Quattro piccoli indiani

by lacapa

La più grande ha il nome di una principessa. I capelli cenere, gli occhi blu da donna vissuta, la carnagione chiara e un sorriso che tradisce i denti da latte non ancora caduti tutti. Parla poco ed è diffidente, si comporta come un’adulta intrappolata nel corpicino piccolo e ossuto di una bambina. Rimprovera i fratelli minori, li tratta come se fossero roba sua, con affetto e durezza. Una genitrice coetanea che, davanti ai giochi nuovi, torna ad essere sinceramente bambina.

Quella di mezzo è scura scura, e la sua risata è brillante. Fa quasi l’eco, in quella bocca vuota, fatta solo di lingua, gengive e due incisivi che hanno intenzione di resistere a qualunque tensione a cui quel brutto processo che è la crescita sembra volerli sottoporre.
E quegli occhi, neri che non se ne vede il fondo. Quelle labbra, rosse di morsi che non riescono a dissimulare nervosismo.
Parla tanto, lei, che ha un nome che ha a che fare col desiderio. Corre, salta, gioca, poi si spaventa della sua ombra e si riattacca alle gambe di chi, di volta in volta, gode delle sue attenzioni. Bimba con spaghetti castani in testa, tanto lucidi da sembrare finti. Una Barbie sicula, con quei colori di chi è nato dove più a sud c’è solo l’Africa.

La più piccola ha bisogno di ricordarlo a tutti, che chi le sta intorno è roba sua e farebbe bene a non fuggire. I suoi tratti sono ancora quelli di chi la sua identità la deve trovare. Si iscriverà in prima elementare, ha solo un anno di meno della sorella, ma lo sai che lei tra un po’ sarà un’altra, tutta diversa sia dalla principessa che dall’indigena. La senti parlare e la sua dolcezza ti lascia qualcosa dentro, un solco che scava da qualche parte in mezzo al torace. Un solco che arriva agli occhi e apre i rubinetti delle lacrime salate quando, con quella vocina acuta, ti chiama perché vuole che tu la prenda per mano. «Accompagnami», ti dice. E tu hai già deciso che la seguirai in capo al mondo.

Infine, c’è lo scricciolo. Simpatico fin dal nome. Misura le parole, un po’ perché non ne conosce molte, un po’ perché le sue sentenze sono un privilegio per pochi. Solo uomini. Le donne sono esseri viventi strani, a cui non dare troppa confidenza, a meno che non siano importanti. Ma così importanti che dureranno per sempre. Ha un codino riccio che lo fa assomigliare a Roberto Baggio, solo che se glielo dicessi lui non capirebbe. È strano pensare che sappia così poco, di tutto. E che l’unica cosa che gli sia chiara è che le femmine sono fonte infinita di problemi ed è meglio che si facciano i fatti loro, lontane da lui. Non sa neanche scrivere ed è arrivato ad una conclusione alla quale molti uomini giungono con l’andropausa, e forse dopo.

Sono quattro fratelli, e fino a qualche mese fa abitavano in un istituto, perché ci sono genitori che dei figli non si curano e, certe volte, è meglio che li diano ad altri. Stavano là, e aspettavano che qualcuno decidesse che si meritano una famiglia, una casa, giocattoli, quaderni, libri, compagni di scuola, parenti. Quel qualcuno sono stati Zio Fabbro e sua moglie. E adesso io ho quattro cugini nuovi nuovi e un cuore in meno. Perché l’ho lasciato a loro, la prima volta che li ho visti, quando mi hanno sorriso e io avrei voluto che quel sorriso non svanisse mai.