Straniero era un camionista e aveva un cuore

by lacapa

Perdeva i giorni a chiedere un bacio e a volerne altri cento, come l’amore che fugge da De André.

Li amava tutti, i suoi uomini. Duravano una settimana o due, se arrivavano ad un mese erano anime gemelle, di quelle storie così profonde da immergercisi come in una vasca da bagno con tanta schiuma e olio profumato.
Di mestiere faceva la cassiera in un autogrill nel bel mezzo del nulla della Salerno-Reggio Calabria.
Aveva trentacinque anni, un passato da commessa, barista, segretaria e casalinga prostituta, niente figli, nessun rapporto con la sua famiglia. Ma non perché avesse litigato coi genitori, soltanto perché si annoiava a chiamarli ogni tanto per comunicare d’essere viva, di aver trovato un nuovo lavoro e d’essersi fidanzata con Straniero, camionista napoletano che parlava solo in dialetto, ma talmente stretto che nessuno riusciva a capirlo. Neanche fosse stato inglese, per dire.
Somigliava a Vasco Rossi, Straniero, e lei l’amava perché "Alba chiara" era la sua canzone preferita.
Aveva amato anche CassaDaMorto, che faceva il becchino a Roma ma era di Agrigento e non lo sapeva perché s’era trasferito, visto che pure in Sicilia la gente muore (anzi, muore prima che nel Lazio). Lo aveva amato per il suo essere allampanato e per la sua somiglianza con Lerch, il maggiordomo della famiglia Addams. CassaDaMorto si vestiva sempre di nero ed era un uomo straordinariamente allegro, brillante e ottimista.
Prima di CassaDaMorto c’era stato Pesce, la bruttezza fatta meccanico. Boccheggiava, come un pesce fuor d’acqua, e balbettava, perché non sapeva mai se quello che stava dicendo era la cosa giusta. Il fatto che qualunque cosa dicesse era sempre quella sbagliata confermava i suoi timori e atterriva la sua autostima.
Straniero aveva superato ogni limite sentimentale: erano cinque mesi che s’incontravano con discreta regolarità in una piazzola di sosta a due chilometri di distanza dall’autogrill dove lei lavorava. Lui aveva persino fatto lavare gli interni del suo autoarticolato, perché lei era una signora e non poteva poggiare il suo corpo fragile e mezzo nudo su un sedile ancora segnato dalle macchie di quel panino con la maionese e l’uovo che, nel 1983, c’era caduto sopra e là era rimasto, nonostante l’odore terribile, per i due giorni ininterrotti di viaggio fino alla Romania.
Quando facevano sesso, la chiamava "farfallina", "principessa", "coniglietta" e in mille altre maniere, ma queste tre erano lei uniche che lei riuscisse a capire.

Straniero, una mattina, si presentò all’autogrill con un mazzo di fiori di plastica. La trovò baciare appassionatamente l’Avvocato, che faceva veramente l’avvocato, era ricchissimo, bello come un sole e stupido come un ciuco. S’era innamorata del suo andare in giro in doppiopetto, perché le ricordava CassaDaMorto.

Straniero rimase davanti alla casa a fissarla. Quando lei riaprì gli occhi e riprese il possesso delle sue labbra, incrociò lo sguardo distrutto di lui. Gli sorrise: «I fiori sono per me?», domandò.
«Sì», le rispose lui, glieli diede e se ne andò, dopo aver comprato un panino con la maionese e l’uovo, sperando che fosse della stessa partita di quello del 1983. Morire d’indigestione sarebbe stata una bella morte, a suo ingenuo parere.

Risalì sul camion, Straniero. Doveva arrivare fino a Trieste e di strada ce n’era ancora tanta, lo sapeva.
E sapeva anche che non avrebbe fatto altro che pensare a lei, per tutti i chilometri a seguire.
«La prossima volta, i fiori li compro veri», si disse. In italiano.