Imagine all the people having sex in the city

by lacapa

[Diari di viaggio. New York.]

New York è stata atterrare all’aeroporto, prendere un treno, poi un altro e arrivare a Broadway Junction, alla periferia di quel quartiere residenziale e figo che è Brooklyn. È una fermata un po’ diversa dalle altre, perché ci sono un sacco di linee che si incrociano e, quando esci fuori, c’è la polizia che guarda tutti con sospetto, e ci sono le strade rovinate, le macchine grosse e la sensazione che non sei proprio in un posto di villeggiatura, un posto da uscite di sera e drink nei bar.

Io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, a Broadway Junction, c’avevamo l’albergo, e se c’affacciavamo dalla finestra, oltre che la fermata della metro, vedevamo il deposito degli autobus e, accanto, quello dei treni.

In Italia i posti così non sono esattamente raccomandabili, figuratevi in America. Immaginate due turiste straniere aggirarsi di sera tardi per Roma Termini o vicino Milano Centrale con le buste dello shopping, le borse da vacanza e lo sguardo sperduto di chi non ha la più pallida idea di dove si trovi: quante possibilità ci sono che riescano ad arrivare nella loro stanza d’hotel sane e salve, e senza che nessuno abbia dato loro problemi? Due su mille? Due su un milione?

Dopo tutta la sfiga che ci ha accompagnate nel nostro tour attraverso gli USA, ci meritavamo un po’ di fortuna, nella Grande Mela. E l’abbiamo avuta.

Il primo giorno, abbiamo deciso di uscire presto per andare a mangiare qualcosa a Little Italy, ché un piatto di pasta o una pizza vera ce li sognavamo la notte. Ma a New York ci sono due fermate della subway con lo stesso nome, Grand Street, solo che una è a Brooklyn e l’altra è a Manhattan. Ed entrambe non vanno confuse con Grand Avenue, che è da qualche parte tra Brooklyn e Manhattan. Io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria potevamo non commettere il più grossolanno degli errori? Naturalmente no. Quindi, se Little Italy è su Grand Street, a Manhattan, accanto China Town, noi siamo scese in Grand Street, a Brooklyn, dove c’era un raduno di motociclisti grandi, grossi e sulle loro Harley, e invece che ristoranti italiani c’erano un sacco di fast food thailandesi. Quando abbiamo finito di sbavare sulle Harley Davidson, siamo tornate nella metropolitana, intenzionate a non rinunciare per nulla al mondo alle nostre pizze di Little Italy. Sognavo ricotta salata e mozzarella di bufala, pomodorini di Pachino e melanzane fritte, con un filo d’olio, poco sale, e nessuna cazzo di salsina ipercalorica d’invenzione statunitense.

Siccome siamo donne, dunque siamo recidive, abbiamo sbagliato fermata nuovamente. Quando ce ne siamo rese conto, prima che l’errore ci trascinasse troppo lontane dal nostro obiettivo, siamo scese. L’insegna che ci ha accolte era delle più rassicuranti: “Bronx”.

Risata isterica. Sopravvissute a Broadway Junction, il Bronx probabilmente non ci avrebbe serbato il medesimo trattamento di favore. Ma le metropolitane, a New York, sono molto trafficate. C’è gente sempre, a qualunque ora del giorno e della notte. New York è straordinariamente movimentata, è vivace, è un formicaio di insetti – i newyorkesi – che adorano dedicarsi alla nullafacenza serale.

Donne indipendenti e intraprendenti quali siamo, abbiamo deciso di fidarci della gente: la massa si muoveva, e noi ci lasciavamo trascinare. Siamo arrivate sulla Fourth Street, a pochi passi dal centro di Greenwich Village. Negozi di articoli sadomaso, botteghe di tatuatori aperte tutta la notte, birrerie, teatri, pub, cinema, locali di vario genere e natura. Con gli occhi sgranati, osservavamo lo sviluppo di dinamiche che in Italia non sappiamo neanche possano esistere. Omaccioni muscolosi e pieni di piercing che camminavano mano nella mano con altri omaccioni muscolosi e pieni di piercing; ragazzi normali evidentemente effemminati baciavano altri ragazzi normali evidenetemente effemminati; donne con le mani intrecciate, le vite strette le une alle altre, e le lingue che si perdevano nella gola non si capisce bene di chi delle due. Eravamo nel cuore pulsante del quartiere gay e non avevamo la più pallida idea di come c’eravamo arrivate.

Abbiamo mangiato un gelato ipocalorico, comprato tabacco, cartine e filtrini in un posto con donnine nude stampate su ogni parete, e distrutto quel briciolo di autostima che eravamo riuscite a conquistare durante il resto del nostro viaggio.

«Se l’uomo bellissimo che sta passando non ci degna nemmeno di uno sguardo, tutto questo è uno spreco inconcepibile», ho detto a Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, sistemandomi la maglietta per mettere in bella mostra la mia terza abbondante acquisita in quindici giorni di hamburger e hot dog. Lui era alto, moro e con gli occhi chiari. Avrebbe tranquillamente potuto fare il modello, l’attore, il mio amante: insomma, qualunque cosa.

Naturalmente, non ci ha guardate neanche per sbaglio, preferendo il ragazzotto carino ma modesto alle nostre spalle.

New York è sporca, piena di spazzatura per le strade e caotica oltre ogni immaginazione. Però non ha nulla a che vedere con Los Angeles, ad esempio. Sì, perché New York è vivibile, New York si presta alla passeggiata, al giro in centro, al pic nic. Perché c’è una cosa che si chiama Central Park: ci vai con uno yogurt ai cereali comprato da Starbucks e una lattina di Arizona Tea presa in una sorta di emporio sulla settantaduesima strada. Entri da Strawberry Fields e vedi la scritta “Imagine” lì per terra, con tutta la gente che ci si fa fotografare. Allora ti viene un grossissimo magone, e ti passa solo quando senti il gruppo che suona “Mrs. Robinson” e poi “With or without you” e poi, per non farsi mancare niente, anche la canzone che a quell’area del parco ha dato il nome.

Respiri a pieni polmoni, cammini per il parco, incontri gli scoiattoli e le coppiette ed è tutto una cartolina. È una cartolina la statua di Hans Christian Andersen, davanti alla quale il sabato mattina c’è qualcuno che legge le favole ai bambini; è una cartolina il monumento ad “Alice nel Paese delle Meraviglie”, che io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria ci siamo trasformate in due bambine, pur avendo superato da tempo quell’età là, e ci facevamo le foto, ci arrampicavamo, studiavamo pose fantasiose e pensavamo che New York, porca miseria, è bella forte.

Bella, con la Fifth Avenue, il Rockefeller Center, l’Empire State Building che è brutto, il Crysler Building che è bello, la New York Public Library, Macy’s e Victoria’s Secrets. Bella con St. Patrick, la Statua della Libertà che è piccola, e Ground Zero che fa impressione, che ti mozza il fiato e ti fa sentire addosso tutto il peso di un pezzo di storia.

Bella, con un difetto insopportabile: è piena di turisti italiani.