mie braccia. Maracuja è una gatta di appena due mesi, ha gli occhi blu e il pelo lungo e striato, tra il nero e il marrone. Maracuja piangeva ed era sporca, tremava e le batteva forte forte il cuore. Cane, appena ne ha sentito l’odore, mi si è fiondata addosso, abbaiando. Non mi è dato esserne sicura, ma credo che Cane intendesse: «Se quella cosa brutta e informe si azzarda a toccare il cibo che c’è nella mia ciotola, mi incazzo». A Cane non importa di noi: è un’anguria con i piedi, lei, le interessa solo mangiare.
A Cane abbaiante ho risposto ringhiando. Questo sì, lo so con certezza, intendevo: «Ti conviene stare al tuo posto, tavolino con le zampe che non sei altro, sennò stanotte col cazzo che vieni a dormire sotto le mie lenzuola».

Padre, il cui relax era stato turbato, s’è alzato dal divano per comprendere cosa stesse accadendo. E così, quando ha lumato Maracuja in braccio alla sottoscritta, è diventato paonazzo. Non avevo mai visto Padre così fuori dai gangheri, così arrabbiato, così deciso. Non capivo se a parlare fosse la sua allergia al pelo degli animali o il suo amore incondizionato per Cane, che nel frattempo s’era rifugiata tra le sue gambe facendo le fusa, in un buffo scambio d’identità col felino. «O me o il gatto!», ha sbraitato Padre. La voglia di essere una persona buona, un giorno all’anno, si è risvegliata tutta di colpo nell’animo della vostra blogger preferita: «Il gatto! Se se ne va lui, me ne vado pure io». Ripagavo Padre con la sua stessa moneta. Ma Padre sa farla valere di più, così mi ha spinta fuori dalla porta e ha girato la chiave per ben tre volte.
Per salvare Maracuja, ero stata ufficialmente buttata fuori di casa.

Sorella ha pensato a recuperare il mio cellulare, Madre ha procurato le chiavi della macchina e un pochino di latte, per far bere il piccolo frutto della passione che, nel frattempo, si era accoccolato dentro la mia maglietta, e dormiva cullato dal mio respiro, incastrato tra le coppe del reggiseno.
Dovevo chiamare qualcuno, chiedere aiuto a gente di cui mi fidassi. Così ho composto il numero dei Bubbi. Sono una coppia fantastica, loro. Cani ne hanno due, gatti idem, e casa loro è un piccolo rifugio per animali che benebene non stanno, un po’ per sfortuna, più perché l’uomo è lo stronzo per eccellenza tra gli esseri viventi. Mi è bastato dire una frase soltanto, e loro hanno risposto: «Ti aspettiamo».
Madre guidava e io ascoltavo Maracuja russare, fermaimmobile in quella posizione là, sempre tra le coppe del reggiseno.

A casa dei Bubbi c’erano già una ciotola di cibo, acqua, una cuccia morbida, un trasportino per farle passare la notte al sicuro, e un caffé con un cucchiaino e mezzo di zucchero per me, per farmi arrivare indenne alla mezzanotte. Adesso sono le due, Maracuja è lì da un paio d’ore e ci rimarrà per altre sei. Poi andrò a prenderla di nuovo per portarla nella sua nuova casa, ché Sorella, nel frattempo, le ha trovato un posto dove stare tutto il tempo che vuole.
Cane mi guarda senza scodinzolare, si sente tradita, mi annusa con sospetto; Padre, dal canto suo, non mi rivolge la parola. E io sono felice a metà: ché Maracuja sarebbe finita sotto una macchina, o ferita da qualche randagio, e invece crescerà bellissima, piena di carezze, di giochi e di cibo, però non con me. E me ne dispiaccio tanto, giacché vi giuro che sul mio petto s’era incastrata meglio di un Lego.

In fin dei conti, la mia buona azione del sabato l’ho fatta. Certo, non è una roba da eroi. Da superuomini Marvel, invece, è quello che fanno i Bubbi ogni singolo giorno, ventiquattr’ore su ventiquattro, con cani e gatti che non sono di nessuno, bestie innocenti abbandonate da bestie feroci. Non so se ricevano ringraziamenti e quanti. Una cosa è evidente: comunque, non sarebbero abbastanza.