(Non) Infrangibile

by lacapa

Qualche giorno fa ero in macchina, con Madre, e si parlava del più e del meno.
Eravamo andate insieme a prendere Fratello in palestra, io ero scesa da Vanda e avevo incontrato Politicantante.
Madre, incuriosita, mi aveva chiesto chi fosse il personaggio col quale m’ero fermata e io le avevo ricordato della chitarra che aveva lasciato a casa nostra.
«Gliel’ho restituita un giorno che mi ricordo benissimo, il giorno che il Parolaio mi ha detto che non voleva più essere mio».
Madre mi ha guardata e mi ha chiesto se non avessi fatto meglio a tenermela, quella chitarra, ché forse mi faceva bene.
«Madre», le ho detto, «sono contenta così. Con quella chitarra a casa che ne sarebbe stato di Batteristalcolizzato? E di Monsieur Déjà vu?».
Era la prima volta, dopo tanto tempo, che guardavo a quel passato con un sorriso felice. Felice alla luce dell’oggi, di ciò che ho.
Ma cos’ho?
Me lo chiedo da quando ho chiuso quella conversazione con Madre, e non so darmi una risposta.
Cos’è che ho?

Stasera Monsieur Déjà vu ha avuto modo di scoprire quello che non faccio altro che nascondere ogni volta che posso: anche io piango. Sì, pure io ho certe ghiandole, dalle parti degli occhi, che perdono. E mica lo fanno apposta, loro. Perdono ebbasta, come un rubinetto, e neanche l’anticalcare migliore del mondo può porre rimedio.

Dev’essere un po’ colpa mia, non c’è altra spiegazione. Sono una ragazza parecchio strana, io. La possessività non la conosco, la gelosia non è mia parente, la morbosità non l’ho mai vista nemmeno da lontano. Sono quel tipo di ragazza che si fida, che se tu mi dici una cosa io ci credo e perché mai dovrei guardare da sola? Quel tipo di ragazza che tante cose se le tiene strette strette, e non vuole dirle a nessuno che non siano le amiche più care, le Dears che tanto bene conoscete. E sono quel tipo di ragazza che piange, si gira dall’altra parte, saluta, mette in moto e va via.

Forse questo mio essere strana non va tanto a mio vantaggio, perché non è che qualcuno me ne abbia mai dato atto. Non è che qualcuno mi abbia mai detto: «LaCapa, oh, cercavo una esattamente come te». Dev’essere che non è che una come me la si cerca. Una come me la si trova quando non si voleva assolutamente niente. Una come me capita tra le mani in momenti in cui una velina senza un minimo di cervello era uguale, solo che aveva un fisico più figo e un viso più carino.

E quindi, il Parolaio, dopo tre mesi, ti dice che sì, sei proprio una persona fantastica, ma meglio quello che c’era prima; il Batteristalcolizzato, dopo sei mesi, ancora non se la sentiva di dirti che ci teneva a te, anche se ci teneva; e Monsieur Déjà vu, dopo cinque mesi, non sa darti di più. E non è che il dippiù gliel’hai chiesto: ti sei limitata a fare un’osservazione, a ripetere quello che lui ha detto tante volte, in relazione alle storie degli altri.
«Se qualcosa comincia in un modo», ha affermato, «non c’è ragione che quel qualcosa cambi».
E se la vostra cosa è cominciata in un modo, perché dovrebbe continuare in un altro? Glielo chiedi e poi ti mordi la lingua ché l’ultima volta che hai fatto questa domanda non è andata bene, un anno fa.

Lo sai che la situazione in mano ce l’hai tu, lo sai che dovresti avere il coraggio di mollare tutto, dirgli che è stato un piacere e continuare a farti la tua vita, senza lui in mezzo, senza chiederti quello che sei e che avresti potuto essere. Lo sai, mica non lo sai. Perché la storia si ripete, è ciclica, diceva qualcuno.

Nel "Favoloso mondo di Amélie" ad un certo punto un personaggio dice: «Lei non ha le ossa di vetro, lei può scontrarsi con la vita, perciò si lanci, accidenti a lei».

Io non ho le ossa di vetro. Forse di pietra pomice. Tu le sfreghi una volta, due, tre, quattro, poi si spezzano. Non in mille pezzettini, per carità. Si spezzano in una maniera che ricomporle non è troppo costoso. Non serve neanche la carta di credito.
Bastano quelle lacrime che corrono con te in autostrada.

Io non ho le ossa di vetro, e neanche il cuore. Ma questo non significa che sopra ci sia scritto "infrangibile".