Protestantesimo

by lacapa

La religione è una cosa sulla quale Casa LaCapa non ha mai scherzato. Madre, Padre e Sorella sono cattolici credenti e, ogni tanto, pure praticanti. Io e Fratello no. Noi proprio non ce la facciamo a metterci nelle mani di misteri della fede, vergini incinte, pani che si moltiplicano e pescatori di anime.
Nonostante la nostra totale assenza di convinzioni religiose, non siamo riusciti a sottrarci al supplizio della Prima Comunione e della Cresima (per il Battesimo, ahinoi, non avevamo voce in capitolo).

Dopo due anni di catechismo, io aspettavo la data della cerimonia della Prima Comunione come un carcerato quella della liberazione. Mi piaceva l'idea della festa, del pranzo con tutta la famiglia, dei regali. Soprattutto dei regali.
Ricordo che ero convinta che quella data sarebbe stata unicamente mia, un giorno intero per ricevere complimenti, abbracci, baci e tenerezze.
M'ero fatta crescere i capelli, avevo dei fiori di zucca lunghissimi. Immaginavo un parrucchiere che, con somma maestria, me li avrebbe acconciati tanto da renderli quasi guardabili. Mi vedevo camminare con un abitino meraviglioso lungo la navata principale della chiesa. I sussurri di approvazione degli altri convenuti li sentivo distintamente, nelle mie fantasie: «Ma chi è quella bambina bellissima? Perché risplende di luce propria come un sole nello spazio?».

Compresi che i miei sogni non potevano diventare realtà quando Madre e Padre mi portarono a fare shopping per il grande giorno. La Rinascente, reparto fanciulli.
Io sbavavo su pantaloni e gonnelline, ammiravo i cuori grandi e colorati dei completini in stile anni '60 e desideravo ardentemente jeans a zampa d'elefante, moda di ritorno che s'era fatta largo proprio in quel periodo. M'ero illusa che la scelta sarebbe stata mia, finché Madre e Padre non lo videro.
Era un vestitino blu a fiori tono su tono, di tessuto aderente con sottana di seta. Una roba che sarebbe stata anche abbastanza carina, addosso ad una bambina normale. Ma LaCapa bambina non era normale. Era una botte, con un pancione sporgente, le gambe storte, i denti pure, e le spalle perennemente basse. LaCapa bambina era grassa e gobba, orribile.
Il vestitino blu mi s'incastrava tra uno strato e l'altro di ciccia e si bagnava di sudore, perché quaggiù, a luglio, non è che faccia freddo.
Quando Padre e Madre, secondo il vecchio detto che ogni scarrafone è bello a mamma sua, nonostante il ridicolo, decisero che quello sarebbe stato ciò che io avrei indossato per la mia Prima Comunione, non ci furono lacrime e urla che riuscirono a smuoverli.
Il giorno dopo, Madre mi comprò i collant: bianchi. In pan-dan con le scarpette: ballerine bianche con le stringhe e delle obbrobriose roselline bianche appiccicate sopra, e brillantinate. Il lato positivo di quell'abominio di calzature era la suola. Aveva un tacchetto di legno che faceva rumore. Mi sentivo un sacco donna adulta se camminavo e facevo rumore.
Il tocco di classe (o colpo di grazia), mi fu dato il giorno prima della cerimonia. Madre aveva scoperto che alcune delle altre bambine avevano pettinature che prevedevano dei fiori in testa. Naturalmente, io non potevo essere da meno. Mi comprò una coroncina di rose finte. Colore? Bianco, bisognava che lo specificassi?
Infine, a tradimento, mi trascinò dal parrucchiere. Ancora una volta, i miei fiori di zucca sarebbero stati potati contro la mia volontà, sarebbero stati modellati in un orrendo caschetto corto alla Fantaghirò.
Quindi, il quadro era il seguente: obesità, vestito brutto e attillato, sudore, collant bianchi, scarpe rumorose, coroncina imbarazzante, caschetto alla Fantaghirò, però riccio.

Il giorno della mia Prima Comunione, l'austrolopiteco sovrappeso che attraversava il corridoio centrale della chiesetta più brutta della città, pestando sui talloni per far sentire il rumore dei tacchetti, ero io. Scolata di sudore, con la tonaca da monachella voluta dal prete sopra l'abitino che si spostava, saliva, s'incastrava nel grasso, e i collant che scendevano, scivolavano e strizzavano come due salami le mie cosciotte da maiale. Temevo che, ad un certo punto, esplodessero, si strappassero, vomitassero salsicce.

Niente commenti di ammirazione. Al massimo, risatine di malcelato imbarazzo.

Madre e Padre mi guardavano orgogliosi. Credo sia successo quel giorno: la pacchianeria di quel momento aveva scavato una piccola buca nello spirito della sottoscritta, e ci aveva piantato un seme. L'ateismo.