God bless Rocco

by lacapa

[Diari di viaggio. Los Angeles, Casa Grande, Dallas.]

Rocco è grande. Rocco è duro (a morire). Rocco è peloso al punto giusto, vive nelle camere da letto e ti sbatte sulle coperte. Rocco ti fa urlare e sudare. Rocco ti tiene sveglia tutta la notte. «Rocco non c’è più». Rocco è il primo scarafaggio che io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria abbiamo dovuto affrontare durante le nostre peregrinazioni negli States.

Eravamo a Los Angeles, montavamo in notturna un video nella nostra stanzetta al Best Western Eagle Rock Inn e pensavamo ai fatti nostri, quando Collegamica Femminista e Rivoluzionaria ha iniziato a fissare il candore della parete, macchiato da un aggeggio rosso. «Cos’è quello?», ha domandato. Io, che da lontano non ci vedo – e nemmeno da vicino –, mi sono avvicinata spavalda, pensando che potesse trattarsi di un ragno dal quale avrei dovuto salvare la mia coinquilina, che gli aracnidi li teme come la morte e le unghie spezzate. Quando sono stata abbastanza vicina da poter distinguere le forme della blatta statunitense, tutto il mio coraggio è venuto meno, e io con lui.

Ho ripreso a malapena le forze, sono balzata sul letto e ho iniziato a gridare come un agnello scuoiato vivo.

Collegamica Femminista e Rivoluzionaria ha preso in mano la situazione e, contestualmente, una ciabatta.

Rocco è fuggito e io sono scappata sotto le coperte. Collegamica Femminista e Rivoluzionaria l’ha avvistato e l’ha inseguito, ma Rocco era più veloce. A quel punto, io ho preso tutte le forze che mi erano rimaste e le ho utilizzate per prendere le scarpe, indossarle e correre fuori dalla stanza. Destinazione: la reception.

«Sorry, there’s a beatle in my room», avrei detto con tono terrorizzato. «Kill him, NOW!», avrei aggiunto perentoria. Ma la reception era vuota e, così, con la coda tra le gambe, sono tornata a dare sostegno a Collegamica Femminista e Rivoluzionaria in assetto antisommossa.

Lei era un po’ sbattuta: «È andato da qualche parte, non lo trovo più, dev’essersi nascosto dietro il nostro frigobar». Avevamo perso una battaglia, ma la guerra non era ancora stata decisa. Dopo aver dormito vicine vicine, perché io avevo paura a stare da sola nella mia parte del letto, Rocco era un ricordo lontano, e tale è rimasto fino al nostro ritorno in camera, quella sera.

Stavo scrivendo al computer e, nel frattempo, chiacchieravo con Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, che stava sistemando le sue cose sparse in giro per la stanza. Lei parlava, lei mi rispondeva, lei spiaccicava Rocco, lei continuava il suo discorso senza fare una piega. Quando ha finito di argomentare, ha aggiunto, serafica: «E, comunque, Rocco non c’è più».

Senza pensare, ho risposto: «Sei un mostro». Ma non per l’omicidio, per il coraggio disumano, per la freddezza chirurgica, per la serenità e la rapidità da eroina.

Eliminato Rocco, eravamo convinte che tutti i nostri problemi con la fauna americana sarebbero magicamente spariti. Ma non avevamo fatto i conti con le nostre tappe successive.

Casa Grande, Arizona: negli Stati Uniti un paesino, in Italia una grande cittadina, attraversata da una avenue larghissima ed immersa nel niente di sabbia, cactus e sterpaglie a perdita d’occhio.

Casa Grande, Arizona: la patria dei crickets. Grilli che invadevano le stanze dell’albergo, Grilli per i corridoi, grilli che saltavano via altissimi quando sentivano il rumore delle valigie, grilli a tappeto. Grilli che appena li ho visti sono rimasta bloccata, terrorizzata, incapace di muovermi e di parlare.

La donna della reception è rimasta interdetta: «Is there any problem?». «Yes», ho strillato, blaterando parole a caso tipo «fear», «beatles», «horrible», «Rocco», «kill them all».

Ho ottenuto una stanza al secondo piano, ché i crickets così tanti metri non sanno farli.

Sono andata via da Casa Grande urlando per il giubilo, convinta che niente potesse essere peggio.

Dallas, Texas. Quando siamo arrivate in taxi, i nostri occhi si sono illuminati. Il tassista ci ha detto: «Here is your hotel», e fuori dal finestrino c’era un palazzo di cui non si vedeva la fine, tanto sfiorava il cielo, e, sopra, la scritta “Hilton”. Non era il nostro. Noi avevamo una stanza nella depandance accanto. Caruccia, per carità. Cameretta bellina, al piano terra, di quelle che quando cala il sole tutti i parenti di Rocco – Rocco era rosso, i suoi parenti neri e grossi il doppio di lui – venivano a bussare alla porta.

Qualcuno è entrato senza chiedere il permesso.

Io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria eravamo un po’ sbronze. Stavamo sedute a bere Budweiser, mangiare cioccolato Hershey’s e fumare Marlboro Rosse, con due voluminosi cappelli texani addosso.

Quello che ho visto sotto la sedia di lei mi pareva una balla di polvere delle dimensioni di una di fieno, ma non sembrava muoversi sospinto dal vento. Collegamica Femminista e Rivoluzionaria l’ha riconosciuto. «Calma e sangue freddo», ha detto, mentre io stavo per aggrapparmi al lampadario con l’agilità di Tarzan a una liana.

Wolverine non avrebbe saputo fare di meglio: una Converse rosa shocking ha eliminato il fratello maggiore texano del carissimo Rocco californiano. Che dio li benedica, entrambi.

E, soprattutto, che dio santifichi la killer che li ha eliminati e che così ha commentato: «Sai come dicevano Aldo, Giovanni e Giacomo? “- Ridendo e scherzando siamo arrivati a Pizzo Calabro… – Seee, ridendo e scherzando. Ridendo e sterminando”».

Però noi siamo arrivate a New York.