Figlia di un culo minore

by lacapa

Padre è un uomo buono, sulla cinquantina, e fa l’elettricista. Ha i capelli brizzolati, la barba un po’ incolta ed è in movimento per tutta la giornata, sicché quando torna a casa, la sera, si piazza sul divano, accende la televisione e segue, uno dopo l’altro, tutti i telegiornali.
Padre è simpatico e da lui ho imparato l’ironia e l’autoironia, solo che con gli anni è diventato amaro, ché le delusioni e i compromessi fanno sempre quest’effetto.

Casa LaCapa risente delle velleità d’inventore di Padre. Lui sperimenta cose strane, e lo fa a partire dalle nostre quattro mura.
Quand’ero bambina mi stupiva sempre che accanto all’interruttore della luce ce ne fosse un altro, uguale identico, col quale si accendeva la televisione, mi stupiva che le serrande si alzassero e s’abbassassero con un pulsante da premere, e che l’intensità dell’illuminazione in salotto potesse essere cambiata a mio piacimento, pigiando un po’ più forte o un po’ più piano un altro bottone. Casa LaCapa è decisamente la casa dei click.
Quando Padre ha deciso che le tre stanzucce al piano terra in cui stavamo in cinque (più Cane) erano troppo piccole, ha pensato che si poteva convertire il piccolo magazzino del seminterrato in un altro pezzo di casa. Così ha preso tutto il materiale da lavoro che c’aveva sotto e l’ha trasportato in garage.
Padre è un elettricista-inventore-tuttofare, all’occorrenza anche muratore.
In pochissimo tempo, casa LaCapa s’era ingrandita, erano diventati cinque vani, grandi ciascuno come una scatoletta di tonno, ma pur sempre cinque vani, su due livelli.

Mettere in comunicazione un piano con l’altro s’è rivelato un problema. Era evidente che si dovesse fare un buco, e pure che non potesse essere troppo grosso.
Io, bambina, proposi un palo come quelli delle stazioni dei pompieri per scendere, e una scala di corda per salire.
Padre mi disse che quando sarebbe stato più vecchio non sarebbe riuscito a passare da su a giù con agilità, quindi accantonò l’ipotesi, nonostante affermasse, convinto, che era un’idea meravigliosa.

Alla fine, Padre optò per un ascensore. Sì, casa LaCapa ha un ascensore per passare da un piano all’altro. E non credete che sia una cosa figa, una cosa da ricchi. E’ una cosa che tutti, sin dal primo momento, abbiamo trovato ridicola. Ma Padre era irremovibile.
In salopette, come nella migliore tradizione fai-da-te, Padre montò l’ascensore. Ci mise un paio di settimane, ma lo montò, tutto da solo. E non è che è un ascensore come tutti gli altri, di quelli che premi e poi lui sale o scende. E’ un ascensore che ha bisogno di incoraggiamento, quindi il pulsante devi tenerlo premuto tutto il tempo della discesa o della salita, altrimenti si blocca e non si schioda.
Padre ci ha spiegato, mortificato, che non aveva idea del perché facesse così, ma che lui non aveva sbagliato niente, quindi il difetto doveva essere di fabbrica.

Da un po’ di tempo a questa parte, Padre ha cominciato a lavorare agli impianti elettrici di un nuovo palazzo che stanno costruendo dalle parti di centrocittà. Sarà una cosa imponente, gigantesca, deluxe. Perché c’è crisi, eh.
Padre conosceva il costruttore perché, qualche mese prima che costui decidesse di acquistare quel pezzo di suolo cittadino, gli era impazzito l’allarme di casa – era agosto – e non aveva trovato nessun elettricista che non fosse in ferie. Eccetto Padre, naturalmente, perché lui alle ferie è allergico. Costruttore e Padre erano diventati un po’ amici e la proposta del lavorone al palazzone era arrivata da sé.

Padre, che non s’è mai laureato perché mio nonno è morto quando lui era piccolino e, prima che riuscisse a concludere gli studi in fisica, mia nonna non è più riuscita a mantenerlo lavorando e l’ha convinto ad arruolarsi, s’è ritrovato a discutere con ingegneri, architetti e tizi che rimanevano un po’ a bocca aperta, perché un semplice elettricista, secondo loro, mica certe cose poteva saperle.
Padre, un giorno, è tornato a casa tutto pimpante. Costruttore gli aveva da poco fatto vedere il progetto e a lui s’erano illuminati gli occhi, aveva immaginato tutto quello che si poteva fare, proposto di mettere pannelli solari qui e lì e non saprei dire quanto altro.

«LaCapa, mi serve un indirizzo email», ha esordito.

Io credevo che scherzasse ma, dopo che è rimasto per dieci minuti a fissarmi come fa Cane scodinzolando quando vuole un biscottino, ho preso sul serio la sua richiesta.
Spiegare a Padre Gmail è stata un’esperienza mistica, che oggi ha dato i suoi frutti.

Prima di andare a cena, stasera, mi ha mostrato orgoglioso uno scambio di email in fieri con un acquirente, un tipo che ha trovato sul sito dell’impresa di Costruttore i riferimenti a Padre e ha pensato di chiedere a lui informazioni.

Come ho scritto qualche rigo più su, il palazzone in costruzione è una cosa da ricchi. Ogni appartamento costa talmente tanto che, secondo me, negli assegni non c’è nemmeno spazio per tutti quegli zeri.

L’acquirente delle email a Padre è uno che nella vita vende prodotti tipici siciliani. Nel mondo.
Uno che ha cominciato da un minuscolo bar in un paesino alle pendici dell’Etna e adesso ne ha non so quanti altri. Padre mi spiegava che, nel periodo di Natale, quel baretto frutta quindicimila euro al giorno, con la fila che supera la porta e attraversa la strada.
Ho cercato di contare quanto guadagna in un anno, questo signore, ma non ci sono riuscita.

Insomma, lui ha scritto a Padre, domandando quanto costasse un appartamento di almeno trecento metri quadrati in quel palazzone in costruzione.
Padre s’è messo la calcolatrice accanto e mi ha fatto vedere mentre faceva i calcoli.

«Un metro quadrato costa ottomila euro. Moltiplicando per trecento fa duemilioniquattrocentomila euro. Però un piano intero del palazzone è grande quattrocento metri quadrati, quindi magari lo vuole tutto», ha riflettuto.

Così, tutto orgoglioso di sé e delle sue abilità informatiche, ha risposto.

«Caro siciliano arricchito, per trecento metri quadrati dovresti spendere duemilioniquattrocentomila euro. Il fatto è che un piano del palazzone è grande quattrocento metri quadrati, e sarebbe un peccato lasciarne cento. Se lei volesse tutto il piano, le costerebbe tremilioniduecentomilaeuro, ai quali vanno aggiunti pochi spiccioli per i balconi. Sa, sono balconi molto grandi. Cinquanta metri quadrati uno e venti metri quadrati l’altro, che costano duemila euro al metro quadrato, per un totale di centoquarantamila euro. La somma complessiva, insomma, sarebbe tremilionitrecentoquarantamila euro. Mi permetto di dirlLe, inoltre, che il palazzone c’ha pure i garage. Immagino che due, per Lei, vadano bene. Ogni garage costa centomila euro. Aggiunti agli altri, il totale è tremilionicinquecentoquarantamila euro».

Io, a metà, avevo la gola secca e le vertigini.

«Padre», ho balbettato, «ma tu di questi soldi quanti ne vedrai?». Ero speranzosa, già vedevo la svolta.
«Nemmeno un centesimo», ha sorriso.
«E perché ridi? E’ forse la vecchiaia che avanza che ti fa essere felice quando non dovresti?».
«Perché rido? Non vedi? So usare le email!».

Un paio di minuti dopo, padre aveva un nuovo messaggio di posta in arrivo.

C’era scritto solo: «Va benissimo. Nei prossimi giorni passo dal cantiere per concludere. La rigrazio per la disponibilità, mi saluti Costruttore».

E allora mi sono messa a pensare a cosa ci avrei fatto io con tremilionicinquecentoquarantamila euro, però un pensiero così grande non so farlo, quindi ho smesso subito.

«Padre, ma Costruttore non ha voglia di diventare un mecenate, uno che sostiene l’arte e la cultura? Costruttore non sente l’irrefrenabile bisogno di investire nel mio avvenire? Cosa gli costerebbe comprare una casa editrice, anche piccola come la Bompiani va bene, soltanto perché secondo lui merito il Nobel?», ho domandato.
«Non credo proprio, LaCapa. Mi dispiace».

Okay, io c’ho un Padre simpatico, elettricista, mezzo inventore ed autoironico, ma se fosse stato pure ricco non mi sarebbe dispiaciuto. E’ che mica si possono avere tutte le fortune. Semplicemente, sono figlia di un culo minore.