Senza fiato e senza voce

by lacapa

Ho un capello bianco in testa. Un lunghissimo, spessissimo e bianchissimo capello bianco in testa.
Il mio amico che non vorrebbe mai essere nominato me l'ha fatto notare ieri mattina, mentre il pulmino ci portava dall'aereo all'aereoporto. Poi, saremmo tornati a casa e sarebbe finito tutto.
Eravamo stati a Perugia, perché là c'hanno fatto il Festival Internazionale del Giornalismo e io, lui e Collegamica Attivista avremmo dovuto fare i trasfertisti. Poi è arrivata una notiziona bellissimissima, cioè che Amico CNVMEN (che non vorrebbe mai essere nominato), Collegamica Attivista, molti altri miei colleghi e il Parolaio, lavorando tutti insieme, avevano vinto un premione, là al Festival, e che quindi sarebbero venuti tutti, o quasi, così per un paio di giorni i trasfertisti non eravamo tre soltanto, ma dieci, e sapeste quant'era bello.
Sul serio, ci vorrei provare a descrivervi questa settimana corta, ma non ci riesco. Un po' perché ho sonno e sono stanca, un po' perché sono successe tante di quelle cose che non saprei da dove cominciare, né come continuare, tantomeno a cosa dare la precedenza e cosa ignorare.

Posso provarci, partire dall'intervista a Tiziana Ferrario fatta appena cinque minuti dopo il mio arrivo, proseguire con quella a Fabrizio Gatti, che è stata una delle cose più belle che mi siano capitate (tanto che poi sono corsa in libreria a comprarmi il suo libro), e poi chiedere a Massimo Gramellini, mentre piove e si cammina insieme verso l'albergo, se quella battuta là che ha detto da Fabio Fazio l'ha copiata da Luca Sofri, e poi fare la scema con Luca Sofri, perché quando sono emozionata o imbarazzata parlo troppo velocemente e finisco per non essere diversa da una quattordicenne davanti ad uno dei Tokio Hotel. Vi dovrei dire di quando Michele Serra, a teatro, s'è seduto nel palchetto assieme a me e a Flirtante, il volontario pugliese aspirante giornalista con un bel po' di faccia tosta e altrettanta intraprendenza, e ci ha raccontato del fatto che lì, nei palchetti dei teatri, ci si andava per fare l'amore o per dormire, ma meglio per fare l'amore.
E lo sapete chi altro ho incontrato, in quel teatro? Pierluigi Celli, quello della Luiss che i panni sporchi li ha lavati su Repubblica e ha fatto leggere all'universomondo la sua lettera al figlio, quella in cui gli diceva che faceva bene ad andarsene dall'Italia, ché era meglio. Allora sono andata verso di lui, con Flirtante, e gli ho detto che aveva scritto una cosa deprimente, che non ero d'accordo con lui, che se le cose devono cambiare pure lui dovrebbe metterci un po' d'impegno. Ma figurarsi se ci riuscivo a convincerlo, il direttore della Luiss.
Eppure, lì al Festival, per via del fatto che mi sentivo al posto giusto, mi sono proprio lasciata andare. Io che le interviste ho bisogno di prepararle un po' prima, io che devo avere la sicurezza di un foglio di carta con un minimo di scaletta, mi buttavo e parlavo, perché le occasioni non bisognava perderle. Ed è stato così che mi sono messa pure a fare la simpatica, con Sandro Ruotolo, solo che non me ne sono accorta e non volevo. Sì, perché gli stavo facendo qualche domanda e lui ha detto qualcosa tipo: «Voglio essere il cane da guardia dell'informazione». In quel momento, ho disconnesso il cervello e ho risposto: «A proposito di cani, parliamo di Vittorio Feltri». La domanda continuava, per carità, ma quando mi sono riascoltata avrei voluto sotterrarmi e non tirare fuori la testa mai più.
Un momento in cui sono stata fiera di me, però, c'è stato. In verità, più che fiera di me, ero fiera del mio interlocutore. Ero fiera di Roberto Saviano.
Mi sono fatta non so più quante ore di fila per poter entrare all'incontro che avrebbe tenuto assieme ad Al Gore, però è bastato che cominciasse a parlare e chissenefregava della stanchezza. Lui era lì, ed io ero emozionata, c'avevo i lacrimoni per l'ammirazione, la stima, il rispetto, la tenerezza e la tristezza.
Invece di tornarsene veloce veloce a casa, Roberto Saviano, dopo lo spettacolo, s'è fermato a firmare autografi e a fare fotografie. E io mi sono rimessa in fila. Non volevo una foto o l'autografo, volevo dirgli «grazie». Collegamica Attivista e Amico CNVMEN, che sono più sensibili di me, hanno pensato che sarebbe stato bello dire la stessa cosa alla scorta, e io ero d'accordo. Così loro hanno preso un foglio di carta e ce l'hanno scritto sopra. Quando è arrivato il mio turno, ho stretto la mano a Roberto Saviano e gli ho detto «grazie», a lui e alla sua scorta. E mi emoziono di nuovo, se ci penso.

Che poi, in un sacco di righe ancora mi manca da raccontare una notte intera a dormire per strada, perché ci avevano chiusi fuori dall'Ostello e mica potevamo camminare fino all'alba. Così abbiamo rubato una coperta e ci siamo accucciati con le spalle al muro, io, Amico CNVMEN e quello che era un illustre sconosciuto fino a poche ore prima. Quand'è sorto il sole non avevamo chiuso occhio, eravamo infreddoliti ed intirizziti, ma è stato divertente. Mi manca da raccontare di Flirtante e del fatto che non ci siamo nemmeno salutati, alla fine.
Uno spazio lo volevo dedicare pure alla Collegamica Femminista e Rivoluzionaria, che sta a Milano ma vorrei tanto averla tra i piedi più spesso, perché le voglio un gran bene e perché certe chiacchierate vorrei poterle fare tutti i giorni, mica una volta all'anno e basta.
Ce n'è anche per Kindlerya e Locataire nelle storielle che vi devo ancora narrare, due donne meravigliose che per fortuna m'hanno trovata loro, perché io son cieca, lo sapete, e rischiavo di non vederle.
Ho pure abbastanza materiale per tre o quattro capitoli di un romanzo, se penso alla lunga notte a Roma, tra la stazione e l'aeroporto, con Amico CNVMEN, il mio ombrello multicolor e le scarpe brutte comprate per ammazzare il tempo tra un ritardo e l'altro.
C'è l'episodio de "La bella straniera e la bestia romana", con la partecipazione straordinaria dei carabinieri ritardatari e dei tassisti menefreghisti; ci sono gli sguardi degli Innamorati da descrivere, e provare a farvi vedere anche la tenerezza con cui lui le accarezzava i capelli mentre lei dormiva; c'è la rassegnazione dei Non Terroristi da spiegare, ma questa è la cosa più difficile da fare, perché non posso sapere com'è che ci sono arrivati ad essere così rassegnati.

E poi c'è altro. Molto altro che ha a che fare con delle robe che non ho capito e che quindi, be', taccio e non le scrivo, per il momento. Però sappiate che esiste, questo altro. Che mi dà le vertigini e mi ha lasciata senza fiato. E senza voce.