Caro blog, e se ti chiudessi?

by lacapa

Caro blog,

e se ti chiudessi? Ci penso da un po’, più o meno da quando ho smesso di raccontarti i fatti miei perché non trovo più una chiave per farlo.

C’è stato un tempo in cui di me sapevi tutto, tu. All’inizio, quando la nostra storia è cominciata, ti parlavo di Originale, che secondo tutti era la mia anima gemella e, naturalmente, non mi ha mai guardata nemmeno da lontano. Ti spiegavo le Dears, te le descrivevo una dopo l’altra e ti dicevo che mi sentivo che quelle sarebbero state le amiche a tempo indeterminato.

Caro blog, sei passato attraverso fasi assurde della mia vita: c’eri all’Ostello per Mister Cameriere 2008, in classe con me a sparlare del Prof. di Religione, alle riunioni di Rivista di Grido per difendermi da Redastrega, e in un mucchio di altri posti. So dare una data a tanti di quegli eventi che mi riguardano soltanto perché mi basta leggere qua sopra e vedere quand’è che te ne ho messo a parte.

Insomma, caro blog, da quando ho scoperto che tipo sei davvero, ti ho considerato la cosa più mia che avessi.

Quattro anni e, forse, non so più cosa dirti. O meglio, non so più come dirtelo. Mi piace pensare che siamo un po’ come quelle coppie che si amano ancora ma non hanno trovato il modo per sfuggire all’abitudine, che si addormentano abbracciate tutte le sere, ma senza fare l’amore.

Ho pensato di rompere con te, perché se rileggo il passato non mi riconosco più. L’immagine di me che traspare da queste pagine è un riflesso mendace, artefatto, quasi costruito. Se vado a scoprire chi ero un anno fa, mi sento il personaggio di qualcosa. E invece dovrei essere io. Lo scritto lascia passare un’idea della sottoscritta troppo migliore che nella realtà. Mi sento come se mentissi. E io le bugie le odio.

Cancellarti dalla mia esistenza, però, è quasi impensabile. Sei un appiglio, senza di te non saprei dove andare. Quindi ho deciso di riprovarci. A poco a poco, piano piano, voglio nutrirti di cose nuove, di occhi diversi. Perché è così che si mandano avanti le relazioni: rinnovandole, trattando chi ami come se, ogni volta, fosse un regalo che si lasci amare.

Caro blog, riprendiamo da dove avevamo lasciato? Devo darti una bella notizia: parto. Me ne vado in America con la mia Collegamica Femminista e Rivoluzionaria. Attraversiamo gli States con uno zaino sulle spalle e un sacco di cose da vedere, da fare, da raccontare. Mancano due settimane e sembra sia pochissimo. Per organizzare viaggi così, in genere, ci si mette mesi. E invece noi ci ritroveremo su un aereo dopo appena un mese di tempo per capire che sì, ce ne andiamo.

Non ho una valigia, né abbastanza vestiti, né il tempo per dire all’estetista che mi deve immergere nella ceretta e tirarmi fuori solo quando gli unici peli che mi saranno rimasti li avrò in testa.

Il tempo per ingoiare un po’ di saliva e tanta paura c’è, però. Perché okay che venti giorni non sono chissà quanti, eppure te lo domandi cosa troverai quando torni, se quello che hai lasciato per aria troverà un suo posto nel tuo mondo oppure no.

In venti giorni, le cose andranno avanti anche senza di me, e io non avrò idea di ciò che sarà successo, né di ciò che troverò. E mi piacerebbe che qualcuno mi rassicurasse, che mi dicesse che sì, di noi due parleremo al mio ritorno o forse non ne parleremo proprio più – non importa –, ma non è questo il punto, «il punto è che un pochino mi mancherai. Sarò contento per te, ma so che avrò voglia di vederti e non ci sarai». Ci metto pure le virgolette. «Mi mancherai», due parole che mi farebbero un gran bene. E se ne sprecano inutilmente così tante, di parole.

Mica, però, è dono comune saper usare quelle giuste al momento giusto. Sicuramente è un dono che io non posseggo. Straparlo, lo dice sempre pure il Parolaio.

E forse ho straparlato anche adesso. Ma, caro blog, tu mi conosci e, forse, se mi sei stato dietro in questi anni è perché ti piaccio così. Come tu mi piaci così.