I treni che passano nella vita

by lacapa

(Treno Salerno – Roma, 25 luglio 2010. Diari di viaggio.)

Certe volte penso che le colline italiane coperte di boschi siano delle femmine nude stese a prendere il sole in mezzo al nulla. C’è un seno, una spalla e, laggiù, un inguine dolce e morbido. La schiena, poi, è la parte più bella: si vedono le scapole, la spina dorsale e, se hai un po’ di fortuna, anche le fossette di Venere.

Queste cose le penso quando, come in questi giorni, sono in viaggio. In treno.

Stavolta vado lontano, quindi ci sono più colline, cioè più seni, più spalle, più fianchi larghi scolpiti nel cuore di questo paese attraversato da binari lenti e, troppo spesso, morti. In ore e ore di traversata sono tante le cose che ti domandi, con un lettore mp3 nelle orecchie e Guccini che non sa quante ne ha amate e quante ne ha avute, perché per colpa o per destino le donne le ha perdute.

Potrei farlo, un elenco dei quesiti che mi sono posta. Però di risposte ne ho trovata solo una, e ci arriverò alla fine, quindi rassegnatevi alla lettura.

Le risposte, in verità, non hanno molto a che vedere col viaggio d’andata. Hanno un rapporto privilegiato con i ritorni, ché sono un po’ sadiche e amano vederti mentre ti tormenti, all’andata. Sono cattive, le risposte. Quelle affermative più di tutte. Sì, perché quelle negative non attendono. Le risposte negative si fiondano a colpirti dritto dove non puoi difenderti e rigirano nuove lame dentro vecchie ferite, impazienti di scoprire quanto male facciano. I “sì”, invece, sanno di causare gioie e sorrisi, sanno di essere la ragione per la quale si fanno un mucchio di cose, anche insensate, e allora fanno giri lunghissimi prima di prendere la strada per la loro destinazione. Come me quando sbaglio autobus. I “sì” sono autisti che amano la Salerno – Reggio Calabria e disprezzano l’alta velocità di quei treni che dovrebbero connettere tutta l’Italia ma in Sicilia non li abbiamo mai visti nemmeno da lontano.

Per via degli itinerari diversi che seguono, alla gente pare che i “no” non finiscano mai, e che i “sì” siano le spose che si presentano in chiesa solo quando sono già arrivati tutti gli invitati. Io, se fossi una sposa, arriverei puntuale, forse pure in anticipo, così da finire tutto in fretta, prima che la gente mi veda. Io se fossi una risposta positiva sarei anomala.

Qualcuno mi ha detto che io le risposte positive me le prendo se le voglio, mi ha detto che, tra l’altro, quello che voglio lo so sempre e che per questo spavento. O attraggo. Lui lo diceva da attratto, io pensavo che devo averci in faccia la maschera della bambina di “L’Esorcista”, perché neanche se puzzassi la gente scapperebbe così lontana da me. Tipo in altri paesi del mondo, tipo.

In treno, penso che, dopo tutto questo discorso sconclusionato, l’unica domanda che abbia senso farsi sia: «Ma cos’è che voglio?». Il mio sadico “sì” ci ha messo vent’anni ad arrivare. Però è qua, adesso. Magari riparte tra cinque minuti e allora devo aspettare altri vent’anni, eppure nell’hic et nunc c’è.

Quello che voglio è che il mio vicino di sedile, nello scompartimento di questo vagone, la smetta di leggere sulla mia moleskine. Sono cazzi miei, grazie.