L’eroico coraggio di un feroce addio

by lacapa

«Prossima traversa a destra».
«Mi ricordo dove abiti».
[…]
«Arrivati».
«Arrivati. Era un sacco che non mi accompagnavi, pensavo avessi scordato…»
«Mi ami ancora?»
«Sì».
«Anch'io».
«Devo andare. Gli ho detto che dopo il concerto l'avrei chiamato, è già passata un'ora. Il mio fidanzato sarà preoccupato».

Gli Infelici erano stati felici, una volta. Una volta che è durata due anni e mezzo e poi è finita in un aereoporto, quando lei è partita per andare a vivere lontano e lui è rimasto per continuare a stare qui vicino. S'erano detti, entrambi, che a vent'anni non avrebbe avuto senso privarsi di una vita aspettando di vedersi, un mese ogni dodici. S'erano convinti, entrambi, che sarebbero stati meglio separati, nonostante l'amore, nonostante il sesso, nonostante il bisogno, nonostante la nostalgia.
E c'avevano creduto. Lui s'era sbronzato ogni sera per tre mesi, e lei era diventata amica di tutti i pr della metropoli, ché andava in discoteca, andava ai cocktail, andava agli aperitivi, andava e basta. Lei s'era trovata un altro, lui ne aveva avute tante altre, e non s'erano più visti.
Gli Infelici avevano fatto finta di essere felici, per gli anni successivi. Uno, due, cinque.

Alla fine, c'erano pure riusciti a risentirsi senza impegno, a raccontarsi di contratti e colloqui e affitti e amici. Un giorno lui l'aveva chiamata: «Tra un paio di settimane c'è un concerto, qua. Insomma, ci vorrei andare. Visto che è festa, magari, tu torni a casa… Vieni?».
S'erano dati appuntamento davanti al teatro, s'erano salutati con un bacio sulla guancia, erano entrati e avevano preso posto. Avevano chiacchierato per tutta la durata dei primi cinque brani, poi avevano riconosciuto la musica e lei gli aveva preso la mano, lui s'era girato e, guardandola in faccia, aveva cominciato ad anticiparle le parole. Il pubblico applaudiva la fine del pezzo, loro si baciavano ad occhi aperti.
L'ultimo bacio, mia dolce bambina.
Quel guardarsi era un non volersi perdere nemmeno un istante, un volersi ricordare le labbra l'uno dell'altra, un aggrapparsi alle cose, per non lasciarsi andare troppo alle emozioni. Perché si sa com'è: nei sentimenti ci scivoli e poi finisce che ci anneghi, anche se sono profondi come pozzanghere.
«Bella canzone». «Bellissima canzone».

Gli Infelici non avrebbero saputo dire il resto della scaletta del concerto, perché non avevano sentito neppure una delle tracce successive. Erano rimasti con gli occhi fissi sul palco a domandarsi che cosa avrebbe significato quell'ultimo bacio, come avrebbero sopportato il senso spietato di quel non ritorno, in che maniera avrebbero ignorato il bruciore di quelle gocce di limone sul viso. Le mani erano ancora intrecciate. Se le erano scordate così, davvero.

La folla defluiva, le poltrone si svuotavano, le luci del teatro si spegnevano. Gli Infelici se l'erano presa con comodo. Lui s'era offerto d'accompagnarla a casa, ché farla tornare a piedi, a tarda notte, non gli sembrava galante.

«Sì, il tuo fidanzato sarà preoccupato».
«Io devo andare».

L'ultimo abbraccio, mia amata bambina.
Gli Infelici erano stati felici, una volta. Poi avevano deciso di smettere.