Buon viaggio, 2009

by lacapa

Così te ne vai, eh, 2009?
Ti pare bello fare così? Duri 365 giorni e scappi via, lasciandomi un po’ in mezzo ad una strada, con un sacco di nostalgia. Sì, perché hai significato tanto e non lo sai.

I primi esami all’università, tutta quella felicità che non sapevo come gestire, e poi quella tristezza, e non la sapevo gestire neanche, quel dover fare tante cose, lavorare perché mi piaceva e anche se mi stancavo lo facevo col sorriso, scrivere per cicatrizzare certe ferite e scoprire che, secondo qualcuno, le ferite erano cicatrizzate talmente bene che il racconto che ne è venuto fuori meritava un premio. Ma ancora un po’ facevano male, quei tagli dalle parti del cuore. E anche i baci facevano male, anzi, il bacio, per dirsi che l’attrazione c’era ancora, tra noi, ma c’era anche qualcun altro, per lui e per me.

Cosa ne hai fatto, 2009, di quei silenzi? C’erano le Dears sbattute, un po’ tanto. Dearfriend Ballerina e la sua gelida Milano in solitaria, DearLowe con tutto quel vuoto attorno, Dearfriend Porno sempre in bilico, e Miamiglioreamica con domande che alcune volte una risposta l’hanno avuta negativa, altre volte una risposta non l’hanno avuta proprio. Nel 2009 c’è stato quel tentativo goffo e maldestro di darsi una mano a vicenda, e non sempre riuscirci, e arrabbiarsi l’una con l’altra per poi fare pace sedute sugli scogli, davanti al mare.

C’era tutta la mia serenità, nel 2009. Il senso di appagamento e di "sì, sono stata brava, finalmente". Errori se ne sono fatti tanti, e ogni volta sono cresciuta, con la testa più alta e qualche esperienza negativa utile, buona per essere sfruttata.

Mi chiedo come sarei stata, senza quel po’ di buio in cui ho vagato per qualche mese.

Se non avessi girato tanti di quei dottori perché svenivo in giro, e in macchina mentre guidavo. Se non ci fossero stati quei giorni, in attesa del risultato di infiniti esami e di una tac, in cui pensavo "e se mi confermano che è una cosa brutta brutta io che faccio?", e avevo una grandissima paura, di quelle che tremavo la notte, ma poi mi si interrogava sulle mie eventuali preoccupazioni e io sorridevo e rispondevo: "maddai, figuratevi. E’ stress, sono un’universitaria impegnata, che credete?". Che culo, era stress davvero.

Alla fine, 2009, se non mi avessero insegnato, almeno un briciolo, a scrivere un articolo di giornale, e non un post di blog con qualche dichiarazione, sarei soddisfatta come sono? Lo so, per carità, che di chilometri da percorrere ne ho milioni, eppure quella sensazione di fare qualcosa di utile e di bellissimo ce l’ho pur’io, anche se non ho un tesserino che certifichi che sì, faccio qualcosa di utile e di bellissimo.

Mi domando come avrei fatto oggi se non avessi amato così tanto il Parolaio da non riuscire nemmeno a definire il dolore per l’essersi allontanato e l’avermi lasciata da sola, mi domando se ci sarebbe stato Batteristalcolizzato, a farmi un po’ da antidolorifico, un po’ da tuttoquellodicuiavevobisogno, mi domando se ci sarebbero state tutte quelle sbronze e anche quel non muoversi per ore e ore dalla biblioteca dell’università, perché là il cellulare non si può usare e lo studio distrae.

Caro 2009, e Monsieur Déjà vu? Come sarei stata se non mi fossi trovata davanti uno che mastica tre gomme alla volta e se non compra Dylan Dog prima di prendere l’aereo, allora l’aereo cade? Come sarei stata se fossimo rimasti soltanto amici-da-una-birra-ogni-tanto e se non l’avessi messo nella posizione di potermi dare buca ogni tre per due per uscire con quelli che sono praticamente fratelli? E come sarei stata senza tutte quelle altre cose di lui che mi piacciono, però non gliele dico perché non ci riesco?
E senza tutto quel passato, quelle altre cose di lui che mi piacciono però non gliele dico, gliele avrei dette?

Ci sono quelle frasi che stanno nei diari delle adolescenti, quelle cose valide per tutte le occasioni che se non sai chi le ha dette le attribuisci ad Oscar Wilde, a Jim Morrison oppure a Kurt Cobain.
Una di queste, ne sono certa, dice che è quello che abbiamo fatto e siamo stati a definire quello che siamo e che saremo.
Io non lo so come sarò, quanto cambierò e che tipo di persona diventerò, però so come sono, quanto sono cambiata e che tipo di persona sono diventata.

Non è che mi piaccia proprio tutto (ché prima riuscivo ad essere un po’ dolce, e adesso mi sento ridicola e, quando ci provo lo stesso, faccio uno sforzo che non ne avete idea; prima riuscivo a trovare il tempo per un paio di telefonate, una sigaretta in compagnia e una birra con le Dears, e adesso no; prima ero insicura e non credevo di valere mezzo centesimo, adesso è più o meno lo stesso, solo che la mia arroganza ha toccato e superato il livello di guardia e per ridimensionarla ce ne vuole), però poteva andare peggio.

Potevo desiderare di fare la corteggiatrice a Uomini&Donne, oppure diventare fan di Alessandra Amoroso. Potevo essere una di quelle a cui piace Winnie The Pooh o, peggio ancora, Hello Kitty. Potevo usare l’imperfetto al posto del congiuntivo senza sapere che è sì un errore, ma pure un fenomeno sociolinguistico, quindi potevo essere ignorante senza saperlo, invece sono ignorante sapendolo, che non mi sembra troppo una brutta cosa.

Insomma, 2009, senza di te sarei stata diversa e, siccome quello che sono non mi dispiace, non mi sei dispiaciuto nemmeno tu. Buon viaggio.

(Chissà dove finiscono, gli anni passati…)