Se preferisce, può continuare a chiamarmi ‘Questaqua’

by lacapa

Dai cinque ai dodici anni sono stata una femme fatale. Accumulavo fidanzati uno dietro l’altro e passavo al seguente con sconvolgente disinvoltura.

Il primo in assoluto mi riempiva la stanza di bomboniere coi coniglietti, mi descriveva a suo fratello maggiore, che faceva il liceo artistico, affinché mi ritraesse (in ogni schizzo avevo le orecchie a punta e i capelli lunghi e lisci, come un elfo), mi diceva che ci saremmo sposati e mi faceva comprare da suo padre, a San Valentino e per la festa della donna, una rosa rossa rossa e una mimosa gialla gialla.
Ero sicura che mi avrebbe portata all’altare e che avremmo avuto una casa piena di coniglietti di porcellana. Sua madre, dopo averlo lasciato entrare in classe con un bacio sulla fronte, veniva da me e mi dava un buffetto sulla guancia, affettuosa.

Il secondo arrivò la settimana dopo che il primo, suo malgrado, cambiò scuola. Tre anni di fidanzamento rotti perché il quartiere, d’un tratto, era diventato troppo piccolo per tutt’e due.
Il secondo era biondo, aveva gli occhi blu e faceva la quinta, mentre io ero in terza. Era il figlio della direttrice della scuola, che ci conosceva tutti per nome. Un giorno, la direttrice mi fece saltare una lezione: mi chiamò nel suo ufficio e mi mostrò le foto della prima comunione del mio piccolo fidanzato. E lo fece con orgoglio. Poi mi riaccompagnò in aula, e mi salutò con un bacio sulla guancia.
I miei compagni di classe gridarono allo scandalo: stavo comprandomi il passaggio dalla terza alla quarta elementare come alcune ministre i loro ministeri. Un paio di giorni dopo, andai dalla direttrice: «Non voglio causare problemi né a Lei né al suo amato figliolo. Se è lui quello giusto, ci incontreremo quando sarò grande, quando mi iscriverò alle medie».
La direttrice sorrise commossa, io le strinsi la mano e fui fiera di me. A sette anni ero la nuora che ogni madre chioccia avrebbe desiderato per il proprio pargolo.

Il terzo lo conobbi al mare. Aveva in affitto la cabina accanto alla mia, era magrissimo e aveva quindici anni, mentre io ero una giovane decenne. Suo padre faceva il professore d’inglese, sua madre la professoressa d’italiano, e lui aveva la musicassetta originale di "… Squérez?" dei Lunapop. Mi dedicò "Vorrei" e io gli dissi che ero sua mentre stavamo sdraiati dietro ad un fetido cassonetto della spazzatura e speravamo che nessuno ci vedesse: era quello lo scopo del nascondino, no?
Sua madre ci preparava i panini al latte con la Nutella a metà pomeriggio e ci osservava scavare buche profondissime, orgogliosa di noi.
Tre mesi dopo, scoprii che proprio quella donna sarebbe stata la mia supplente d’italiano per tutta la prima media, ma decisi di non dire ai miei amichetti che la nostra temibile prof., in realtà, era mia suocera.
Nel mio primo compito in classe presi "ottimo", a dispetto del "sufficiente" che era la media collettiva. Nel secondo compito in classe stessa cosa. Una settimana prima del terzo, lui mi comunicò, tramite biglietto che mi fece recapitare in aula da sua madre, che non riusciva a conciliare il nostro fidanzamento con lo studio. Non capii cosa intendesse, perché non ci vedevamo da settembre, cioè da tre mesi, però decisi di sfruttare la cosa a mio vantaggio. Due giorni prima del compito andai a cercare la professoressa-exsuocera nella stanza dei docenti, quella con la macchinetta del caffè. Le diedi il biglietto che suo figlio mi aveva indirizzato e le dissi, sforzandomi affinché i miei occhi apparissero lucidi: «Gli dica solo che per me va bene». E mi guadagnai la tripletta di "ottimo" consecutivi.

Insomma, coi parenti, da bambina, non ne sbagliavo una.

Perfino quand’ero al liceo e stavo con E’solounamico ottenere i favori dei suoi genitori fu una cosa che non cercai. Capitò e basta.
Mi presentò sua madre una volta che eravamo a casa sua con altri amici, e poi, quando me ne andai, le disse chi ero. E’solounamico a sua madre raccontava tutto, o quasi: le diceva il contenuto delle nostre discussioni, le faceva leggere i miei racconti, le spiegava i miei problemi. La madre di E’solounamico, in breve, finì per condividere col figlio la cotta per me.
Io ed E’solounamico, in seguito alla nostra breve parentesi sentimentale, siamo diventati gli amici che siamo adesso, con il bene placido di sua madre che ancora, dopo tutti questi anni, ogni tanto chiede che fine io abbia fatto.
Il padre di E’solounamico non fu proprio una conquista, fu un risultato che venne da sé. Entrambi i genitori, del resto, cosa potevano volere di meglio?
Non ero carina, okay, ma prendevo ottimi voti a scuola, mi impegnavo in un sacco di cose, sorridevo sempre e, soprattutto, facevo sorridere E’solounamico.

Da allora, non ho più incontrato nessuno che avesse il sangue del sangue dei tipi con cui sono uscita, e la cosa non mi creava alcuno scompenso, come potete ben immaginare.

Ieri ho passato la giornata con Monsieur Déjà vu, senza muovere un dito mentre tutti gli amici di lui arrostivano carne e tagliavano panini. Al massimo, io riempivo di vino i bicchieri, badando con particolare attenzione a quello di Monsieur Déjà vu, che non poteva rimanere vuoto.
A fine giornata, stanchi e ancora un po’ ubriachi, io e Monsieur Déjà vu abbiamo deciso di passare da casa sua, ché la madre di lui avrebbe dovuto star fuori per altri quaranta minuti buoni e io di mettermi in macchina per tornare a casa con la testa che mi girava decisamente non me la sentivo.

E mica c’è bisogno che vi spieghi com’è stato, però quando io ho aperto la porta di casa di Monsieur Déjà vu, per andarmene, c’avevo i capelli un po’ sfatti, il trucco sbavato e un sorriso vacuo sulla faccia, sorriso che è immediatamente svanito quando, con le chiavi in mano, a mezzo centimetro da me, ho visto per la prima volta la donna che ha partorito il mio frequentante del momento.
E ringrazio le divinità dell’Olimpo, tutte, perché non avevo ancora la sigaretta in bocca, e perché, nonostante un po’ di broncio, avevo ascoltato Monsieur Déjà vu quando m’aveva detto che mi conveniva prepararmi ad andar via.
Io e lei, la genitrice di cui tanto ho sentito parlare, la donna che Monsieur Déjà vu ama prendere in giro per quella volta che parlò di pruriti e di zoccole, l’una davanti all’altra.
Monsieur Déjà vu ha avuto solo la prontezza di dire: «Mamma, questa è LaCapa, fa la giornalista».

E’ stato così che le ho stretto la mano, sentendo le guance avvampare, e che le ho detto di dove sono, cosa studio e che faccio nella vita, oltre ad entrare in casa sua quando lei non c’è, ça va sans dire.

Trenta secondi dopo, lei chiudeva la porta e io mi precipitavo verso l’ascensore, seguita a ruota da Monsieur Déjà vu. Prima che potessimo sparire tra un piano e l’altro, sua madre era tornata sul pianerottolo.
«Monsieur Déjà vu», ha detto, «aspetta. Non puoi accompagnarla, perché non puoi spostare la tua macchina, se è in garage. Qualcuno, certamente di non spiccata intelligenza, ha posteggiato una Fiat Panda blu dove di solito metto la mia auto. Che nervosismo! Che fastidio!»
Il fatto che Vanda, la mia Vanda, fosse quella fastidiosissima Fiat Panda blu mi ha dato il colpo di grazia. Monsieur Déjà vu rideva senza riuscire a fermarsi, io avrei voluto scavare nel pavimento e nascondermi in una fossa profonda profonda, e pure di più.

Sono andata via sgommando, con una sigaretta in bocca e già un’altra in mano, pronta per essere accesa.

Arrivata nella familiare casa LaCapa (ché chiamarlo mentre ero in autostrada non mi pareva il caso), ho chiesto il responso materno a Monsieur Déjà vu. Ebbene, io, che mi arrogo il diritto di chiamare chi incontro con pseudonimi scelti del tutto arbitrariamente, sono stata ripagata con la stessa moneta.
Io non sono più LaCapa. Io, per colei che ha partorito e cresciuto Monsieur Déjà vu, sono una banale Questaqua.
Però, per colei che ha partorito e cresciuto Monsieur Déjà vu, sono una banale Questaqua carina, e sembro financo dolce.

Io, comunque, non mi sento carina e dolce. Io mi sento miracolata.