Fratello, homeless edition

by lacapa

Casa LaCapa è una gabbia di matti.

Io, Sorella, Fratello, Madre, Padre e Cane siamo una bomba ad orologeria pronta ad esplodere e a fare terra bruciata tutt’intorno, che neanche la terza guerra mondiale.

Ci sono lettere, poi, che ci fanno sfiorare il collasso. Arrivano in busta gialla, tramite raccomandata, e hanno per mittente il preside del liceo di Fratello.

 

"Cari Padre e Madre,

siccome che io sono un preside e siccome che la salute dei miei studenti mi sta a cuore quasi più di quella dei miei figli, siccome che io sono una persona tanto garbata e trasparente e siccome che non c’avevo voglia di alzare la cornetta per fare una telefonata, siccome, inoltre, che l’idea di farvi venire un coccolone mi diverte, vi scrivo.

Voi fate finta che non v’ho detto niente, ché Fratello è un bravo ragazzo e io lo so che l’avete educato tanto bene.

Insomma, il punto è che ho l’impressione che sia cambiato e che si sia messo a frequentare gentaglia non proprio raccomandabile. Ah, secondo me si droga pure, eh.

Cordiali e affettuosi saluti, buon Natale e buon anno nuovo,

Il preside"

 

Padre e Madre hanno letto, si sono guardati e sono corsi dal medico, a farsi prescrivere le analisi al sangue per Fratello. Sono subdoli, i miei genitori, sicché hanno taciuto, fino all’ora di pranzo, quando siamo tutti raccolti attorno alla tavola in religioso silenzio, con la tivù accesa sui telegiornali regionali.

Padre e Madre si sono lanciati in una filippica contro Fratello senza precedenti, non gli hanno concesso diritto di replica, non gli hanno dato il permesso di rispondere per discolparsi. Padre e Madre, rei di totale mancanza di fiducia nei confronti di noi pargoli, avevano lo sguardo indurito ed offeso di chi avesse scoperto un ratto annegato nella marmellata appena preparata.

Casa LaCapa ha tremato, le sue fondamenta hanno scricchiolato, la temperatura mondiale s’è alzata di un altro paio di gradi, s’è invertita la polarità della Terra… In breve: c’è stato un gran casino.

Io e Sorella continuavamo a pranzare, mentre i tre titani giocavano a chi gridava più forte.

Fratello, stanco, s’è alzato ed è salito al piano di sopra, sostenendo che si sarebbe chiuso nella sua stanza per non vedere nessuno.

Io e Sorella abbiamo atteso che si calmassero le acque e siamo andate a trovare il sangue del nostro sangue, per confortarlo e prenderlo un po’ in giro.

La camera di Fratello era completamente ed ineluttabilmente vuota. L’abbiamo cercato sotto il letto, dentro l’armadio, dietro le tende, in bagno, nella stanza dei genitori e pure nella nostra. Niente, Fratello non c’era. Fratello era scappato di casa.

Io e Sorella abbiamo tentato di coprirlo con Madre e Padre, inventandoci che aveva detto che sarebbe andato a fare un giro e che sarebbe tornato di lì a poco, ci siamo fabbricate una scusa e ci siamo messe su Vanda, alla ricerca del diciassettenne perduto.

Abbiamo chiamato i suoi amici, siamo andate a casa loro, abbiamo setacciato la città intera, senza alcun risultato.

Sorella, poi, stanca di vagare, se n’è andata per i fatti suoi, ché tanto Fratello sarebbe tornato e mica si poteva stare a cercarlo come due sceme.

E’ passato un bel po’ di tempo.

Piovigginava e faceva freddo, il cellulare di Fratello era spento, Madre aveva avuto una crisi isterica e Padre progettava un di uccidere il figlio. Io, ancora, guidavo, rallentando per osservare meglio ogni essere vivente di sesso maschile.

Dopo cinque ore, esausta, sono tornata a casa.

Non sapevo cosa fare, non sapevo come dire a Madre che non l’avevo trovato, quale entità superiore pregare affinché ritornasse prima di sera, prima che facesse troppo buio e che un diciassettenne solitario di sabato notte potesse diventare oggetto di attenzioni non proprio gradevoli.

Parlavo al telefono per distrarmi e Fratello era là, al buio, seduto sul letto e immobile come una statua di sale.

«Sei tornato, mongoloide?», e lo so che non è un insulto politically correct, ma figuratevi se stavo a pensarci.

Ho salutato il mio interlocutore telefonico e sono rimasta un po’ con Fratello.

Mi sono seduta accanto a lui, sempre al buio e ho evitato la ramanzina.

«Me lo spieghi perché te ne sei andato così, almeno? Mi dici perché hai spento il cellulare e non ti sei fatto trovare? Vuoi parlare un po’ di quello che è successo?», gli ho domandato, con tono amichevole, dolce, quasi da sorella preoccupata.

Fratello non ha spostato lo sguardo, diretto verso l’infinito e oltre, e m’ha risposto, imperturbabile: «A volte, un uomo ha bisogno di restare da solo, per pensare».

A volte, una sorella ha bisogno di alzarsi ed andarsene, per non commettere un omicidio.