La prova ontologica dell’esistenza di Dio

by lacapa

[Diari di viaggio. Los Angeles.]

Caro Dio,

ti ringrazio di vero cuore per avermi dimostrato la tua esistenza. A me, proprio a me, che della bestemmia creativa sono campionessa olimpionica. Il fatto è che questi giorni a Los Angeles sono stati come le prove di Cristo nel deserto.
Arrivate all’aeroporto, la prima cosa che ci hanno chiesto, a me e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, è stata: «Have you got a car? Because you can’t visit LA without a car». Negativo Houston, niente macchina. Il nostro primo pensiero è stato: «I soliti americani viziati. Certo che pesano duecento chili netti a testa, se poi non muoverebbero il culo nemmeno se li pagassero».
È vero: gli americani a Los Angeles non fanno neanche un passo a piedi. Ma perché non possono. È la percezione della distanza che è completamente assurda, almeno in California. Ci vuole un’ora di autobus per arrivare dalla periferia a Downtown, il centro, e a Downtown bisogna prendere almeno una linea della metro di superficie per visitare solo alcuni dei luoghi d’interesse.

Ma le ore passate sui sedili dei mezzi sono state le più divertenti, e in questo la straordinaria concentrazione di pazzi su certe linee aiutava. Tipo, l’81. Portava da Eagle Rock a Downtown, ed è quello che io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria abbiamo preso con maggiore timore, coscienti che prima di arrivare a destinazione, all’andata o al ritorno, qualcuno avrà attaccato bottone, perché ci avrà sentite parlare e avrà decretato che siamo russe, o francesi, talvolta tedesche, più spesso spagnole, ma mai italiane.

La prima volta che ci hanno domandato «Are you russians?», ci siamo fatte ripetere il quesito almeno quattro volte, convinte di aver capito male, talmente ci pareva inverosimile. Poi, quando hanno bestemmiato in spagnolo la nostra ignoranza, Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, che con la Spagna ha un rapporto quasi erotico, ha capito e s’è spiegata.
A quel punto è cominciato il mio calvario: non parlavo una parola di spagnolo, ma non ho potuto fare a meno di farci l’orecchio, perché a Los Angeles è più parlato perfino dell’inglese. E io che credevo che sarei tornata in Italia pensando anglosassone, mi sono ritrovata mio malgrado a pensare che ispanoamericano is better.

E pure italoamericano non dev’essere male male. Sulla linea 81, che di seguito sarà indicata come la Celeberrima, dopo la scoperta che il nostro strano idioma non era russo bensì italiano, s’è scatenata una battaglia all’ultimo sangue di caccia all’antenato emigrato e meridionale.
 

Un uomo  piuttosto in carne con sua figlia – di lei sono riuscita a distinguere solo occhi e sorriso, nessun’altra parte anatomica – si sono distolti dal loro divertimento soltanto affinché lui ci dicesse che sua nonna è italiana, di Bari, per la precisione.

Tra avi e parenti vari, siamo arrivati alla progenie. Il tipo di cui prima, americano standard, ci ha chiesto: «Do you have children?». Orrore e raccapriccio. Lui ne aveva nove e vi posso giurare su quanto di più caro ho che se era poco più che quarantacinquenne li portava meglio di come Sophia Loren porta i suoi tredici millenni e mezzo. Da un uomo così la lezione morale pareva scontata, ma lui ha preferito spiegarcela lo stesso e lasciarci con un messaggio da regalare ai posteri: «Don’t ever have child, and don’t get married». Amen, my friend, amen.

Ma la Celeberrima non poteva riservarci soltanto questo.

Dopo una cena a base di qualunque cosa potesse stare tra due fette di pane nella Downtown della città degli angeli, io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria siamo tornate alla fermata dell’autobus felici e contente, con la pancia piena e gli occhi allegri per via dell’avvenenza dell’uomo che ci sedeva accanto e che ci guardava di quando in quando con fare distratto ma, certamente, interessato.

La Celeberrima ha saltato una corsa e, durante la gelida attesa – non credete a nessuno che vi dica che in California è sempre estate, perché mente –, abbiamo avuto modo di conversare con un giovanotto di Miami. Cioè, Collegamica Femminista e Rivoluzionaria conversava in spagnolo e io, ogni tanto, intervenivo in inglese giusto per non rimanere con le mani in mano.
 

Il giovanotto era un ventenne che sembrava un sedicenne e che ci ha prese per quello che non siamo. «Do you like marijuana?», ci ha chiesto dopo qualche minuto, spiegandoci per filo e per segno dove avremmo potuto trovarne e non comprendendo la ragione del nostro disinteresse. Quando la Celeberrima ha deciso di farsi vedere, abbiamo salutato e tirato un sospiro di sollievo. Ma. E l’avversativa merita la dignità della maiuscola e del punto fermo.

Sul bus eravamo in quattro: le vostre due eroine, il Pazzo e la Pazza. La Pazza era una donna muscolosa e tatuata, coi capelli scuri, la carnagione molto chiara e un grosso zaino sulle spalle. Il Pazzo era un uomo sulla quarantina, alto e atletico, con i basettoni alla Elvis e gli stivali di pelle che facevano molto Texas anche se eravamo in California. Per comprendere pienamente che tipo fosse, vi comunico l’ultimo dettaglio, quello definitivo: era totalmente ubriaco.
Poteva non avvicinarsi a noi?
«Do you wanna come with me?», perché gli americani sono diretti, arrivano dritti al punto, e se è G è pure meglio. Noi abbiamo fatto finta di non capire, e lui ci ha riprovato parlando in spagnolo, ché andava sul sicuro. Che noi lo ignorassimo ha suscitato la sua rabbia. Sbottava e inveiva contro di noi, mentre il nostro unico pensiero era arrivare presto alla fermata, che era proprio davanti l’albergo.
Però la Celeberrima non è una linea normale, quindi può decidere, a mezzanotte passata, di fermarsi diverse miglia prima del dovuto, senza motivo apparente.
Così ci siamo ritrovate in mezzo al nulla, con il Pazzo che ci inseguiva e la Pazza, alla quale avevamo chiesto aiuto, che fingeva di non sentirci e di non vederci. La stazione di servizio col market è stata la nostra salvezza: abbiamo chiesto sostegno all’uomo della sicurezza, il quale ci ha guardate con una faccia che diceva, senza ombra di dubbio: «E che pretendete? Che nessuno vi molesti? Siete entrambe con la minigonna!». Gli abbiamo indicato il Pazzo, pochi metri alle nostre spalle, e quello, vedendosi additato, ha iniziato a urlarci contro i peggiori improperi che una donna possa sentirsi dire. Il maschilista uomo della sicurezza gli s’è avvicinato in cerca di spiegazioni e quello gli ha risposto che eravamo con lui, che eravamo sue «amiche». Il maschilista poteva scegliere se credere a due turiste europee sobrie o a un pazzo americano ubriaco. Ma le europee avevano le gambe in mostra, quindi il Pazzo era più credibile.
 

Fortuna ha voluto che il Pazzo fosse diretto ad Hollywood e che sia passato un autobus per quella direzione proprio in quei minuti: sul desiderio di molestarci ha prevalso quello di tornare a casa, così è andato via, lasciandoci libere di prendere la corsa successiva, che aveva solo due passeggere – noi – e un autista cocainomane.

E vogliamo parlare del fan di Valentino Rossi? Aveva i capelli lunghi e neri, i denti marci e puzzava tantissimo. E, soprattutto, voleva sapere se, in quanto italiane, conoscessimo Valentino Rossi. Ma non era un «conoscere» nel senso di «sapere chi è», era un «conoscere» nel senso letterale, un «essere amico di», per il quale non era ammessa alcuna risposta negativa.
 

C’è stato anche l’ex militare, che aveva fatto la Seconda Guerra Mondiale in Italia ma aveva qualche problema di memoria. Con un ottimo italiano ci raccontava che aveva lavorato con i carabinieri e che gli piacciono i maccheroni, perché li mangiava quando c’erano Mussolini e Badoglio; subito dopo ci diceva di quando aveva lavorato coi carabinieri e che gli piacciono i maccheroni perché li mangiava quando c’erano Mussolini e Badoglio, e via così, decine di volte.

Il giorno che ci siamo perse, poi, è stato tutto un susseguirsi di stranezze, a partire da quando Collegamica Femminista e Rivoluzionaria ha esordito «Chiediamo un’informazione a quell’uomo lì, pare normale…», e  l’uomo in questione ha cominciato a parlare da solo e a gesticolare malamente contro un avversario immaginario che lui credeva di trovarsi davanti.
Il tempo di allontanarci da lui e abbiamo trovato un altro tizio da cui informarci: era un ragazzo di colore, molto curato, jeans larghi, belle scarpe, felpa firmata, capelli rasati e gioielli sparsi tra le mani, le orecchie e il collo. Ci ha indicato quale subway dovevamo prendere e poi s’è allontanato: era lo spacciatore di Union Station.
Il fatto che invece di spararci ci abbia indicato la retta via ha segnato il giro di boa. Da quel momento, per almeno qualche ora, la fortuna ci avrebbe sorriso. Sulla metro, infatti, sono saliti due ragazzi bellissimi. E quando dico bellissimi intendo: altezza media un metro e ottanta passati, fisico scolpito nel marmo nero, visi stupendi e sorrisi da rimanere a bocca aperta.
Io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria li guardavamo da lontano, asciugandoci la bocca per evitare che la bava sporcasse il suolo. Non potevamo crederci quando, uscendo in strada e incrociandoli, loro hanno ammiccato nella nostra direzione. Figuratevi, poi, se ci sembrava vero che, quando io li ho ricambiati, loro si sono fermati e hanno attaccato bottone.
La prova ontologica dell’esistenza di Dio sta nella voce dei due tipi, nella simpatia di entrambi e nel fatto che manifestassero interesse. Due così non sono fatti per le ragazze normali, sono fatti per le strafighe da paura.
E invece le «beautiful italian girls» tiravano, e mica solo Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, che è carina e quindi ci sta, pure io, col mio «fancy name», i miei «nice hair» e il mio essere «interesting».
I due bronzi di Riace prestati agli States volevano numeri di telefono, indirizzi email… E sapere se avevamo una stanza in comune o due singole. Uomini così sanno cosa vogliono e sanno come prenderselo, thanks God.
 

E poi ci sono anche uomini un po’ diversi da questi, ma che ti piacciono lo stesso, per come sembra che siano, come il musicista biondo e con gli occhi chiari, ucraino.

L’ho incontrato sulla Celeberrima e pare fosse l’unico essere vivente a Los Angeles a non parlare lo spagnolo. Da dieci anni in America, ha cominciato dando lezioni di clarinetto senza conoscere una parola d’inglese e senza avere un dollaro in tasca, poi ha lavorato negli alberghi e in mille altri posti. Adesso continua a suonare e fa l’infermiere, dice che ho delle belle mani da pianista e dipinge con gli acquerelli su una moleskine fitta fitta di appunti.
 

Ha detto che ho gli occhi belli e profondi, ma non sembrava un complimento, sembrava una constatazione. Da quella moleskine ha staccato un foglio: ci ha scritto un indirizzo email, un numero di telefono «just in case…», e ha sorriso. Anche io.