Anche le falenine, nel loro piccolo, bruciano

by lacapa

[Diari di viaggio]

La stazione di Napoli ha accolto me e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria con la forza virulenta del commercio della miglior specie. Trascinavamo quaranta chili di valigie – in due – e attraversavamo tunnel di satiri che, al posto di danzare, vendevano. IPhone con tanto di custodie protettive, netbook di ultima generazione, Mac che neanche Steve Jobs sapeva di aver prodotto. Là, in mezzo alla strada, si facevano affari che gli sconti dopo Natale, al confronto, erano roba da recessione.

«Siamo a Napoli, paesà», ci siamo dette, addentando una sfogliatella alla ricotta lei e un babbà col contenuto alcolico di una fiaschetta intera io, fagocitandoli con velocità vorace, ché si rischiava di perdere il treno per Salerno, altrimenti.

Naturalmente, il treno era in ritardo. Ma aspettarlo sotto il sole di mezzogiorno era quasi piacevole, a patto di aspirare dalle magliettine leggere anima e raziocinio, debitamente scioltisi e sublimatisi in sudore.

L’arrivo del convoglio al binario sarebbe anche stato accolto con gioia, se non ci avesse fatte dubitare dei nostri studi elementari. A Napoli, dopo il vagone uno c’è il vagone otto, e il vagone cinque si trova subito prima del vagone tre. Inoltre, per un fortuito segno del destino, la carrozza cinque di cui sopra, all’interno della quale io e Collegamica Femminista e Rivoluzionaria avremmo dovuto trovare rifugio nei posti 22 e 82, aveva subito svariati maltrattamenti ed era stata sostituita con una uguale all’originale, ma con un posto in meno. Una poltrona in meno. Dal sedile 81, infatti, si passava all’83, saltando quell’82 prenotato e agognato. Vittime di tale ingiustizia, ci siamo guardate sconfortate e abbiamo deciso di dividerci il 22 rimanente. Che era occupato da un anziano usurpatore al quale pareva brutto che due giovani donne sudate e cariche come muli chiedessero conto e soddisfazione.

I corridoi della carrozza erano talmente comodi e tirati a lucido da non avere anfratti liberi, eccetto uno, un quadrato di moquette sul quale abbiamo piantato una bandierina come gli americani sulla Luna. Poi ci siamo rese conto che ci eravamo incastrate davanti al bagno, e che la porta era rotta. Col piglio avventuriero, io e la mia algida accompagnatrice abbiamo stretto i denti, anche perché Ben Hur, nostro vicino di pavimento, era un giovane ben più che di bell’aspetto.

Abbigliamento trasandato, abbronzato, e due occhi blu che dicevano, secondo la nostra interpretazione: «Una botta me la merito». Libero supplemento: «Anche più d’una».

Il viaggio di Ben Hur, ahinoi, continuava oltre Salerno, dove il nostro si concludeva, almeno la parte supportata da Trenitalia.

Da Salerno a Giffoni, nostra destinazione, bastavano un autobus e un po’ di fortuna. Il primo l’abbiamo trovato, per la seconda abbiamo saltato la fermata.

Abbiamo composto il numero del nostro albergo per chiedere indicazioni. La receptionist, con tono pacato, ci ha spiegato: «Da dove vi trovate dovete raggiungere la strada provinciale e percorrerla per circa diciotto chilometri, fino alla cima della montagna. Poi chiedete in giro. Ah, i mezzi pubblici quassù non ci arrivano, e nemmeno i taxi…», ha ripreso fiato e poi ha continuato: «Mi ripete il nome a cui era intestata la prenotazione?».

«Oh», risponde quella sorpresa e contrita, «non vi è arrivato il fax?»
«Quale fax?»
«No, cioè, mi spiego meglio. Il nostro fax era rotto, così quando l’agenzia ci ha inviato la documentazione relativa alla vostra prenotazione noi non l’abbiamo ricevuta e l’abbiamo annullata. Mo’ c’è il Festival e noi non abbiamo più posto. Arrivederci».

Collegamica ed io stavamo per dare di matto. Abbiamo telefonato in agenzia e dopo un’oretta durante la quale tastavamo i marciapiedi per trovarne uno più morbido sul quale dormire (per me sarebbe stata la seconda volta in un anno), abbiamo trovato una sistemazione alternativa.

L’albergo nuovo ci è sembrato il paradiso terrestre, i Campi Elisi del salernitano. Sbattute lontano le valigie, ci siamo messe comode. Poi ha bussato il direttore dell’hotel. «Ragazze, scusate, c’è stato un errore. Abbiamo sbagliato ad assegnarvi la stanza, potreste spostarvi?». Bofonchiando, abbiamo ripreso le nostre cose e ci siamo trasferite. La nuova dimora era spaziosa, luminosa, fresca grazie all’aria condizionata.
«Home sweet home», abbiamo esclamato, pensando che il karma negativo avesse finito di perseguitarci. Dopo mezz’ora, ha bussato di nuovo il direttore. «Ragazze, scusate, un altro errore. Vi spiacerebbe spostarvi per la seconda volta?».
Con lo spazzolino in bocca, abbiamo traslocato. Siamo state sistemate in un loculo con uno spazio vitale che sarebbe stata meglio la lampada di Aladdin. Un caldo tropicale. Abbiamo composto il numero della reception per domandare il telecomando del condizionatore. Il direttore, all’altro capo del telefono, sospirava: «Ah, signorì, mi sono scordato di dirvelo: l’aria non funziona in quella stanza là».
Quando sono finiti i santi del paradiso da tirare giù, era ora di cena.

Autobus, pizzeria, concerto di Neffa alle spalle del locale, blackout. Al buio, abbiamo preso posto. I due quarantenni al tavolo accanto discutevano dell’Amaro del Capo. Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, che ne è un’estimatrice, s’è cortesemente intromessa, per difenderne l’onore. Dal’onore dell’amaro all’onore della cassata il passo è breve. Dalla difesa dell’onore della cassata alla difesa dell’onore e basta, però, non sappiamo come ci siamo arrivate. Sappiamo che per farli desistere non è bastato declinare l’invito a sederci allo stesso tavolo. Ci hanno lasciato il biglietto da visita e se ne sono andati ammiccando. Siccome la cena non ce l’hanno offerta, perché non ci sono più i marpioni di una volta, siamo andate alla cassa con le nostre carte di credito fresche fresche. Che, per continuare sull’onda del culo della giornata, non funzionavano. Ed evidentemente non funzionava neanche la nostra lingua, perché non sapevamo come dirlo alla seconda coppia di uomini quarantenni che ci ha abbordate che no, non volevamo parlare con loro né farci accompagnare all’albergo.

La giornata più lunga del mondo volgeva al termine, e lasciava il posto alla giornata più lunga dell’universo, perché siccome la Dea Bendata camminava con noi, com’è ovvio che fosse per finire il lavoro più facile del mondo siamo andate a dormire alle cinque del mattino, ché tutti – tutti – i programmi dei pc che ci servivano hanno deciso di boicottarci, costringendoci ad imprecare migliaia di volte e a desiderare, per più di un attimo, che chi ha progettato certi software di montaggio video facesse la fine della piccola falena cui questo post è dedicato.
Erano le quattro del mattino e lei svolazzava allegramente attorno alla nostra lampada. Io la guardavo con disgusto, Collegamica con affetto. Abbiamo distolto gli occhi da lei per un secondo e poi abbiamo sentito uno sfrigolio, come di cipolla soffritta. La falena non c’era più, sostituita da una nube grigia che proveniva dalla lampadina.

A Collegamica Femminista e Rivoluzionaria è spettato il compito di recitare il requiem: «Povera falenina morta bruciata. C’eravamo affezionate e tu ci lasci così, trasformandoti in un rivolo di fumo nero. Come le polpette arrostite di carne di cavallo».