Il cielo su Torino (sembra non muoversi affatto)

by lacapa

Di Torino, praticamente, non ho visto niente. La Mole, la piazza grandissima, il castello che da una parte è castello e dall'altra è un palazzo come quello reale, la sede della Juventus, Horas il kebabbaro, Porta Nuova e il Lingotto Fiere, soprattutto il Lingotto Fiere. Per me, Torino è finita qui (il Palazzo Nuovo, quello della Facoltà di Lettere e Filosofia, non lo considero neanche, tant'era brutto).
Eppure, Torino è una città bellissima. È una bomboniera, pulita e ordinata. È un posto gentile e un po' arrogante, sicuro di sé ma funzionale. E poi, ci fanno il Salone del Libro, e questo mi sembra un buon punto a suo favore.

Montagne di libri, edifici di libri, ponti di libri, libri da perderne il conto, libri piccoli, grandi, medi e anulari.
E un sacco di scrittori, che non erano come i giornalisti al Festival di Perugia che ti trattavano quasi come un collega. Gli scrittori, al Salone, erano parecchio vip in passerella e basta, impegnati a firmare copie di qua e di là e a sorridere alle fotografie. A meno che non erano Alessandro Baricco, e allora c'avevano un muro di arroganza impenetrabile, una cosa che i lettori affezionati non riuscivano nemmeno a scheggiare. Perché un affezionato lettore di Baricco a caso, uno che lega un pittore che dipingeva il mare con il mare al suo primo amore, uno che si emoziona e quasi piange per un "lieve" tra virgole, uno che sa di non essere un calzino ma una persona e quindi fa tante schifezze, un lettore così proprio non la sopporta la spocchia del suo scrittore che, in virtù del suo talento, crede di poter scrivere anche la lista della spesa e sarebbe uguale. Fortuna che per un Baricco insopportabile c'era un Gramellini adorabile che si ricordava di una certa aspirante giornalista e della sua Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, allora nell'autografo sul libro ci ha scritto pure "buona fortuna", perché per fare il giornalista servono talento, passione, e un gran culo.

La mia Torino è durata quarantotto ore, la metà delle quali passate in fila, sperando di arrivare in tempo per un biglietto per Umberto Eco, o per Roberto Saviano. Naturalmente, erano già esauriti, e ho ripiegato prima sull'incontro con Max Gazzé e poi sul concerto del Teatro degli Orrori, ed entrambe le cose non mi sono dispiaciute affatto. E non mi è dispiaciuto nemmeno passare ore a vagare in solitaria in giro per gli stand delle case editrice, scoprire autori nuovi e, alla fine, comprare libri dei soliti noti, con mille sensi di colpa perché una volta che ero al Salone del Libro potevo risparmiarmi di comprare l'ennesimo Benni. Però ho preso pure David Foster Wallace, Massimo Gramellini ed Erri De Luca, per me. E altra roba da regalare un po' qui e un po' lì, con le dita incrociate nella speranza che piacciano almeno un pochino, giacché finora i libri per me li ho sempre azzeccati tutti, quelli per gli altri li ho toppati clamorosamente uno dopo l'altro.
Quando e se mi diranno che erano brutti, però, potrò rispondere che ero stanca, che mi faceva male la schiena perché giravo con lo zaino coi vestiti, il computer, la borsa, e le buste coi nuovi acquisti, che ero affaticata per gli autobus da prendere, perché la notte avevo dormito poco e la mattina mi ero svegliata troppo presto.
Oppure potrò spiegare che m'era rimasta sulla pancia la pasta col pesto, la panna e i peperoni della prima sera, accompagnata dal vino a 99 centesimi, e che con una cosa così da digerire mica si poteva essere lucidi lucidi.

La mia Torino aveva il cielo sereno, a tratti un pochino nuvoloso. E sembrava immobile. Immobile e azzurro. Immobile, azzurro e luminoso. E finirci in mezzo con il mio aereo, dopo poco più di due giorni, m'è dispiaciuto. Sarei voluta rimanere più a lungo, avrei voluto vedere più cose, e passare ancora del tempo con tutta la cricca degli emigrati, che prima di partire non avevo neanche sentito nominare e che ho adorato dal primo momento, lassù in Piemonte. A partire da chi mi ha offerto non soltanto un tetto sulla testa, ma anche un letto, un piumone, una connessione ad internet e alcuni piatti da lavare; continuando con il mio secondo compagno di stanza, che possiede gli unici tre pesci rossi che non moriranno mai, ne sono sicura; e poi il ragazzo che mi hanno descritto malissimo, eppure una birra l'ha bevuta e, non soltanto non mi ha mandata a fanculo, ma è stato anche simpaticissimo; un grande sorriso va pure a chi si è sbrodolato con kebab, mi ha lasciato il posto davanti in macchina e ha manifestato amore per Star Wars; e per il calabrese che non sembrava calabrese, anche perché mica lo sapeva dov'è Tiriolo, che prendeva il suo cellulare figo e ogni tanto scattava una foto, tipo quella che sembriamo i Beatles e si vede che io ho una gonna.

Insomma, se 'sta Torino m'è piaciuta lo devo pure a loro e quindi, con tutto il cuore, li ringrazio. E dico: "Alla prossima". Ma mica solo ai ragazzi, eh. Alla città, tutta. Alla prossima.