Vado a fare un giro (con l’aereo)

by lacapa

Domenica scorsa ero con le Dears dalle parti dei Malavoglia, per un caffè e quattro chiacchiere prima di buttarci sui libri. Insomma, stavamo là a discutere del più e del meno, finché non ha cominciato a piovere, siamo corse verso Vanda, per non prendere troppo freddo e ripararci, e l’abbiamo trovata. Là, sventolante.
La multa.

Io l’ho guardata, ho bestemmiato dio e tutti i santi, e ho resistito all’istinto di strapparla in mille pezzettini e farla ingoiare al tipo delle strisce blu che, pure sotto il diluvio universale, non aveva trovato niente di meglio da fare che costringermi a pagare trentotto euro.
Ma la colpa era mia, e uccidere un povero lavoratore per via delle mie frivole dimenticanze non mi sembrava bello.

Lunedì mattina, con la faccia di una a cui era appena passato addosso un trattore spargi-concime, ho preso i soldi natalizi gentilmente offerti dalle nonne e ho pagato il mio debito con la società, la giustizia e, soprattutto, il comune di Acitrezza e la sua amministrazione del piddìelle.
Pagare una multa è spendere, e spendere, per una donna, è come un disturbo ossessivo-compulsivo, come una dipendenza, come comprare un romanzo alla Feltrinelli quando c’è lo sconto del venti per cento su tutti i titoli, una cosa che cominci e non puoi più fermarti.
Avevo speso trentotto euro, ma non ero contenta. Così sono tornata a casa, ho acceso il computer e non ho nemmeno dovuto digitare per intero "Windjet" che già ero sul sito, avevo scelto la data di partenza, quella di ritorno, e stavo prenotando.

L’anno scorso, con le Dears, mi sono concessa una fuga verso la nebbiosa Milano; quest’anno, da sola, mi sono regalata un week-end nella grigia Torino, ché non l’ho mai vista ma brutta non deve essere (come fa ad essere brutta una città dove c’è questo posto?), e poi in quei giorni lì dicono che ci sia una piccola fiera, una cosa folkloristica e carina. La chiamano Salone Internazionale del Libro, e io non l’ho mai sentita nominare, e nemmeno voi, suppongo. So che un anno parlava, tra gli altri, un tizio che si chiama Umberto Eco, e un altro anno c’era tale Bono Vox che reggeva il microfono a tale Michail Gorbaciov. Ho letto così, in giro da qualche parte, che nei giorni che ci sarò io un tipo racconterà com’è il cinema, e a me il cinema non m’è mai piaciuto, però ultimamente un po’ sì e un film di costui l’ho visto e l’ho trovato bello: si chiama Giuseppe Tornatore, il tipo di cui parlo, e se lo cercate su Google, forse, un paio di notizie le trovate.

Sempre leggendo in giro ho scoperto che al Lingotto, per questo salonecomesichiama, c’è passata gentaglia non proprio raccomandabile. Cosa puoi aspettarti da uno che si chiama Albertazzi? Hanno scritto anche che ci sono stati chessò, Alessandro Baricco, Enrico Brizzi, Enzo Biagi, Niccolò Ammaniti, Andrea Camilleri, Johnatan Coe, Paolo Conte, David Grossman, Francesco Guccini, Alda Merini (porca miseria, Alda Merini), Indro Montanelli (vedi Alda Merini), Ferzan Ozpetek, Daniel Pennac e Dino Risi. Hanno scritto, inoltre, che ci sono stati Vittorio Sgarbi e Walter Veltroni, però gli errori scappano a tutti.

Guardo il calendario e penso che ancora manca troppo tempo, che dovrebbe sbrigarsi ad arrivare, il giorno della partenza. Mi dico che una vacanza me la merito, poi mi ricordo che mi porterò il piccì e che cercherò di scrivere un sacco di cose, quindi in realtà in vacanza non ci starò neanche di notte, eppure non è che la cosa mi dispiaccia.

Mi sento come i bambini che fanno il conto alla rovescia aspettando Natale, o la fine della scuola.
C’ho sempre questa malsana impazienza, quando vado a fare un giro con l’aereo.