Di televisori invadenti e cavolfiori bolliti

by lacapa

La madre di Padre, Nonna, abita al piano di sopra, per l'immensa gioia della moglie di Padre, Madre, che proprio non vedeva l'ora di sposarsi per andare a vivere a due metri dalla suocera.
Nonna ha ottant'anni, è magra magra, ha i capelli ricci e castani e gira spesso coi jeans, le guance scurite dal fard e le labbra arrossite dal rossetto rosso più rosso che c'è.

Nonna, almeno in relazione a Casa LaCapa, è una donna discreta, probabilmente per via di Madre, ché non è difficile immaginarla mentre ringhia in direzione della suocera, invitandola ad evitare di intervenire nella vita di Famiglia LaCapa in qualsivoglia maniera. Pure per chiedere se abbiamo bisogno di sale, acqua, pane o dentifricio.

Io e Nonna, quindi, ci vediamo poco, nonostante ci separi la distanza di una rampa di scale. Però le pareti sono sottili, quindi, se io e Sorella litighiamo, Nonna lo sa; se io e Cane ci abbaiamo contro a vicenda, Nonna lo sa; se Padre e Fratello guardano la partita alla tivù e la Juventus vince, Nonna lo sa.
Vale anche l'opposto: se Nonna fa la pipì, io lo so; se Nonna sposta i mobili per fare le pulizie, io lo so; se Nonna, per via del caldo, passa dalle ciabatte di spugna agli zoccoli, io lo so; se Nonna recita il rosario, io lo so; se Nonna guarda Porta a Porta, io lo so.

Il problema è che nel palazzo non ci siamo solo noi, c'è altra gente, ci sono i vicini di casa.

Qualche giorno fa, l'altro inquilino del piano di Nonna ha suonato alla mia porta. Io, rigorosamente in pigiama, rigorosamente sporca, rigorosamente mezza addormentata, gli ho aperto e sono stata ad ascoltare le sue lamentele.
«Sa, eh, io non vorrei disturbarla, ma ho un problema», ha esordito. Guardandolo in faccia, ho pensato che problemi ne avesse ben più d'uno, ma ho taciuto. La sua voce disperata mi ha convinta che sparare sulla Croce Rossa sarebbe stato scorretto. «Vede, io lavoro dal primo mattino e se la notte non dormo non so come fare. E io, la notte, non dormo più».
A questo punto, il suo tono lacrimevole ha solleticato la mia empatia femminile: «Qual è il problema? Cosa posso fare per esserle utile? Come si lenisce la sua sofferenza?», ho domandato in uno slancio di sonnolenta bontà.

L'Inquilino mi ha risposto arrossendo: Nonna, da una settimana a quel dì, aveva cominciato a tenere più alto del solito il volume della televisione. Niente di male, se avesse avuto il buon cuore di abbassarlo ad un orario umano. Ma Nonna s'addormentava sul faccione di Bruno Vespa e lo lasciava sbraitare per tutta la notte, fino all'alba, quando si svegliava e trascinava il divano da una stanza all'altra per pulire il pavimento come dio comanda.

Io dormirei anche sotto un bombardamento, ma Inquilino no e il suo dolore, dopo pochi minuti di conversazione, era il mio.
Ho aspettato che Padre tornasse e ne ho discusso con lui. Ma Padre è il figlio di Nonna, per lui sua madre non sarebbe in errore nemmeno se affermasse che due più due fa cinque col resto di tre. Il torto era tutto di Inquilino, ché se non vuole sentir rumori, la notte, andasse a vivere in campagna, mica in città, per di più nell'appartamento accanto a quello di Nonna.

Quella sera, sono rimasta sveglia fino a tardi. Guardavo il Chiambretti Night su Italia Uno e, contemporaneamente, perdevo il mio tempo su Facebook, msn e una decina tra altri social network e chat.
Io, che di solito sono discreta, avevo tenuto accese tutte le luci e lasciato moderatamente alto il volume della tivù.
Un'ora dopo la mezzanotte, Padre, imbufalito, è corso nella mia stanza ad intimarmi di fare silenzio, che lui la mattina va a lavoro presto e se la notte non dorme…
Allora ho sorriso. Ho spento la tivù e smesso di battere sui tasti, quindi gli ho detto: «Adesso taci e ascolta…».

Si sentivano distintamente Emanuele Filiberto, Pupo e Luca Canonici che strillavano il loro amore per l'Italia, la loro ipocrita passione per il bel Paese. Nonna aveva lasciato, di nuovo, che la sua televisione rompesse la quiete del condominio intero.

Padre ha abbassato la testa, ha mugugnato qualcosa ed è andato al telefono. Ha chiamato Nonna un paio di volte, senza ricevere alcuna risposta. Alla fine, ha sospirato ed è tornato sotto le coperte.
Quaranta minuti dopo, è riapparso nella mia stanza (dove io, nel frattempo, m'ero messa a leggere in religioso silenzio): «Nonna ha spento la tivù». Era vero. Erano le due.

L'indomani mattina, prima di andare a lavoro, Padre ha fatto una visita a Nonna. L'ho visto andare a lavoro col capo chino e l'andatura strascicata: l'aveva rimproverata.
Inquilino deve aver sentito pure la discussione tra Padre e Nonna, perché giusto un paio di minuti dopo che Padre era uscito, lui ha suonato il campanello di casa LaCapa. Col solito pigiama, le solite mosche attorno e il solito sguardo stupido di chi s'è appena svegliata, gli ho aperto la porta e l'ho trovato raggiante: «Signorina, la ringrazio di cuore. Di vivo cuore. La sua gentilezza mi ha illuminato la giornata. Adesso vado a lavoro, la saluto…». Ha fatto per allontanarsi, quindi è tornato sui suoi passi. D'un fiato, ha affermato: «Magari, tra un po' di tempo, facciamo anche qualcosa per la puzza di cavolfiori bolliti, okay?»