Consigli per Cagacazzi Beghelli

by lacapa

Cagacazzi Beghelli percepisce il mio scoramento. Lo riconosce con precisione millimetrica e ci si fionda addosso con rapidità da faina.
Se l'imperituro sorriso che mi porto addosso dovesse spegnersi per un microsecondo, Cagacazzi Beghelli interviene. Lui telefona, scrive messaggi, contatta su Facebook, invia email, placca all'università, fregandosene del mio sguardo torvo, del fatto che preferisco parlare coi fiori e le piante piuttosto che con lui.

Cagacazzi Beghelli è un politico in erba, e la parte sarebbe pure quella giusta se non fosse così simile a Comunista Sifaperdire (a dirla tutta, è pure amico di Comunista Sifaperdire). Cagacazzi Beghelli ha i suoi argomenti e, per carità, possono pure risultare interessanti, la prima e la seconda volta che ci esci insieme. Alla terza vorresti tritarti le parti intime, alla quarta preghi che qualcuno ti pratichi l'eutanasia e ti lasci morire dolcemente, al riparo da Marx, Lenin e Berlinguer.

Cagacazzi Beghelli le Dears lo odiano tutte, lo trovano un personaggio funesto, un'incomprensibile perdita di tempo, una presenza negativa. Io, all'inizio, non ero d'accordo.
Dopo il Parolaio, prima e durante i mesi iniziali di Batteristalcolizzato, Cagacazzi Beghelli è stato un diversivo, una cosa che mi faceva piacere, perché si sa che quando c'hai l'autostima sotto i tacchi il fatto che siedi ad un tavolo con uno e lui mentre finge di ascoltarti parlare sta già pensando a quale scusa potrebbe usare per farti salire a casa sua e sganciarti il reggiseno in trenta secondi, comprese le scale, contribuisce a farti sentire figa almeno un po'.

A casa sua non ci sono mai salita e il reggiseno non me l'ha mai sganciato, ma questo non significa che si sia arreso. Era sparito, sì, è vero. Era stato in agguato come un avvoltoio, sul ramo più alto dell'albero più brutto, ad osservarmi mentre mi destreggiavo in maniera bislacca all'interno della mia vita sentimentale. Badate bene, non aspettava me. Cagacazzi Beghelli si nutre di carcasse, e lo fa inconsapevolmente. Ne punta tre, quattro, cinque, e poi si butta addosso a quella che, per prima, mostra segni di cedimento.
Io, più che segni di cedimento, mostravo esplicito interesse per la composizione dell'atmosfera, guardavo talmente oltre la sua faccia che arrivavo a pormi quesiti esistenziali, annuendo alle sue affermazioni: ma per quale ragione l'estetista ha aumentato i prezzi del 10%? Un buco nero è come un punto nero solo con più pus? Gli angeli sono maschi, femmine o come Vladimir Luxuria?
E lui, intanto: «Perché, in pratica, Aldo Moro…».

Cagacazzi Beghelli è tornato in tutto il suo splendore, ha sentito odore di disorientamento ed è sceso in picchiata. Adesso vuole mostrarmi la sua nuova casa, quella dove si è trasferito da poco, farmi vedere l'ultimo poster di Che Guevara e spiegarmi per quale ragione Nichi Vendola non è un personaggio al quale la sinistra italiana dovrebbe affidarsi. Rompicoglioni col brevetto, propone serate all'insegna di film russi, cibo cinese e vino rosso, così si rimane sempre in tema.
E non si ferma: lusinga, Cagacazzi Beghelli. Finge di non notare l'enorme brufolo sulla punta del mio naso, una cosa rivoltante che mi rende tanto simile ad una befana nazionalpopolare; ignora le occhiaie che mi arrivano alle caviglie e tornano indietro, doppiandosi; immagina che la forma incredibile dei miei capelli sia voluta, e non dovuta al fatto che m'ero svegliata cinque minuti prima e m'ero accorta d'essere in tremendo ritardo per la lezione.
Lui sorride e si complimenta.

Cagacazzi Beghelli non sa, però, che i complimenti, oltre ad imbarazzarmi, mi infastidiscono. Se sono sgraditi, per di più, mi irritano.

Lunedì mattina faceva caldo e il caldo dà alla testa. Intontisce gli uomini, e mi innervosisce.

Ai tre muratori che hanno mostrato apprezzamento nei confronti della sottoscritta, per tre volte di fila, con il garbo di un facocero che rutta, ho risposto: «Fate così perché non avete mai visto una ragazza, vero?». Ma mi sono trattenuta, perché avrei potuto essere ben più volgare ed apostrofarli, in dialetto, con un sonoro: «A to' soru». Che si traduce con: «Tutto quello che avete indirizzato alla sottoscritta, rivolgetelo adesso alle vostre sorelle, se ne avete il coraggio».
Al giovane studente drogato che mi ha fermata per dirmi «Oggi sei così carina che mi s'è fermato il cuore», ho chiarito: «Si chiama infarto, l'ospedale è a due passi. Ma, se vuoi, ti chiamo un'ambulanza».
Al povero Cagacazzi Beghelli, giunto con le braccia spalancate in un desiderato abbraccio, un sorriso che mostrava pure le carie di quando aveva sei anni, ed un poetico «Adesso che ti ho vista la giornata è ancora più bella», ho dato un consiglio: «Vai a fare in culo».